Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: November 2010

Vendola e la sospensione dell’incredulità

Riporto una breve citazione da Bambi contro Godzilla del regista-sceneggiatore David Mamet:

Quando entriamo al cinema, abbassiamo la guardia. E’ necessario farlo, perchè resistere, insistere sulla verosimiglianza nel dramma, significherebbe privarci della gioia.

Chi guarderebbe tutto quel cartone animato pensando continuamente: «Ehi, un attimo, gli elefanti non volano!»?

I politici (e in particolare quelli di destra, sia in America che in Gran Bretagna) hanno capito bene il meccanismo della sospensione dell’incredulità e, dalla seconda guerra mondiale in poi, hanno allestito le proprie campagne politiche come dei drammi, scegliendo temi, slogan, appelli che infiammano l’opinione pubblica e costruendo ad arte dei “cattivi”.

Questo approccio ha posto i loro avversari in una condizione di serio svantaggio; mentre la destra mette in scena un thriller, infatti, dall’altra parte si continuano a tenere conferenze (lo strumento preferito dalla sinistra).

Pare invece che, almeno in Italia, con la “novità” dell’abile affabulatore Vendola (a parlare è bravo, oh se è bravo) si sia ormai colmato il divario, grazie al recupero «della narrazione come elemento comunicativo cruciale in politica». Ma, come il “thriller” della destra, il romanzo popolare della sinistra difficilmente può essere considerato un progresso.

I ricercatori e la riforma dell’università

Credo che da ricercatori in forze al CERN sarebbe  lecito attendersi un’analisi attenta e precisa della riforma Gelmini dell’università. Tanto più che ricercatori in contatto continuo con colleghi provenienti dalle migliori università europee dovrebbero avere un maggior numero di informazioni sui modelli di funzionamento delle università in Europa. E invece…

Al di là della continua identificazione dei tagli (e continue reintegrazioni anno per anno tramite finanziaria) all’FFO con la riforma Gelmini (identificazione che trovo semplicemente disonesta, trattandosi di questioni analiticamente e sostanzialmente distinte), i ricercatori del CERN lamentano: i) «un progetto che toglie ai giovani la possibilità di coniugare la programmazione del proprio futuro con il lavorare in un ambiente stimolante e stabile», riferendosi all’introduzione definitiva (dopo il tentativo della Moratti) della figura del ricercatore a tempo determinato; ii) il progetto che «subappalta le linee di ricerca a decisioni prese da un Cda in mano ai privati, che difficilmente sarà sensibile alle esigenze della ricerca di base». Per quanto riguarda il punto i), i ricercatori del CERN dovrebbero sapere che l’Italia (accanto all’Irlanda) è il paese europeo con la più alta proporzione di posizioni tenured all’interno delle università, e in cui la tenure, contrariamente al resto d’Europa, è prevista già per le posizioni entry (cioè i ricercatori), come è possibile rilevare grazie al database dell’European University Institute. Riguardo al punto ii), come riportato da Lorenzo Marrucci su LaVoce.info, negli ultimi 20 anni tutti i principali paesi dell’Unione Europea hanno introdotto riforme della governance universitaria che prevedono una composizione del consiglio di amministrazione (o dell’organo di governo d’ateneo) per la maggior parte esterna (quindi ben oltre il 40% previsto dal DDL Gelmini), il tutto, parrebbe, senza influire negativamente sulla ricerca di base.

Se si vuole criticare il disegno di riforma (come mi sembra criticabile, ma sulla base della sostanziale inutilità, non del disastro che ne potrebbe conseguire – è ancora attuale il monito del buon Perotti), sarebbe meglio farlo con argomenti reali e non con la retorica. Tanto più quando le critiche vengono da onorati membri della comunità accademica, da cui sarebbe lecito aspettarsi un livello di senso critico e di onestà intellettuale ben oltre la difesa scontata degli interessi di bottega.

La CGIL e il futuro dei giovani. Retorica o realismo?

La CGIL oggi è in piazza per «mettere al centro il lavoro, il futuro dei giovani e del paese, la difesa dei diritti». Il problema della disoccupazione (o della sottoccupazione, o della “precarietà”) giovanile pare sia uno dei temi centrali delle rivendicazioni (oltre a essere l’argomento standard in bocca a politici, sindacalisti o presentatori su qualsiasi canale e a qualsiasi ora). Ma al di là di una rivendicazione formalmente corretta (chi potrebbe obiettare a una richiesta di maggiore occupazione per la popolazione più giovane, visti i livelli di sostanziale esclusione?) viene da chiedersi se vi sia una coerenza tra rivendicazione di un obiettivo e richiesta delle politiche finalizzate a tale risultato, o se non si tratti esclusivamente di retorica (ovvero: sì alla richiesta, no alle politiche).

Da quel poco che si sa di teoria e politica economica riguardo la disoccupazione, è possibile fare qualche riflessione. Innanzitutto è importante rimarcare come uno dei tratti distintivi della CGIL (rispetto a CISL e UIL, per rimanere tra i sindacati di un certo peso) sia la rivendicazione e l’identificazione di più o meno qualunque questione relativa al mondo del lavoro come Diritto (cioè un qualcosa disponibile nella stessa misura a tutti senza differenze di età, sesso, razza, tempo o collocazione geografica: nelle parole della Camusso di oggi, «il contratto nazionale è un diritto universale per ogni lavoratore. Il problema non è ridurre i contratti, ma far sì che guardino a tutti»). Uno dei risultati di tale impostazione, per esempio riguardo a un salario nazionale rigido o a regole restrittive sul licenziamento, è l’esclusione dei lavoratori meno produttivi dal mondo del lavoro: laddove esiste un unico salario nazionale inderogabile (o laddove vi siano difficoltà nel liberarsi dei lavoratori meno produttivi), semplicemente i lavoratori la cui produttività marginale attesa risulti inferiore al salario non verranno assunti. Questo, nella sostanza, significa che la parte centrale della forza lavoro sarà costituita di uomini maturi, cioè nel loro periodo di massima produttività, mentre i giovani, meno produttivi a inizio carriera, verranno assunti più di rado.

Come ha dimostrato empiricamente Stephen Nickell, una forte protezione dell’impiego, più che incidere sui tassi di disoccupazione medi, incide sul tasso di disoccupazione relativo di diverse categorie di lavoratori. In particolare, più la protezione è rigida, più la disoccupazione sarà elevata per giovani e donne e meno lo sarà per gli uomini maturi. Altri studi invece dimostrano come un sistema di formazione duale o comunque strettamente collegato al mondo delle imprese sia in grado di eliminare l’effetto negativo della forte protezione dell’impiego sui tassi di disoccupazione giovanile (si vedano Breen e Wolbers).

Ora, la CGIL dice di volere maggiore occupazione giovanile: è realistico che accanto a una richiesta sensata quale questa faccia seguire una campagna indirizzata ai mezzi per favorire l’occupazione dei giovani? I mezzi più incisivi sarebbero due: i) ridurre il dualismo del mercato del lavoro, portando i “diritti” a un livello intermedio a quello esistente tra lavoratori flessibili e lavoratori protetti (il che implica una riduzione delle protezioni degli attuali insiders); ii) creare meccanismi di offsetting, cioè meccanismi in grado di favorire l’occupazione giovanile anche in presenza di una forte protezione che ne scoraggerebbe l’assunzione (ad esempio il sistema di formazione duale tedesco, che implicherebbe però una pre-selezione dei giovani tra occupazioni manuali e intellettuali). Putroppo non sembra che alcuna delle due strategia possa essere assunta senza riserve dalla CGIL. La CGIL è il sindacato europeo con la più alta proporzione di iscritti intattivi (pensionati principalmente). In una eccezionale analisi comparativa, Agar Brugiavini e colleghi (parte II, capitolo 3) mostrano come esista una correlazione significativa (sia bivariata che multivariata) e positiva tra proporzione di iscritti inattivi al sindacato e la spesa per pensioni rispetto al PIL. Vi è inoltre una correlazione positiva e significativa tra la spesa per pensioni sul PIL e la disoccupazione giovanile (e una correlazione negativa tra spesa per politiche attive e disoccupazione giovanile). Questo significa che laddove la base sindacale sia costituita soprattutto (o comunque in maniera paritaria) da inattivi, difficilmente il sindacato si attiverà per la promozione di  politiche attive nel mercato del lavoro in luogo delle politiche previdenziali. E la CGIL, con il  52% di iscritti pensionati nel 2009 è esattamente in questa situazione.

Resta infine da chiedersi se la CGIL potrebbe essere favorevole a una riduzione delle protezioni degli insiders a favore dei giovani. Purtroppo non vi sono informazioni sulla composizione per età degli iscritti. Considerando però che più della metà è costituita da pensionati, e considerando l’elevata disoccupazione giovanile (difficilmente, in Italia, i disoccupati sono iscritti al sindacato), pare evidente concludere che il peso dei giovani in termini di tessere sarà risibile rispetto alle altre fasce di età (e concentrato principalmente nel NIDiL – tra l’altro scarsamente autonomo dalle categorie storiche). E, considerando che difficilmente il sindacato promuove politiche differenti rispetto agli interessi del proprio “iscritto mediano”, pare non vi siano margini per un impegno concreto contro il dualismo del mercato del lavoro (laddove consideriamo ovviamente impossibile l’estensione a tutta la forza lavoro dei diritti attualmente disponibili ai contratti di lavoro standard – per il semplice motivo che eliminerebbero gran parte dell’occupazione giovanile attuale). La forte difesa degli ultimi anni dell’articolo 18 e del contratto nazionale inderogabile (salvo poche eccezioni, come nel caso dei chimici), comunque, renderebbe una ipotesi del genere scarsamente plausibile. In definitiva, se la CGIL vorrà avere un ruolo futuro nell’incremento dell’occupazione giovanile in Italia, dovrà scegliere tra una retorica che non danneggia il proprio iscritto mediano, ma che nei confronti della forza lavoro giovanile è pura ipocrisia, e un atteggiamento più realista, conscio degli inevitabili trade-off che bisognerà affrontare sempre più in futuro.

Il pragmatismo di Cameron

Leggo, riportato dal sito di Pietro Ichino, della volontà del premier britannico James Cameron di chiamare come consulente del governo Richard Florida “professore all’Università di Toronto, uno dei nomi più noti in materia di innovazione, creatività e sviluppo regionale”. Vista l’esperienza del governo precedente, il parallelo con Giddens è d’obbligo. E sta proprio lì il punto… interrogarsi sull’utilità effettiva del proliferare delle “consulenze” pescate sempre più dall’intellettualume postmoderno. Giddens è certamente “uno dei sociologi più noti del mondo”, ma è anche uno dei peggiori (le due cose non sono minimamente in contraddizione, anzi). Il Giddens anima ispiratrice di Blair è anche quello che teorizza l’impossibilità delle riforme in senso classico (cambiare le strutture degli incentivi in sostanza), in favore della “diffusione di modelli di realismo utopico” (non vuol dire niente, per chi fosse preoccupato di dare un senso alle parole). In sostanza le riforme del New labour che, giuste o sbagliate, ci sono state, difficilmente possono essere derivate dalla prassi Giddensiana. Da quel poco che ho letto su Florida non paiono esservi grandi differenze teoriche o metodologiche. Le teorie sulla “creative class” sembrano basarsi su alcune semplici correlazioni macro, correlazioni la cui correttezza sostanziale è stata tra l’altro messa in dubbio – insomma pare che ancora una volta e ancora di più le teorie di tali iconoclasti del metodo si fondino (guarda caso) sulla pochezza del metodo stesso (tratto non a caso caratteristico degli autori preconizzanti una “società della conoscenza” come qualitativamente separata dalle fasi precedenti, conclusione solitamente fondata sul mortale cocktail di dati molto aggregati uniti a dati etnografici micro non rappresentativi – per l’Italia si vedano Butera e collaboratori). Insomma, probabilmente l’ennesimo intelettuale-patacca utile, come scrive Boudon, a colmare un bisogno emotivo, inutile nel riformare un sistema.

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