Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Aporie radicali

Ieri i deputati radicali si sono astenuti nel voto di sfiducia al ministro Romano, in polemica col secco no dell’aula a ogni proposta di amnistia, dicono. Non è un segreto, d’altronde, che i Radicali abbiano qualche riserva quando si tratta di politica e manette. Anzi, quando si tratta di manette e basta. Annalisa Chirico a esempio, giovane e vocale esponente di questa corrente radical-radicale, non a caso aborre “la carcerazione preventiva” e nutre “forti dubbi sulla stessa utilità dell’istituto carcerario” (e si dichiara contenta, pertanto, per la mancata autorizzazione all’arresto di Marco Milanese). Che a chi si proclami con toni altisonanti per “la rivoluzione liberale” sfugga la profonda frattura nell’eguaglianza di fronte alla legge tra un corpo privilegiato come il parlamento e il cittadino comune (che, ahilui, non ha alcuna “commissione per le immunità” che lo protegga da alcun “fumus persecutionis”, vero o presunto), ormai non stupisce nemmeno più. Il liberalismo a cui si rifà questa corrente ultra-radicale non ha alcuna rassomiglianza con quello che fu il liberalismo classico, a esempio, di un Dicey: quello che sosteneva come

In England the idea of legal equality, or of the universal subjection of all classes to one law administered by the ordinary Courts, has been pushed to its utmost limit. With us every official, from the Prime Minister down to a constable or a collector of taxes, is under the same responsibility for every act done without legal justification as any other citizen [...]. The idea of the rule of law in this sense implies, or is at any rate closely connected with, the absence of any dispensing power on the part either of the Crown or its servants (Introduction to the study of the law of the Constitution, Part II, Chap. IV).

Che nel concreto questa frattura profonda nella Law of the Land operi tutti i giorni non sembra preoccupare i “liberali” all’italiana come la Chirico (scandaloso, a esempio, che “Milanese s’è salvato per il calcolo della Lega; per i radicali sarebbe finito in galera, senza processo” – in pratica, scandaloso che a Milanese sarebbero state applicate, nè più nè meno, le stesse garanzie disponibili a tutti i cittadini: detto questo, il Parlmento non è chiamato a decidere, come sembra implicare il post citato, di sbattere o meno Milanese in galera, decisione che pertiene a un altro Potere). Ma forse questo è il problema minore. Non solo tale disuguaglianza fondamentale non suscita gli strali che, a esempio, vengono rivolti alla “violazione del diritto naturale” provocata dal Censimento ISTAT: in qualche modo viene realizzato un miscuglio improprio tra diritti naturali della persona e attività politica. Pare, infatti, che Milanese-Papa-Romano abbiano non solo il diritto, finchè son fuori dalle patrie galere (o magari ache dopo?), di partecipare all’attività politica del loro paese: pare abbiano anche il diritto incondizionato di governare. Partendo dall’assunto, evidentemente correto, che nessuno può essere imprigionato se non a seguito di una condanna definitiva (ma, anche qui, vediamo come la Chirico nutra qualche dubbio), si arriva a sostenere che allontanare, magari temporaneamente, da posizioni di governo una persona indagata per gravi reati equivarrebbe a sbatterlo in galera (una mozione di sfiducia equivarrebbe a una “lapidazione” – vien da chiedersi quanto valga la pena di prendere sul serio l’opinione di una persona che non fa che confondere giustizia penale e politica, accusando la parte avversa esattamente dello stesso “delitto”, tirando in ballo come autorità morale in questione niente meno che Mario Sechi). Si invaderebbe, in qualche modo, il suo diritto incondizionato a governare fino a condanna definitiva. Che questo diritto incondizionato a governare in effetti non esista è immediatamente evidente a chiunque si sia esercitato a qualche riflessione sul concetto di “diritto naturale” dell’individuo. Gli stessi pensatori anarcoidi, che, più in linea col liberalismo classico, sostengono l’inesistenza di “diritti sociali” positivi in analogia ai “diritti naturali” negativi, sostengono, senza fare un plissè, che esista un diritto positivo a governare: Papa-Milanese-Romano hanno il diritto a che vengano lasciati nelle loro posizioni di governo incondizionatamente, no matter what. Di più: lo stesso sospendere il giudizio su una persona sottoposta a indagine (in luogo dell’atto positivo dell’accordargli piena fiducia) è sintomo di una cultura incivile e barbara. Quanto poco c’entri col liberalismo classico tale modo di pensare è evidente a chiunque abbia appreso determinati principi dalle vive pagine dei loro propugnatori e non dalle dispense della LUISS. Indicativo poi come, mentre per liberali d’ogni sponda la Common law si configuri come la migliore difesa delle libertà individuali (ne ha parlato diffusamente Bruno Leoni in un ciclo di conferenze tenute negli anni ’50 raccolte in Freedom and the Law), la Chirico lamenti, più che la ratio dell’articolo 416-bis c.p., l’illegittimità della natura giurisprudenziale (nonostante in realtà codificato già nel 1982) del reato ascritto a Romano (ma quando si tratta di Eluana Englaro la giurisprudenza fondata sul precedente fa comodo, vero?); ancora più indicativo il suo completo rigetto della prassi costituzionale come di pari rango alla Costituzione stessa: “la mozione di sfiducia (di per sé una prassi non prevista dal dettato costituzionale) è un atto politico” (anche questo in realtà, ahimè, è falso, essendo detta consuetudine considerata di rango costituzionale ed entrata perciò a far parte in modo positivo dell’ordinamento italiano, a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale del 1996). Una rilettura, magari tramite il Dicey sopra citato, di quello che nei paesi (realmente) liberali si considera costituzione, potrebbe aiutarla a schiarirsi le idee. Così come qualche nozione di Common Law potrebbe aiutarla a capire come, in assenza di norme esplicite in un senso o nell’altro, portato il problema davanti al giudice una decisione è richiesta.

Continuando nell’analisi del pensiero radical-radical, sempre la Chirico, in un post piuttosto rivelatore, cerca di sostenere come il liberalismo classico (di Constant, De Tocqueville, Popper o Hayek) sostenesse niente meno che una posizione di “relativismo etico”. Il pensiero del fatto che il liberalismo evidentemente sia una posizione morale ed etica non sembra sfiorare la giovine radicale: il liberalismo sarebbe, per riprendere un’espressione di Putnam, una “God’s eye view” dal punto di vista morale. Ancora, attribuire una linea di pensiero simile (i.e. relativistica dal punto di vista morale) a Constant o De Tocqueville (o a Popper!) è una evidente baggianata sesquipedale per chiunque si sia preso la briga di studiare le basi di detto liberalismo classico. Non dovrebbe nemmeno essere possibile, seguendo tale linea di pensiero, giudicare moralmente, dibattere, esprimere opinioni, consigliare o consultarsi. Bisognerebbe tacere, dacchè, secondo questa interpretazione, individualismo equivarrebbe alla sostanziale inesistenza degli altri. E’ ovvio come qui si confonda la libertà individuale dalla coercizione con la libertà che gli altri non ci giudichino o consiglino nel corso della vita quotidiana. La mia libertà a non ascoltare giudizi morali sul mio comportamento da parte di altre persone supererebbe la libertà di parola del mio prossimo. Tacete, maledetti moralisti neo-puritani! Con questo ill liberalismo Milliano di On Liberty viene definitivamente messo sotto i tacchi. Per non parlare, poi, delle maldirette vuote ciarle sullo “Stato etico”. Che i cittadini giudichino moralmente (e quindi politicamente – come scriveva l’altro malcitato Robert Nozick, la filosofia morale è la base della filosofia politica) i propri governanti è, fondamentalmente, la base di una qualsiasi democrazia liberale. Lo Stato etico, nella tradizione Hegeliana, corrisponderebbe invece alla relazione inversa: lo Stato come sintesi e garante della moralità del popolo. Che si prenda l’etichetta di Stato etico, la si separi dal suo significato originale, e la si appiccichi alle normali regole del gioco democratiche è una operazione aberrante, attenuata solo dal fatto che probabilmente è frutto di ignoranza zelota più che di disonetà bella e buona. D’altronde, che aspettarsi da una persona che (con tanto di citazione di Rothbard) considera l’essere “oltre la destra e la sinistra” una posizione “neutra”, sovra- o oltre-morale? Quanto sia incoerente tale interpretazione del pensiero liberale è svelato dall’applicazione di tali principi svelati da questa puntatina ad Annozero della Chirico: sostiene di essere poco interessata alle storie di letto del Berlusconi, mentre sarebbe più interessata a parlare di fattacci come l’inserimento della Minetti nel listino blindato di Formigoni alle Regionali. L’idea che l’inserimento della Minetti sia scandaloso esattamente e solamente perchè conosciamo le storie di letto che collegano, in questo caso, patrono e cliente, anche qui, non sembra sfiorare la rivoluzionaria liberale. Mettere in scatole a compartimenti stagni ciò che prima era saldamente connesso sembra essere una delle attività predilette della giovane blogger radicale. Così come la filosofia da supermercato dei sedicenti liberali all’italiana (ricordate l’Ostellino che dopo il voto a Pomigliano consegnò al mondo la buona novella della “vittoria dell’individualismo metodologico“?) sembra essere ormai un vezzo, una semplice foglia di fico per portare avanti una filosofia anarcoide del tutto incoerente e completamente scollegata dal pensiero liberale classico.

Update 04/10/2011: in un’intervista a Nota Politica, la Chirico chiarisce ancora meglio il suo concetto di liberalismo-secondo-me:

Oggi anche tra i radicali c’è una tensione rispetto alla questione del garantismo e al rapporto tra politica e giustizia. Ma dobbiamo avere il coraggio di dire che quando il parlamentare è in carica non è un cittadino comune ed è giusto prevedere delle forme di immunità. Aggiungo che non mi sono piaciuti nè il voto su Papa nè quello su Milanese perché ritengo che il fumus persecutionis sia una grande ipocrisia. D’altro canto c’è da dire che le regole attuali sono sbagliate perché in base ad esse la privazione della libertà personale di un soggetto viene affidata al calcolo politico tra i partiti.

E’ così difficile comprendere che la decisione sulla “privazione della libertà personale”, anche per i parlamentari, è affidata a un giudice, come per tutti i cittadini, mentre l’autorizzazione parlamentare all’arresto costituisce una ulteriore guarentigia, questa si di natura politica e partitica, che nulla ha a che vedere con la procedura penale che in uno stato di diritto dovrebbe essere egualmente applicata a tutti i cittadini? Sempre più convinto dei danni profondi dell’esporre menti evidentemente impreparate a Rothbard…

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3 responses to “Aporie radicali

  1. Roberto Zoccolan March 29, 2012 at 11:06 pm

    Mi scuso se fuori tempo, ma leggo solo ora. Se su parte del pezzo posso darti ragione, sulla parte riguardo l’inserimento della Minetti nelle liste di Formigoni, non hai colto il senso di quello che la Chirico voleva dire prima che Santoro la fermasse. Il vero scandalo, per un radicale, è che la Minetti sia stata inserita all’ultimo nella lista, cosa che avrebbe reso necessario raccogliere di nuovo tutte le firme. E’ paradossale che nessun partito agisca nel solco della legalità quando si tratta di presentare le liste alle elezioni, tanto che Formigoni e gli autenticatori del PdL sono accusati -dopo esposto radicale- di avere falsificato almeno 900 firme. Quindi il fatto che la Minetti abbia o meno a che fare con i letti di Berlusconi nulla ha a che fare con questo scandalo. Non è uno scandalo morale: è uno scandalo legale.

    • Niccolò Cavagnola March 30, 2012 at 8:58 am

      Ok, sono d’accordo, e la campagna sulle firme lombarde, portata avanti solo dai Radicali, ha il mio plauso e supporto incondizionato.
      Detto questo, devo dedurre che il fatto che si inseriscano in lista personaggi la cui unica qualifica è il fatto di concedersi al capo non fa alzare nemmeno un sopracciglio in campo radicale? Che tutto quello che non è “legale” non merita discussione perchè “morale” e quindi privato?
      Questo era il punto della mia critica: il fatto che la doverosa separazione legale/morale, mi sembra, venga considerata come sostanziale cancellazione della parte morale e chiusa lì.

      • robertozoccolan April 11, 2012 at 3:19 pm

        Sulle scelte individuali c’è pieno rispetto qualsiasi esse siano. Essendo scelte che poi devono passare al vaglio del voto, ci dovrebbe essere prima il passaggio legale e, poi, quello dell’approvazione o meno del demos. Sul fatto che manchi il passaggio einaudiano del “Conoscere per deliberare” -e quindi che poi certe scelte non vengano censurate- è un altro dei fondamenti dell’etica della politica radicale. Etica che assai spesso sfugge a chi non è interno al gruppo. Guarda, se volessimo ragionare di sociologia dei gruppi, passare un mese di studio a Torre Argentina sarebbe una fonte quasi infinita di materiale!

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