Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Articolo 18: miti, realtà e attenzione selettiva

Essendosi riacceso il dibattito sull’Articolo 18 e dal momento che, sembra, non si riesce a inserirlo in una dialettica scevra da ideologia (da una parte come dall’altra), riporto qualche dato su cui ragionare. Essendo la questione legata a doppio filo al tema dell’occupazione giovanile, può essere utile dare un’occhiata all’andamento degli aggregati da inizio anni ’90. La figura 1 mostra come, a partire dal c.d. “pacchetto Treu”, il tasso di occupazione giovanile (15-24 anni) non ha sostanzialmente subito variazioni da inizio anni ’90 fino allo scoppio della “grande crisi”. Il calo del tasso di disoccupazione, di cui tanto ci si è riempiti la bocca ad ogni novella spinta riformatrice che altro non faceva che accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano,  non è pertanto ascrivibile a un aumento dell’occupazione giovanile, e, di conseguenza, non è foriero di buone notizie in quanto all’efficacia delle riforme Treu (1997) e Biagi (2003).

Figura 1 – Dati Eurostat

Mentre esiste una correlazione statistica tra alti valori dell’EPL e una distribuzione dell’occupazione più sbilanciata verso la forza lavoro anziana (ad esempio trovata in Nickell), non è del tutto chiaro se una riduzione dell’EPL esclusivamente tramite una flessibilizzazione al margine permetta di ridurre lo svantaggio occupazione della forza lavoro più giovane rispetto a quella più anziana o se, in fin dei conti, ne aumenti solo la “precarietà”, prevalendo un effetto di sostituzione di contratti flessibili per quelli più rigidi. La Figura 2 sembra confortare questa lettura, mostrando come, dal 1997, la proporzione di lavoratori dipendenti tra i 15 e i 24 anni titolari di un contratto a termine sia passata dal 20% a oltre il 45% (trattasi comunque di sottostima, non venendo ricomprese situazioni del tutto particolari come le finte partite IVA).

Figura 2 – Dati Eurostat

Per quanto riguarda la “rigidità” (regolativa: le rigidità possibili sono molte e diverse, però nel dibattito italiano l’intera questione sembra essersi risolta in un dogmatico Articolo 18 sì/no), in Tabella 1 sono riportati i valori dell’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OECD per il 2008, per i 40 paesi monitorati dall’OCSE, nel suo valore Overall e disaggregato per le tre diverse componenti  (oridinati secondo l’indicatore Overall, dal paese più rigido al meno). Si nota come per l’indicatore “Overall employment protection” l’Italia si collochi nella parte alta della classifica della rigidità, pur non comparendo tra i primi posti. Si nota inoltre come la protezione dell’impiego “regolare” (full-time e a tempo indeterminato, dove di norma si applicherebbe l’Articolo 18) sia in realtà una delle più basse della classifica: l’Italia risulta 31esima su 40 paesi (classificati dal più rigido al meno), con un punteggio del tutto analogo a Irlanda, Nuova Zelanda e Danimarca. Dove l’Italia risulta avere una protezione più elevata della media sono le componenti Temporary employment (13esima su 40) e Collective dismissals (dove risulta addirittura prima per rigidità su tutti e 40 i paesi).

Tabella 1 – Dati OECD

L’indice EPL ovviamente è un indicatore sintetico che necessariamente sacrifica precisione a comparabilità. Posta la medio-bassa rigidità delle protezioni fornite dall’Articolo 18 secondo la classifica OECD è interessante chiedersi se vi possano essere altre caratteristiche del sistema istituzionale italiano che potrebbero aumentare i costi per le imprese provocati dalle regole sul licenziamento. Un candidato ovvio è il funzionamento della giustizia civile: pur in assenza di rigidità eccessive “in sè”, è più che probabile un aumento esponenziale delle rigidità, diciamo, “per sè”, una volta che l’Articolo 18 entri in interazione coi tempi infiniti della giustizia italiana. I dati di un recente paper della Banca d’Italia (Tav. 1, p. 13) suggeriscono come l’EPL potrebbe non tenere adeguatamente conto delle rigidità che vengono a crearsi nel momento in cui la legislazione a protezione dell’impiego venga a scontrarsi col processo di lavoro. In Tabella 2 sono riportate le durate medie per un processo civile di primo grado in quattro paesi europei. L’italia fa molto peggio delle altre tre anche nella sua ripartizione geografica più efficiente (non stupisce, pertanto, e pur trattandosi di casi limite, sentire con una certa regolarità storie come questa).

Tabella 2 – Elaborazioni Banca d’Italia

Pur esistendo problemi di occupabilità relativa tra giovani e anziani derivanti dalle regole sul licenziamento, il dibattito sull’Articolo 18 finisce per non toccare nemmeno una delle altre domande sul funzionamento del mercato del lavoro cui sarebbe necessario dare una risposta. Non essendo la forza (o, per lo meno, la principale) che tiene bloccati investimenti esteri o che limiti l’espansione dell’occupazione altrimenti florida, vi sarebbero altri problemi su cui dibattere: giustizia civile e capitale umano, per dirne due, probabilmente sul lungo termine decisamente più importanti, e che richiederebbero un’attenzione almeno pari, se non superiore, a quella rivolta all’Articolo 18.

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