Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

LA NASCITA DEI DIRITTI DI PROPRIETA’ MODERNI NELLA COMMON LAW DEL BASSO MEDIOEVO INGLESE

Il dividendo dell’Euro

In questo post si cerca di stimare approssimativamente il guadagno, in termini di minori interessi pagati, derivante dall’ingresso dell’Italia nell’Euro. Il cumulo dei minori interessi non pagati è stimato in termini nominali. In quest’altro post si cerca di rispondere alla critica sollevata dal prof. Piga riguardo al non considerare i minori interessi non pagati in termini reali, ma non vengono aggiornati i calcoli, cosa che si cerca di fare qui sotto.

Tenendo presenti tutti i non secondari caveat sottolineati nel post originale, qui sotto si riporta, tramite la stessa metodologia, l’andamento del tasso di interesse medio di Germania e Italia in termini reali (al netto dell’inflazione CPI, fonte OECD).

Image

Di seguito si riporta lo spread del costo medio del debito, e il dividendo, entrambi espressi sottraendo al tasso di interesse nominale il tasso di inflazione annuale, e utilizzando sempre la stessa metodologia del post originale.

spread

dividendoSempre tenendo conto di tutti i caveat possibili e della scivolosità dei controfattuali, il cumulo dei risparmi annuali dal 1997 al 2011, calcolati anno per anno in termini reali, assumendo che il differenziale con la germania sarebbe rimasto al livello del 1996, ammonta a circa 155 miliardi. Circa un quarto dei 630 miliardi nominali, ma comunque una cifra non disprezzabile.

Teoria dell’azione razionale

Pubblico l’introduzione alla mia tesi di laurea. E’ una semplice esposizione degli assunti metodologici che ritengo sia utile avere in mente facendo della sociologia (i.e., niente di nuovo), e si accoda ad altri post (qui e qui) della mia lillipuziana crociata personale a favore di una qualche forma di teoria dell’azione razionale in sociologia.

1. TEORIA DELL’AZIONE RAZIONALE

La prospettiva qui adottata si ispira all’individualismo metodologico di matrice weberiana [Weber 1980]. I sistemi sociali sono composti da individui e dalle relazioni e interazioni tra di essi. La spiegazione di un fenomeno sociale, pertanto, può essere ridotta alle azioni intenzionate dei singoli individui che lo producono [1] [Nozick 1997: 111]. Essendo il fenomeno sociale, risultato di un vasto numero di interazioni tra individui, la variabile che richiede di essere spiegata, è necessario partire da un modello di azione individuale piuttosto semplice [Coleman 1990: 18-19]. Nell’approccio qui adottato questo significa assumere gli attori all’interno del sistema come razionali, cioè come individui che perseguono razionalmente i propri fini dati dei vincoli esterni [2] [Farmer 1982: 189]. Il modello di attore razionale è un costrutto teorico, e quindi per sua natura astratto: ai fini della teoria non è necessario stabilire se descriva i reali meccanismi psicologici degli individui o se, semplicemente, ne descriva il comportamento empirico [3]. Un comportamento che può essere dedotto dalla serie di assiomi e postulati alla base della teoria dell’azione razionale è considerato razionale secondo la teoria, a prescindere che corrisponda effettivamente a un comportamento in linea con l’idea di razionalità comunemente intesa [4]. La teoria, pertanto, ha valore positivo e non normativo. Come riassunto da James Coleman, un modo di guardare alla teoria dell’azione razionale è «specificare che la teoria è costruita per un insieme di astratti attori razionali. Diventa perciò una questione empirica se una teoria così costruita può rispecchiare il funzionamento di reali sistemi sociali che involvano persone reali» [Coleman 1990: 18]. La teoria dell’azione razionale (d’ora in poi RAT, Rational Action Theory [5]) è anche definita Beliefs, preferences, and constraints model (BPC). Questa formulazione aiuta a esplicitare le componenti fondamentali della teoria, cioè credenze, preferenze e vincoli [6][Gintis 2012: 319].

Innanzitutto, alla base della teoria, vi è l’assunto di razionalità individuale. Seguendo James Coleman, il nocciolo di tale assunto si riduce a considerare gli individui come votati alla massimizzazione della propria soddisfazione o utilità: «questa concezione è basata sulla nozione che diverse azioni (o, in alcuni casi, diversi beni) abbiano una particolare utilità per l’attore ed è accompagnata da un principio di azione che può essere espresso dicendo che l’attore sceglie l’azione che massimizzerà l’utilità» [Coleman 1990: 14]. Formalmente, dati certi postulati, l’utilità di un individuo può essere rappresentata da una funzione di utilità [Farmer 1982: 185]. Una funzione di utilità non è altro che una relazione tra uno stato di cose del mondo relativo a una persona e la soddisfazione complessiva che tale stato di cose conferisce all’individuo. Il criterio della soddisfazione permette di comparare diversi stati del mondo che, di per sé, risulterebbero incomparabili: a esempio il rispetto di una scelta morale e l’acquisizione di un bene materiale di un certo valore [Stigler 1946: 13]. Questo stato di cose, argomento della funzione di utilità, può infatti includere le situazione più diverse: dal possesso e l’utilizzo di un determinato insieme di beni, a uno stato di relazioni personali soddisfacenti o meno, a una coerenza delle proprie convinzioni morali o ideologiche con lo stato del mondo esterno. Essendo la soddisfazione derivante dai diversi stati di cose l’oggetto della comparazione tra i risultati possibili di diverse scelte, stati del mondo così radicalmente differenti diventano comparabili, e pongono pertanto la base della scelta individuale. L’assunto centrale della teoria della scelta razionale è che gli individui tentano, dati i vincoli esterni, di massimizzare la propria funzione di utilità: si suppone, cioè, che il corso di azioni intrapreso da parte di un individuo sia quello di perseguire quello stato di cose in corrispondenza del quale la propria funzione di utilità raggiunga un massimo[7]. In questo modo è possibile modellare gli obbiettivi più diversi potenzialmente perseguibili da un attore sociale: come ironicamente illustrato da George Stigler, «una pigrizia attentamente pianificata può essere interpretata come la massimizzazione dell’obbiettivo di non lavorare; se non è pianificata, può essere vista come la simultanea massimizzazione dell’obbiettivo di non lavorare e di non pensare» [Ibidem].

La soddisfazione per uno stato di cose deriva dal fatto che gli individui hanno un insieme di preferenze, che descrive la soddisfazione derivante dalle diverse situazioni in cui possono di volta in volta trovarsi. Le preferenze stabiliscono la forma della funzione di utilità dell’individuo, cioè come gli stati di cose del mondo si rapportano con la sua soddisfazione o utilità. La teoria dell’azione razionale assume che tali preferenze siano complete, e siano internamente consistenti, godano cioè della proprietà della transitività [8]: se un individuo preferisce uno stato di cose A a uno stato di cose B, e preferisce lo stato B a uno stato C, se le preferenze sono coerenti si può dedurre che preferirà lo stato A allo stato C [9] [Becker 1962: 2]. Quanto richiesto dal principio di razionalità non ha nulla a che vedere col contenuto delle preferenze. Le preferenze individuali sono considerate un dato del problema di massimizzazione, e non sono pertanto considerate passibili di giustificazione razionale. Il filosofo scozzese David Hume, che, col suo Trattato sulla natura umana, scritto nel XVIII secolo, può essere considerato un precursore della RAT, esprimeva tale concetto recisamente:

non è contrario alla ragione preferire la distruzione del mondo intero per non graffiarmi un dito. Non è contrario alla ragione che io scelga di rovinarmi completamente per impedire il minimo dolore di un Indiano o di un completo sconosciuto. Né è contrario alla ragione preferire il bene che so essere minore a quello maggiore, e nutrire un’affezione più intensa per il primo invece che per il secondo [Hume 2001 : 823].

Le preferenze possono pertanto essere delle più varie [10], e lo specifico contenuto delle stesse nell’analisi di una situazione sociale è un’ipotesi cruciale formulata dal ricercatore. Relativamente all’azione sociale, spesso l’alternativa più rilevante che si presenta è se gli individui abbiano preferenze egoistiche o altruistiche. Nel primo caso si suppone che l’attore massimizzi la propria utilità senza tenere conto della soddisfazione delle persone con cui venga a interagire. Nel secondo si considera l’attore come ricavante utilità dall’utilità altrui: agire per aumentare la soddisfazione di terzi permette così di aumentare la propria [Becker 1976: 818-819]. L’argomento humeano è stato espresso in modo esplicito più di recente da Herbert Gintis:

[il modello dell’attore razionale] presuppone che le persone abbiano preferenze coerenti, ma non richiede che le preferenze siano egoistiche o materialistiche. Possiamo semplicemente mappare come le persone valutino l’onestà o la lealtà nello stesso modo in cui possiamo mappare come valutino il pollo fritto o i golfini di cashmere […] Le scelte individuali, anche se sono egoistiche (a esempio, consumo personale) non sono necessariamente volte al miglioramento del benessere. Nel senso del modello dell’attore razionale, può essere razionale fumare, fare sesso non protetto, e anche attraversare la strada senza guardare [Gintis 2012: 318-319].

Chiaramente è difficile immaginare individui caratterizzati da preferenze esclusivamente egoistiche o esclusivamente altruistiche. Un’ipotesi più realistica consiste nel considerare gli individui, almeno come ipotesi di lavoro, costituiti da preferenze orientate a un punto intermedio tra l’egoismo e la generosità limitata [Hume 2001: 977]. Questo significa considerare le azioni individuali orientate, normalmente, al miglioramento del proprio benessere, a prescindere del benessere di terzi, mentre orientate in senso altruistico solo nei confronti di una selezionata cerchia di individui. Utilizzando di nuovo le parole di Hume,

lungi dal pensare che gli uomini non abbiano alcuna affezione per tutto ciò che trascende loro stessi, ritengo che, sebbene sia raro incontrare qualcuno che ama una singola persona più che sé stesso; tuttavia è altrettanto raro incontrare qualcuno in cui tutte le affezioni gentili [11], unite insieme, non sorpassino completamente l’egoismo […]. Ogni persona ama sé stessa più di ogni altra, e nel suo amore per gli altri riserva il suo affetto principalmente ai parenti e ai conoscenti [ivi:: 963].

La teoria della scelta razionale assume, di norma, una certa stabilità delle preferenze individuali, anche su periodi temporali relativamente lunghi. In principio è possibile spiegare qualsiasi cambiamento sociale o istituzionale tramite cambiamenti delle preferenze tra i responsabili dello stesso [12]. Data, però, una certa regolarità empirica dei comportamenti umani in risposta a stimoli simili, appare più promettente, e attinente alla realtà dei fatti, cercare una spiegazione del cambiamento sociale incentrata sui cambiamenti nel comportamento di singoli individui con preferenze stabili, in risposta al cambiamento dei vincoli esterni (i constraint del modello BPC) [13] [Stigler e Becker 1977: 76-77].

Gli individui agiscono, nel tentare di soddisfare le proprie preferenze, vincolati da un ambiente esterno, che racchiude le possibilità di azione e interazione, e che restringe, perciò, i corsi di azione disponibili all’individuo [14] [Arrow 2012: 15]. L’ambiente esterno può essere considerato come l’insieme di tutte le risorse utilizzabili dagli attori razionali nel perseguimento dei propri fini e dal loro stato, ed è caratterizzato da una determinata distribuzione delle stesse. La situazione di partenza di un individuo è costituita dalla parte di risorse dell’ambiente esterno su cui abbia un certo grado di controllo. Tali risorse possono essere del tipo più vario, e corrispondere a reddito o ricchezza, informazione, particolari eventi, relazioni personali, istituzioni sociali, lo stato corrente della tecnologia, o il valore o prezzo degli oggetti presenti nel sistema [Coleman 1990: 28]. L’incontro tra le preferenze individuali e le risorse sotto il controllo dell’individuo determinano un sistema di scambio sociale, tramite cui le risorse controllate vengono utilizzate o scambiate nel perseguire i fini individuali [Homans 1958: 604-605]. Seguendo Max Weber, mentre le interazioni tra individui costituiscono una parte dinamica del sistema, costituito dagli scambi delle risorse sociali tra gli attori, le relazioni sociali, una volta instaurate, costituiscono un dato del sistema, e sono pertanto interpretabili come una risorsa dell’ambiente utilizzabile come oggetto di scambio sociale. Per relazione sociale, quindi, «si deve intendere un comportamento di più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di senso, e orientato in conformità. La relazione sociale consiste pertanto esclusivamente nella possibilità che si agisca socialmente in un dato modo (dotato di senso), quale che sia la base su cui riposa tale possibilità» [Weber 1980: 23-24]. Il diverso grado di controllo sulle risorse dell’ambiente fa sì che tra i singoli individui nascano delle interazioni, il cui intreccio e la cui eventuale persistenza concorrono a costituire il sistema sociale:

se gli attori controllano tutte quelle risorse che gli interessano, allora le loro azioni sono automatiche: questi esercitano meramente il loro controllo in un modo che soddisfi i propri interessi […]. Quello che crea un sistema sociale, in contrasto a un insieme di individui che esercitano indipendentemente il loro controllo sulle attività atte a soddisfare i propri interessi, è un semplice fatto strutturale: gli attori non sono pienamente in controllo delle attività che possono soddisfare i propri interessi, ma trovano alcune di queste attività parzialmente o completamente sotto il controllo di altri attori. [Le transazioni risultanti] non includono solo ciò a cui normalmente si pensa come scambio, ma anche una varietà di altre azioni che rientrano in un concetto più ampio di scambio. Queste includono tangenti, minacce, promesse, e investimenti di risorse. E’ tramite queste transazioni, o interazioni sociali, che le persone sono in grado di utilizzare le risorse sotto il proprio controllo, e in cui hanno poco interesse, per realizzare i propri interessi che risiedono in risorse controllate da altri attori [Coleman 1990: 29].

Ai fini della teoria è necessario considerare l’ambiente reale disponibile agli individui, e non un ipotetico ambiente ideale, disponibile nella mente del ricercatore con il senno di poi, ma invisibile o inesistente per gli individui oggetto d’analisi [15] [Demsetz 1969: 1]. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i vincoli informativi cui sottostanno gli attori [16], così come per lo stock di conoscenza (scientifica, tecnica o empirica) accumulato dalla società nel suo complesso [North 1981: 17]. La non disponibilità agli attori considerati di alternative fuori portata può aiutare a spiegare razionalmente l’esistenza, in passato, di istituzioni considerate oggi “irrazionali” (come il processo tramite ordalia, descritto nel paragrafo 1.1), e può fornire allo stesso tempo, in concorso con ulteriori cambiamenti dell’ambiente correlati, un’ipotesi sugli incentivi che possono portare gli attori a intraprendere un processo di cambiamento istituzionale (come nel caso della nascita del processo tramite giuria nella difesa dei diritti di proprietà, trattato nel paragrafo 1.3 e nel capitolo III).

L’ultima componente del modello BPC è costituita dalle credenze degli attori [Hedström 2006: 49]. Una credenza può essere considerata come l’insieme di proposizioni sul mondo che gli individui ritengono vere: «la credenza, some è spesso detto, “tende alla verità”, nel senso che le credenze sono il tipo di stati mentali che devono essere veri per far sì che la mente “si adatti” al mondo [17]» [Engel 2002: 57]. Le credenze, pertanto, costituiscono l’insieme delle teorie e dei modelli sul funzionamento del mondo che i soggetti prendono come vere: in questo senso costituiscono uno stato mentale in grado di orientare il comportamento individuale [North 1994: 48-49]. La formazione di credenze sul mondo è necessariamente influenzata dai vincoli informativi a cui è sottoposto l’individuo. Se una teoria sul mondo viene creduta in quanto in grado di spiegare il funzionamento della realtà, svolgerà la sua funzione solo finché i fatti del mondo non verranno a contraddirla [North 1981: 49; Hayek 1988: 51-52]. Vincoli informativi possono produrre un’immagine distorta degli stati del mondo, e quindi fornire supporto a una credenza errata, così da assicurarne la persistenza [Acemoglu et al. 2005: 424]. In ragione di ciò, gli individui hanno un incentivo ad acquisire informazioni sul mondo atte a migliorare le proprie credenze (nel senso di sostituire credenze vere a credenze false), così da avere un maggiore controllo sull’ambiente esterno [18] [Barro 1997: 264].

Il concetto di credenza qui utilizzato è soggettivo: ai fini della teoria dell’azione è importante capire le credenze, giuste o errate che siano, effettivamente in possesso dell’attore. Un importante genere di credenza soggettiva è costituito dalle ipotesi degli attori relative ai diversi possibili stati del mondo futuri. In situazioni caratterizzate da un certo grado di incertezza, in cui, cioè, gli esiti delle proprie azioni o i futuri stati del mondo non sono conosciuti con certezza, gli individui agiscono sulla base di ipotesi probabilistiche. In questo caso le credenze soggettive relative alla distribuzione di probabilità dei futuri stati del mondo diventano cruciali nel fornire la base per un’azione razionale. Dal momento in cui è la credenza individuale a fornire il movente per l’azione, non è necessario supporre che le credenze probabilistiche soggettive corrispondano alla probabilità oggettiva [19] dell’insieme di eventi possibili. Le ipotesi individuali sui possibili accadimenti futuri dipenderanno dalle informazioni in possesso dell’attore e, pertanto, più un evento sarà di interesse per un soggetto, più informazioni verranno acquisite intorno alle condizioni del suo accadimento [Coleman 1990: 103]. Per questi motivi, è ipotizzabile che le credenze soggettive sugli stati del mondo siano più vicine alla realtà dei fatti per gli eventi in cui gli attori hanno un diretto interesse:

l’asserzione che gli individui agiscono come se avessero assegnato delle probabilità personali a tutti i possibili eventi è un’ipotesi comportamentale, non una descrizione della psicologia individuale o l’asserzione che un individuo darà una risposta significativa a una domanda rispetto alla probabilità che assegnerebbe a un evento, ad esempio la continuazione della democrazia parlamentare nel Regno Unito. Se l’evento in questione non incide a sufficienza sulla sua vita, o, anche se lo fa, non incide sulla parte del suo comportamento soggetto al suo controllo, non vi è ragione per cui dovrebbe allocare un qualsiasi sforzo al crearsi un’opinione rispetto a tale questione, e darà senza dubbio una risposta alla buona. D’altra parte, se una parte importante del suo comportamento dipende dal fatto che la democrazia parlamentare continui nel Regno Unito o meno (nei termini del nostro esperimento ipotetico, se il premio o la perdita scatenata da questo risultato è sufficientemente grande), il formarsi un’opinione definita avrà valso lo sforzo [Friedman 2007: 84].

Lo studio della realtà sociale tramite il modello BPC, in conclusione, si risolve nell’applicazione dei sovraesposti criteri metodologici, dando vita a ciò che Karl Popper chiamava “logica della situazione” [20], cioè la convinzione secondo cui «le nostre azioni sono in larghissima misura spiegabili nei termini della situazione in cui si svolgono» [Popper 1996: 116]. Citando più ampiamente, la “logica della situazione”

è caratterizzata dal fatto di analizzare la situazione dell’uomo che agisce in modo sufficiente per spiegare l’azione sulla base della situazione, senza bisogno di sussidi psicologici. La “comprensione” oggettiva consiste nel vedere che l’azione corrispondeva oggettivamente alla situazione. In altri termini, la situazione è analizzata fino al punto in cui quei momenti che in un primo tempo sembrano psicologici, ad esempio i desideri, i moventi, i ricordi e le associazioni, sono trasformati in momenti della situazione. La persona che aveva questi o quei desideri si trasforma allora in una persona alla cui situazione appartiene il fatto di perseguire questi o quegli scopi oggettivi. E la persona che aveva questi o quei ricordi e associazioni diventa una persona della cui situazione fa parte il fatto che sia oggettivamente provvista di queste o quelle teorie, di questa o quell’informazione […]. La logica della situazione presuppone, in genere, l’esistenza di un mondo fisico in cui agiamo. Questo mondo contiene, ad esempio, sussidi fisici che stanno a nostra disposizione […]. Inoltre la logica situazionale deve anche presupporre l’esistenza di un mondo sociale, composto di altre persone, dei cui scopi noi conosciamo qualcosa (spesso non molto), e, inoltre, istituzioni sociali [Popper 1972: 121-122].

La logica situazionale riassume quindi le componenti del modello BPC (credenze, preferenze e vincoli), che vengono considerate come dati della situazione all’interno della quale l’individuo si trova a formulare le proprie decisioni in merito ai corsi di azione ottimali. Come già notato, adottare un metodo individualista non significa adottare una teoria dell’azione in cui istituzioni e norme sociali non esistano: piuttosto significa considerare dette istituzioni sociali come vincoli all’azione e risultato dell’aggregazione delle azioni individuali [21] [Eggertsson 1990: 4-6]. Il modello di cambiamento istituzionale fondato sulla logica della situazione può essere schematizzato con la cosiddetta Coleman’s Boat (figura 1.1). Le istituzioni sociali nel periodo t0 influiscono sull’ambiente dell’attore tramite la relazione 1, limitandone le possibilità di azione. Accanto agli altri vincoli ambientali esistenti a t0, tramite la relazione 2 influenzano le possibilità di azione nel successivo periodo t1. L’azione così vincolata tende, in interazione con le azioni degli altri attori  (parte dell’ambiente esterno), a produrre il cambiamento istituzionale, e quindi a determinare la forma delle istituzioni a t1, tramite la relazione 3. Le relazioni di tipo 1 e 3 descrivono, rispettivamente, movimenti da uno stato macro a uno micro, e da uno stato micro a uno macro, mentre la relazione 2 descrive il processo di azione razionale fondato sugli assunti sopra delineati. La transizione 1 descrive tutti quegli elementi che stabiliscono le condizioni iniziali vincolanti le azioni individuali: le sue preferenze, credenze, informazioni, le norme o istituzioni sociali, lo stato del mondo, le azioni altrui. La transizione 3 descrive invece le conseguenze dell’azione individuale: come si combina, interferisce o interagisce con quelle degli altri, concorrendo a creare un nuovo contesto, che nel successivo periodo t2 costituirà a sua volta parte delle condizioni iniziali [Coleman 1990: 11-12]. La linea tratteggiata, infine, descrive il passaggio dallo stato dell’istituzione da t0 a t1: il tratteggio sottolinea come la trasformazione sia mediata dalle interazioni individuali attraverso le relazioni 1, 2 e 3.

Figura 1.1

Coleman’s Boat

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[1] Come ha scritto Max Weber, «per l’interpretazione intelligibile dell’agire, a cui la sociologia aspira, queste formazioni [stato, società, azienda] sono invece semplicemente processi e connessioni dell’agire specifico di singoli uomini, poiché questi soltanto costituiscono per noi il sostegno intelligibile di un agire orientato in base al senso» [Weber 1980: 12].

[2] La teoria, come utilizzata nel presente lavoro, non è strettamente formale, cioè matematicamente orientata. Ciò non di meno, e pur perdendo potenza esplicativa, costituisce una solida base da cui possono essere tratte delle conclusioni. Vengono pertanto qui illustrati i principi a cui la spiegazione si ispira.

[3] Sempre secondo Weber, «un’interpretazione fornita di senso, per quanto evidente, non può come tale, e in virtù di questo carattere di evidenza, aspirare ad essere anche l’interpretazione causalmente valida. Essa rimane di per sé soltanto un’ipotesi causale particolarmente evidente […]. A base di processi esterni dell’agire che ci appaiono “eguali” o “simili” possono esservi, nell’individuo o negli individui che agiscono, connessioni di senso assai differenti» [Weber 1980: 9].

[4] Ammesso, e non concesso, che esista una visione condivisa di cosa costituisca un comportamento razionale.

[5] Si tendono ad etichettare come Rational Action Theory le teorie ispirate al principio di razionalità in campo sociologico, per distinguerle dalla Rational Choice Theory tipica della scienza economica [Goldthorpe 2006: 183].

[6] Peter Hedström, pur avanzando una teoria che vorrebbe distanziarsi dalla RAT, propone non di meno un modello basato sugli identici assunti, chiamato Desires, beliefs, opportunities (DBO) [Hedström 2006: 48-49]. A parte la terminologia, concettualmente identica, e l’intento, il modello risulta perfettamente compatibile con la RAT.

[7]Il principio di massimizzazione non è strettamente necessario: un individuo può voler tentare di minimizzare la soddisfazione relativa a un determinato obbiettivo, o porsi il compito di raggiungere solo una frazione del massimo raggiungibile. Includere tali ipotesi comportamentali nel semplice modello di massimizzazione non cambia la sostanza della teoria, e il criterio di massimizzazione viene pertanto utilizzato per semplicità [Stigler 1946: 13].

[8] Più precisamente il concetto di razionalità qui utilizzato richiede che le preferenze siano complete e transitive. Cioè che, in linea di principio, l’individuo sia in grado di stabilire una relazione di preferenza (o indifferenza) rispetto a una qualsiasi coppia di stati del mondo, e che tali relazioni di preferenza siano transitive [Buchanan 1954: 341; Arrow 2012: 13-19].

[9] Assumere razionalità a livello individuale non significa, tuttavia, che tale assunto resti necessariamente valido anche a livello sociale. Le scelte sociali, cioè le scelte risultanti dall’aggregazione di un insieme di scelte individuali, possono non conformarsi ai criteri sopra delineati, cioè completezza e transitività delle preferenze, pur se vi si conformano i singoli individui [De Scitovszky 1941: 88; 1942: 94; Buchanan 1954: 341; Arrow 2012: 59]. Solo ponendo delle determinate restrizioni rispetto alle possibili preferenze degli individui è possibile traslare senz’altro il principio di razionalità dal livello individuale a quello sociale [Becker 1962: 7; Arrow 2012: 74].

[10] Non si ritiene qui di fondamentale importanza, da un punto di vista metodologico, la distinzione, spesso sottolineata, tra gusti e valori [Marconi 2007: 155; Arrow 2012: 18]. Entrambe le categorie vengono qui considerate come sottotipi di preferenze.

[11] Nel senso di orientate altruisticamente: la traduzione italiana a cui si fa riferimento è stata leggermente modificata. Si riporta il passaggio originale: «So far from thinking, that men have no affection for any thing beyond themselves, I am of opinion, that tho’ it be rare to meet with one, who loves any single person better than himself; yet ’tis as rare to meet with one, in whom all the kind affections, taken together, do not over-balance all the selfish» [Hume 2001: 962].

[12] In tal caso rimarrebbe comunque da spiegare il cambiamento di preferenze [Aguiar e De Francisco 2002: 130].

[13] La stessa tesi può essere interpretata in senso strumentalista, cioè ritenendo possibile la spiegazione di un vasto numero di fenomeni sociali a partire dall’assunto di preferenze stabili, a prescindere dall’isomorfia di tali assunti con la realtà dei fatti, concentrandosi sulla validità empirica delle implicazioni derivabili dalla teoria [Becker 1962: 3-4]. Nonostante la preferenza personale per una posizione realista (come, a esempio, in Coleman [1990: 667]), si preferisce concentrarsi nel presente lavoro sulle implicazioni testabili della teoria, a prescindere da considerazioni filosofiche più generali.

[14] Con la terminologia utilizzata da Peter Hedström, «con opportunità, per come intendiamo qui il termine, si intende il “menu” delle azioni a disposizione dell’attore, ossia l’effettivo insieme di corsi d’azione alternativi che esistono indipendentemente dalle credenze che l’attore ha nei loro riguardi» [Hedström 2006: 49].

[15] Come scrive Harold Demsetz, facendo uso di modelli nello spiegare la realtà, si corre il rischio di confrontare «una norma ideale e un sistema istituzionale “imperfetto” realmente esistente. Questo approccio nirvana si differenzia considerevolmente da un approccio istituzionale comparativo, in cui la scelta rilevante è tra alternativi sistemi istituzionali reali» [Demsetz 1969: 1]. Tale appunto non consiste nel suggerire l’abbandono della spiegazione tramite modelli, ma nel suggerire l’utilizzo di modelli più realistici, che prendano in considerazione le reali opzioni degli individui, in luogo di etichettare come irrazionale ogni situazione reale che si distanzi eccessivamente da un modello eccessivamente astratto [Eggertsson 1990: 22-23].

[16] Opportunità o vincoli sconosciuti all’attore difficilmente potrebbero influenzarne il comportamento, a prescindere dall’eventuale utilità che potrebbe derivargliene: «sebbene le opportunità esistano indipendentemente dalle credenze soggettive, esse devono comunque essere note a chi agisce e, perciò, è possibile sostenere che la loro influenza si manifesti attraverso le credenze dell’attore» [Hedström 2006: 49].

[17] Con le parole di Paul Boghossian, «una credenza è un tipo particolare di stato mentale […]. Credere che Giove ha sedici lune, si può dire, è ritenere il mondo essere tale che in esso Giove ha sedici lune; o rappresentare il mondo come contenente un particolare corpo celeste con sedici lune; e così via» [Boghossian 2006: 10].

[18] Supponendo, nei termini del modello, che gli attori abbiano preferenze meglio soddisfabili al crescere del proprio controllo sull’ambiente.

[19] La probabilità oggettiva di un evento può essere considerata la reale frequenza relativa dello stesso all’interno di una sequenza di accadimenti [Popper 2010: 153, 181]. La probabilità soggettiva può essere considerata un’ipotesi o una stima relativa alla probabilità oggettiva di un determinato evento [ivi: 225-228].

[20] In campo sociologico la “logica della situazione” di ispirazione popperiana è stata accolta da alcuni autori all’interno della corrente di sociologia analitica, ad esempio in Coleman [1990: 5] e Goldthorpe [2006: 190].

[21] L’interazione tra soggetti collettivi e individuali, all’interno di una teoria dell’azione individualista, è così delineata da Max Weber: «l’interpretazione dell’agire deve riconoscere il fatto, di fondamentale importanza, che quelle formazioni collettive appartenenti al pensiero comune o al pensiero giuridico (o anche di altre discipline) sono rappresentazioni di qualcosa che in parte sussiste e in parte deve essere, le quali hanno luogo nelle menti di uomini reali (e non soltanto dei giudici e dei funzionari, ma pure del “pubblico”), e in base alle quali si orienta il loro agire – e che esse hanno, in quanto tali, un’importanza causale assai forte, e spesso addirittura predominante, per il modo in cui procede l’agire degli uomini reali» [Weber 1980: 13].

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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1980    Economia e società. Vol. I. Teoria delle categorie sociologiche, Milano, Edizioni di Comunità.

Cambiare ragione sociale?

Importante articolo del Manifesto:

1. L’Italia ha dovuto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione. Le banche non hanno nessun vincolo del genere.

Questo perchè le imprese se non pareggiano prima o poi portano i libri in tribunale. Gli stati sovrani no. Possono inanellare deficit anno dopo anno. Ad libitum.

2. Per eludere i pochi accordi esistenti (vedi Basilea), le banche possono cartolarizzare i loro attivi e spostarli nel sistema bancario ombra. Basterebbe quindi spostare metà del debito pubblico italiano in un sistema statale ombra, per avere per magia un rapporto debito/Pil al 60% e rientrare nei parametri di Maastricht.

L’Italia ha messo sotto il tappeto il possibile per limare i parametri di Maastricht. Mai sentito parlare di CDP e spa pubbliche?

3. Prima ancora, mentre gli Stati si sono impegnati al 60% di rapporto debito/il, molte banche europee lavorano tranquillamente e da anni con leve finanziarie superiori anche a 40 a 1, ovvero con debiti che sono il 4.000% del loro patrimonio.

Il PIL non misura il patrimonio del paese Italia. Volendo, comunque, anche l’Italia può raggiungere una leva di 40 a 1. Magari prima o poi ci arriviamo.

4. Secondo le nuove regole europee, se l’Italia non rispetta gli impegni va punita e multata. Nessuna banca responsabile della crisi ha ad oggi pagato un euro di multa.

Nemmeno l’Italia ha mai pagato multe per eccesso di deficit.

5. Le banche hanno ricevuto liquidità illimitata all’1% dalla Bce. Gli Stati per finanziarsi devono rivolgersi ai mercati, ai tassi decisi dagli speculatori. Per statuto, la Bce non può aiutarli.

Eppure lo sta facendo. Presente lo SMP?

6. Non è solo la liquidità della Bce. Le banche in difficoltà vengono inondate di soldi. Quanti aiuti europei sono diretti a contrastare la disoccupazione o sostenere il welfare? Il vertice di fine giugno ha previsto 120 miliardi di euro per tutta l’Ue, in gran parte soldi già stanziati. Bruscolini rispetto alle migliaia di miliardi ricevuti dalle banche dal 2008 a oggi.

I fondi strutturali europei servono esattamente a questo. L’Italia ha potuto tranquillamente buttarli nel gabinetto.

7. Soldi, aiuti e piani di salvataggio per le banche arrivano senza nessuna condizione, né a bloccare la speculazione, né su cosa finanziare (ad esempio le rinnovabili e non i combustibili fossili). Nel caso (molto più raro e difficile) in cui gli Stati ottengano qualche aiuto, al contrario, questo arriva a condizioni durissime, com’è avvenuto in Grecia nei mesi scorsi.

I fondi strutturali arrivano senza particolari condizioni.

8. Le banche possono immettere nel sistema quantità illimitate di denaro, in particolare grazie ai derivati, che oggi rappresentano oltre il 70% del circolante. Agli Stati aderenti all’euro è proibita l’emissione di denaro.

Sheer nonsense.

9. Da mesi stiamo combattendo per abbattere lo spread e ridurre il tasso sui titoli di Stato. Le banche il tasso se lo fissano da sole, manipolandolo all’occorrenza (per informazioni, rivolgersi alla Barclays).

Anche l’Italia ha manipolato i tassi per più di un decennio. E’ bastato entrare nell’EURO.

10. L’unico obiettivo degli Stati è quello di dare fiducia ai mercati e di compiacerli. Al contrario banche e finanza non hanno nessun vincolo e nessun impegno verso governi o cittadini. Devono unicamente massimizzare i propri profitti.

L’Italia fortunatamente non massimizza il profitto ma la pressione fiscale, anche questo senza nessun impegno verso i cittadini. Apriamo una bottiglia.

Pare che il sistema Italia tutto sommato funzioni già da parecchio tempo come una banca 2B2F. Forse è questa l’idea di finanza pubblica congegnale al nostro Baranes. Dove sta la provocazione?

Si stava meglio quando si stava peggio, o della persuasione anarco-libertaria

Incappo in un estratto di For a new liberty di Murray Rothbard, in cui si cerca di spiegare come, “naturalmente”, in una società senza stato, sboccerebbe una versione retribuitva della pena meno violenta di quella oggi applicata, e fondata sul concetto di risarcimento. A supporto di tutto ciò si cita come, nel paradiso alto-medioevale, prima che lo stato rimettesse le sue manacce nelle dispute tra individui, tale era il concetto di pena effettivamente venuto a stabilirsi. Riporto l’estratto:

In the libertarian world, however, the purpose of imprisonment and punishment will undoubtedly be different; there will be no “district attorney” who presumes to try a case on behalf of a nonexistent “society,” and then punishes the criminal on “society’s” behalf. In that world the prosecutor will always represent the individual victim, and punishment will be exacted to redound to the benefit of that victim. Thus, a crucial focus of punishment will be to force the criminal to repay — make restitution to — the victim. One such model was a practice in colonial America. Instead of incarcerating, say, a man who had robbed a farmer in the district, the criminal was coercively indentured out to the farmer — in effect, “enslaved” for a term — there to work for the farmer until his debt was repaid. Indeed, during the Middle Ages, restitution to the victim was the dominant concept of punishment. Only as the State grew more powerful did the governmental authorities — the kings and the barons — encroach more and more into the compensation process, increasingly confiscating more of the criminal’s property for themselves and neglecting the hapless victim. And as the emphasis shifted from restitution to punishment for abstract crimes “committed against the State,” the punishments exacted by the State upon the wrongdoer became more severe.

Se si resta alla storia dell’alto medioevo aglo-sassone, e se fossi un eminente storico (ed economista, e filosofo, e teorico politico) almeno quanto Rothbard, solleverei alcuni punti, basati sulla History of the english law before the time of Edward I di Pollock e Maitland (vol. I, pp. 51-53):

  • La versione retributiva della pena che andava per la maggiore nell’alto medioevo, e anche prima, era quella della faida familiare, e non del risarcimento monetario;
  • Anche in tale paradiso senza stato, i wrong-doers potevano essere riconosciuti “nemici della comunità” (questo concetto tanto metafisico e inesistente quanto presente nelle menti di ogni uomo in ogni era) e messi al di fuori della legge, oltre a essere tenuti a pagare una multa alla comunità la cui pace era stata turbata;
  • Fu lo stato centralizzato a imporre un risarcimento monetario in luogo delle disastrose faide familiari, prima come tariffario indicativo per facilitare accordi arbitrali (comunque facoltativi), poi come scala di risarcimento obbligatoria, permettendo la faida solo laddove il perpetratore della violenza si fosse rifiutato di risarcire;
  • Lo stato centralizzato venne in aiuto (certo non disinteressato) a coloro che non riuscivano, individualmente, a obbligare i wrong-doers a offrire il risarcimento consuetudinario: la minaccia di faida e il risarcimento avevano dei costi di enforcement non nulli, a seconda della forza relativa delle parti.

Ma forse sbaglierei.

Weber oltremanica

But if once we begin to say how the production and distribution of wealth ought to be carried on we can no longer confine our attention to facts about wealth. We have to decide how far wealth is desirable, we have to compare wealth with other desirable objects. We cannot say that laisser faire should be our rule until we are agreed upon subjects which are quite alien to the science of wealth. Our economists should make their choice, either they must give up talking about what ought to be, or they must take into consideration ethical and political doctrines on which the methods of the science of wealth throw no light. Of all our writers on political economy the most successful have been those who have most constantly kept in view the fact that when the economist begins to justify and condemn, he has passed the bounds of his own special science, he has become a moralist, and must behave as such.

Friederic William Maitland, A historical sketch of Liberty and Equality, p. 129

QUARS, PIL pro-capite e correlazioni probabili

La campagna Sbilanciamoci! ha prodotto l’ennesimo indicatore alternativo al PIL per misurare il benessere effettivo delle persone che, parrebbe, sarebbe difficilmente catturato dai freddi numeri della produzione complessiva annua. Con immancabile citazione di Bob Kennedy veniamo informati, in occasione dell’edizione 2011, come «che il PIL sia uno strumento inservibile per misurare il benessere e la qualità della vita, è un fatto acclarato. Lo si sapeva bene, in realtà, già alla fine degli anni ’60, quando Bob Kennedy dichiarava agli studenti dell’Università del Kansas che il PIL “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”». Dal 2004, quindi, abbiamo un nuovo indicatore per il benessere, il QUARS (Indice di qualità dello sviluppo regionale), basato su 41 indicatori alternativi al PIL, che puntano a sette dimensioni diverse: Ambiente; Economia e lavoro; Diritti e cittadinanza; Salute; Istruzione e cultura; Pari opportunità; Partecipazione. Tutto bene, è sempre utile avere un indicatore indipendente che misuri la qualità della vita indipendentemente dal PIL. Anche il QUARS però, come tanti fratelli indici “alternativi”, risulta incredibilmente correlato col valore del PIL pro capite per regione. Siccome, viene sostenuto, «alla base degli studi del Quars vi è la convinzione che la correlazione tra ricchezza economica, da un lato, e benessere sociale e sostenibilità ambientale, dall’altro, non sia affatto scontata e che sia invece urgente e necessario un approccio scientifico e culturale diverso per misurare la qualità  dello sviluppo nelle nostre regioni»,  in figura 1 è riportato lo scatter plot delle 20 regioni italiane: sulle ordinate il PIL pro-capite regionale (Contabilità nazionale, tramite I.Stat), mentre sulle ascisse il valore regionale del QUARS, entrambi i valori per il 2009. L’indice di correlazione lineare si attesta a un bel +0.903, ancora più elevato di quanto avevo trovato in un esercizio cross-country tra PIL pro-capite e Human Development Index. Quand’è che questi indicatori alternativi smetteranno di essere così ostinatamente correlati al PIL, quell’indicatore «inservibile per misurare il benessere e la qualità della vita»?

Figura 1

Articolo 18: miti, realtà e attenzione selettiva

Essendosi riacceso il dibattito sull’Articolo 18 e dal momento che, sembra, non si riesce a inserirlo in una dialettica scevra da ideologia (da una parte come dall’altra), riporto qualche dato su cui ragionare. Essendo la questione legata a doppio filo al tema dell’occupazione giovanile, può essere utile dare un’occhiata all’andamento degli aggregati da inizio anni ’90. La figura 1 mostra come, a partire dal c.d. “pacchetto Treu”, il tasso di occupazione giovanile (15-24 anni) non ha sostanzialmente subito variazioni da inizio anni ’90 fino allo scoppio della “grande crisi”. Il calo del tasso di disoccupazione, di cui tanto ci si è riempiti la bocca ad ogni novella spinta riformatrice che altro non faceva che accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano,  non è pertanto ascrivibile a un aumento dell’occupazione giovanile, e, di conseguenza, non è foriero di buone notizie in quanto all’efficacia delle riforme Treu (1997) e Biagi (2003).

Figura 1 – Dati Eurostat

Mentre esiste una correlazione statistica tra alti valori dell’EPL e una distribuzione dell’occupazione più sbilanciata verso la forza lavoro anziana (ad esempio trovata in Nickell), non è del tutto chiaro se una riduzione dell’EPL esclusivamente tramite una flessibilizzazione al margine permetta di ridurre lo svantaggio occupazione della forza lavoro più giovane rispetto a quella più anziana o se, in fin dei conti, ne aumenti solo la “precarietà”, prevalendo un effetto di sostituzione di contratti flessibili per quelli più rigidi. La Figura 2 sembra confortare questa lettura, mostrando come, dal 1997, la proporzione di lavoratori dipendenti tra i 15 e i 24 anni titolari di un contratto a termine sia passata dal 20% a oltre il 45% (trattasi comunque di sottostima, non venendo ricomprese situazioni del tutto particolari come le finte partite IVA).

Figura 2 – Dati Eurostat

Per quanto riguarda la “rigidità” (regolativa: le rigidità possibili sono molte e diverse, però nel dibattito italiano l’intera questione sembra essersi risolta in un dogmatico Articolo 18 sì/no), in Tabella 1 sono riportati i valori dell’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OECD per il 2008, per i 40 paesi monitorati dall’OCSE, nel suo valore Overall e disaggregato per le tre diverse componenti  (oridinati secondo l’indicatore Overall, dal paese più rigido al meno). Si nota come per l’indicatore “Overall employment protection” l’Italia si collochi nella parte alta della classifica della rigidità, pur non comparendo tra i primi posti. Si nota inoltre come la protezione dell’impiego “regolare” (full-time e a tempo indeterminato, dove di norma si applicherebbe l’Articolo 18) sia in realtà una delle più basse della classifica: l’Italia risulta 31esima su 40 paesi (classificati dal più rigido al meno), con un punteggio del tutto analogo a Irlanda, Nuova Zelanda e Danimarca. Dove l’Italia risulta avere una protezione più elevata della media sono le componenti Temporary employment (13esima su 40) e Collective dismissals (dove risulta addirittura prima per rigidità su tutti e 40 i paesi).

Tabella 1 – Dati OECD

L’indice EPL ovviamente è un indicatore sintetico che necessariamente sacrifica precisione a comparabilità. Posta la medio-bassa rigidità delle protezioni fornite dall’Articolo 18 secondo la classifica OECD è interessante chiedersi se vi possano essere altre caratteristiche del sistema istituzionale italiano che potrebbero aumentare i costi per le imprese provocati dalle regole sul licenziamento. Un candidato ovvio è il funzionamento della giustizia civile: pur in assenza di rigidità eccessive “in sè”, è più che probabile un aumento esponenziale delle rigidità, diciamo, “per sè”, una volta che l’Articolo 18 entri in interazione coi tempi infiniti della giustizia italiana. I dati di un recente paper della Banca d’Italia (Tav. 1, p. 13) suggeriscono come l’EPL potrebbe non tenere adeguatamente conto delle rigidità che vengono a crearsi nel momento in cui la legislazione a protezione dell’impiego venga a scontrarsi col processo di lavoro. In Tabella 2 sono riportate le durate medie per un processo civile di primo grado in quattro paesi europei. L’italia fa molto peggio delle altre tre anche nella sua ripartizione geografica più efficiente (non stupisce, pertanto, e pur trattandosi di casi limite, sentire con una certa regolarità storie come questa).

Tabella 2 – Elaborazioni Banca d’Italia

Pur esistendo problemi di occupabilità relativa tra giovani e anziani derivanti dalle regole sul licenziamento, il dibattito sull’Articolo 18 finisce per non toccare nemmeno una delle altre domande sul funzionamento del mercato del lavoro cui sarebbe necessario dare una risposta. Non essendo la forza (o, per lo meno, la principale) che tiene bloccati investimenti esteri o che limiti l’espansione dell’occupazione altrimenti florida, vi sarebbero altri problemi su cui dibattere: giustizia civile e capitale umano, per dirne due, probabilmente sul lungo termine decisamente più importanti, e che richiederebbero un’attenzione almeno pari, se non superiore, a quella rivolta all’Articolo 18.

Tre obiezioni classiche al relativismo

Riporto tre obiezioni, tutte varianti del self-defeating argument (che risale alla critica platonica – Teeteto, 171 a-c – e aristotelica – Metafisica, 1006 a-b – a Protagora), alla persuasione relativistica, tratte da Truth di Pascal Engel (pp. 142-3). Niente di nuovo, certo, ma in tempi di vattimismo imperante (imperdibile il sito “Filosofi precari.it, ovvero: l’unica maniera di resistere alla società neoliberale” – perchè il neoliberismo, si sa, rende il filosofo precario) e tremontismo di ritorno, meglio tenerli a portata di mano. Si sa mai.

  • Prima obiezione:

The best way to formulate it [the relativist thesis] is to note that for the relativist, two statements that contradict each other can both be true if they are made from a different perspective or point of view. Hence the following situation is possible:

(1) p (relative to my system, say S1)

(2) not p (relative to yours, say S2)

(3) hence: p(S1) and not p(S2) is true

But this claim is incoherent. For the very statement that p(S1) and not p(S2) can be true must itself be true relative to some system: p(S1) and not p(S2) (relative to S1). So relativism cannot even be stated.

  • Seconda obiezione:

A second objection concerns the meaning of p and not p, when it is said, in the manner of (3), that they can be contradictory, but nevertheless both true with respect to each system. The very possibility of sayung this supposes that we can understand these sentences and what they mean. But if their meaning depends upon their truth conditions, there must be something common to the two sentences, namely these truth conditions, and if these can be invariant, truth itself cannot vary so radically from context to context.

  • Terza obiezione:

A third and related objection is that relativism cannot be stated if it amounts to the thesis that:

(4) p is true relative to a person P or a community C iff P or C believes p.

But the fact that P or C believes p is either a relative affair (they believe p by their own lights, so to speak), or it isn’t. If it isn’t then there is no way to formulate the proposed condition. And if it is, then there is at least one absolute truth about what P or C believes.

It takes two to tango

Vengo citato da Sociospunti in merito a una discussione su “mercato come istituzione sociale”. Mentre mi sembra di poter concordare con le osservazioni generali relative al concetto di mercato come istituzione, mi trovo più lontano rispetto ad alcune considerazioni empiriche, in particolare con la seguente affermazione:

C’è stata la precisa volontà di smantellare lo Stato e l’etica pubblica, di promuovere la libertà individuale agli estremi limiti dell’opportunismo, di favorire le ricchezze in qualunque modo si creassero. Ed è così che oggi lo Stato e la politica si sono trovati disarmati ed impossibilitati ad agire di fronte ai meccanismi del mercato.

Quello che mi ha sempre imbarazzato rispetto a tali affermazioni è che tale “smantellamento” dello Stato a opera del “neoliberismo” è difficilmente riscontrabile nei dati. Non solo perchè il welfare state, come documentato da uno dei suoi più strenui difensori, Peter Lindert, è passato indenne anche il vaglio del periodo tatcherian-reaganiano (qui, p. 4: «On the average, the 21 core OECD countries slightly raised the share of social transfers in GDP, both across the Thatcher-Reagan 1980s and across the 1990s»), dimostrando di non essere quella endangered species secondo molti braccata dall’ondata “neoliberista” degli anni ’80. Ma anche perchè nella critica al cosiddetto neoliberismo strisciante che si starebbe insinuando tra le pieghe della società noto un profonda incoerenza: il liberismo viene criticato in quanto tenderebbe a smantellare lo Stato o renderlo sostanzialmente incapace di azione. E i disastri economici prodotti da tale non-itervento sarebbero palesi, ad esempio manifestandosi nella disastrosa debacle economico-finanziaria cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e di cui ancora portiamo la croce. Rispetto a tale argomento trovo piuttosto curioso che si attribuisca alla mancanza di interventismo la crisi dei mutui sub-prime o della finanza strutturata a essi legata. Come è possibile tacciare di non interventismo un governo come quello statunitense che, alla vigilia della crisi, controllava direttamente e indirettamente metà del mercato dei mutui immobiliari (tramite il portafoglio delle GSEs, le garanzie da queste sottoscritte, oltre alle garanzie fornite da agenzie federali quali la FHA)?

Sum of retained mortgage portfolio and mortgage backed securities outstanding for Fannie and Freddie (fonte: Econbrowser)

Che lo stato si fosse ritratto dalla gestione economica, lasciando che le sole forze di mercato si occupassero dell’andamento dell’economia, è semplicemente falso. Quanto è successo è invece molto peggio: la nascita di un mercato sì maggiormente deregolato, ma con una garanzia pubblica implicita ed esplicita rispetto al raccogliere eventuali cocci (sul ruolo delle GSEs nel mercato immobiliare e nelle ripercussioni di tale intervento sul mondo finanziario c’è Guaranteed to fail, di Acharia V. et al.). E’ evidente che una situazione del genere abbia poco a vedere con la disciplina di mercato richiesta da un ipotetico ideale “neoliberale”. E non è pertanto difficile concludere, come fa Jim Hamilton, che se metà mercato porta una esplicita garanzia pubblica, la restante metà privata godrà parimenti della stessa garanzia:

what forces caused the explosion of private participation in a much more reckless replication of the GSE game? A year ago, I suggested one possible answer– private institutions reasoned that, because the GSEs had developed such a huge stake in real estate prices, and because they were surely too big to fail, the Federal Reserve would be forced to adopt a sufficiently inflationary policy so as to keep the GSEs solvent, which would ensure that the historical assumptions about real estate prices and default rates on which the models used to price these instruments were based would not prove to be too far off. Is that the answer to the second question? I’m not sure. But if anybody has a better answer, I’d still like to hear it.

Come già il padre dell’economia politica moderna, Adam Smith, ne La ricchezza delle nazioni osservava (e come hanno ripreso Rajan e Zingales nel loro Saving capitalism from the capitalists), non bisogna confondere mercato con capitalismo: il capitalismo è possibile in assenza o con distorsioni di mercato, soprattutto in quei casi in cui lobby e oligopoli abbiano una leva eccessiva nei confronti dell’autorità pubblica. Esattamente come negli Stati Uniti, dove si è deciso di liberalizzare il settore finanziario e disegnare una regolazione che non è eccessivo definire come scritta sotto dettatura dei regolati, oltre a fornire una amplissima e generosissima garanzia pubblica.

Qui non si vuole tentare una “difesa” del mondo dell’investment banking, o del mercato a priori: si vuole semplicemente problematizzare quanto ritengo problematico, cioè una certa vulgata secondo cui una sorta di ondata “neoliberale” avrebbe eliminato lo Stato dalla vita economica, lasciando che le forze di mercato agissero incontrollate. D’altronde una cosa è una giusta critica a una retorica “neoliberale” che, nei fatti, di neoliberale ha mostrato ben poco, un’altra criticare politiche supposte “neoliberiste” che, di fatto, non vi sono state (non nell’estensione e nella drammaticità con cui vengono solitamente esposte), come fonte di tutti i nostri mali. Richiamando il titolo del post di Agnese Vardanega citato in incipit si può dire che più che “quando lo Stato non c’è, i mercati ballano”, it takes two to tango.

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