Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

I ricercatori e la riforma dell’università

Credo che da ricercatori in forze al CERN sarebbe  lecito attendersi un’analisi attenta e precisa della riforma Gelmini dell’università. Tanto più che ricercatori in contatto continuo con colleghi provenienti dalle migliori università europee dovrebbero avere un maggior numero di informazioni sui modelli di funzionamento delle università in Europa. E invece…

Al di là della continua identificazione dei tagli (e continue reintegrazioni anno per anno tramite finanziaria) all’FFO con la riforma Gelmini (identificazione che trovo semplicemente disonesta, trattandosi di questioni analiticamente e sostanzialmente distinte), i ricercatori del CERN lamentano: i) «un progetto che toglie ai giovani la possibilità di coniugare la programmazione del proprio futuro con il lavorare in un ambiente stimolante e stabile», riferendosi all’introduzione definitiva (dopo il tentativo della Moratti) della figura del ricercatore a tempo determinato; ii) il progetto che «subappalta le linee di ricerca a decisioni prese da un Cda in mano ai privati, che difficilmente sarà sensibile alle esigenze della ricerca di base». Per quanto riguarda il punto i), i ricercatori del CERN dovrebbero sapere che l’Italia (accanto all’Irlanda) è il paese europeo con la più alta proporzione di posizioni tenured all’interno delle università, e in cui la tenure, contrariamente al resto d’Europa, è prevista già per le posizioni entry (cioè i ricercatori), come è possibile rilevare grazie al database dell’European University Institute. Riguardo al punto ii), come riportato da Lorenzo Marrucci su LaVoce.info, negli ultimi 20 anni tutti i principali paesi dell’Unione Europea hanno introdotto riforme della governance universitaria che prevedono una composizione del consiglio di amministrazione (o dell’organo di governo d’ateneo) per la maggior parte esterna (quindi ben oltre il 40% previsto dal DDL Gelmini), il tutto, parrebbe, senza influire negativamente sulla ricerca di base.

Se si vuole criticare il disegno di riforma (come mi sembra criticabile, ma sulla base della sostanziale inutilità, non del disastro che ne potrebbe conseguire – è ancora attuale il monito del buon Perotti), sarebbe meglio farlo con argomenti reali e non con la retorica. Tanto più quando le critiche vengono da onorati membri della comunità accademica, da cui sarebbe lecito aspettarsi un livello di senso critico e di onestà intellettuale ben oltre la difesa scontata degli interessi di bottega.

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