Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: December 2010

Marchionne, la Camusso e l’America

Susanna Camusso, evidentemente (finalmente?) preoccupata della deteriorazione del sistema di relazioni industriali italiane, batte un colpo. Dopo essersi tagliata fuori dalla riforma del modello di contrattazione nel 2008, la CGIL tenta così di recuperare il terreno perso, spingendo sull’unico punto restato fuori dall’accordo e, storicamente, più vicino all’idea di rappresentanza propria della CGIL (ma, purtroppo, ortogonale a quella della CISL): le regole sulla rappresentatività sindacale. Mentre un sistema di regole precise (magari recepite dalla legge) sul sistema di rappresentanza sindacale (sul modello del Wagner Act o analogo a quanto recentemente introdotto in Francia) è certamente condivisibile all’interno di quei sistemi di relazioni industriali largamente pluralisti (come, appunto, gli Stati Uniti, la Francia e, non da ultimo, con  livelli di concentrazione variabili nel corso del tempo, l’Italia), resta da chiedersi se, dopo il sostanziale suicidio della CGIL con la mancata firma dell’accordo quadro del 22 gennaio 2008, una rinnovata prassi concertativa possa essere nuovamente appetibile alle associazioni degli imprenditori. In particolare le prassi concertative risultano utili a entrambe le parti (sindacale e imprenditoriale) in due condizioni: vi è un supporto e un indirizzo da parte dello Stato, con fini di regolazione economico-sociale, alla cooperazione delle parti (di solito tradotto nell’efficacia erga omnes dei termini degli accordi raggiunti privatamente tra tutte le parti sociali, in cambio di misure di welfare o di regolazione del mercato – si veda l’esperienza Belga o Olandese); le parti ritengono avrebbero più svantaggi da una situazione di assenza di accordo rispetto a una in presenza. Ovviamente senza una minaccia reale di slittamento salariato incontrollato da parte dei sindacati, o senza una volontà politica precisa mirata a sostenere tale sistema di regolazione sociale non vi sarebbe particolare convenienza da parte delle imprese nell’entrare in un sistema di tipo neo-corporativo. Tornando all’Italia, mentre la prima condizione non si è mai verificata, se non in modalità saltuarie e particolari (nè ad oggi il governo sembra attratto dalla promozione di un sistema concertativo nazionale, nè da un obiettivo di unità sindacale in teoria ad esso necessario: vi è invece un supporto di prassi micro-concertative, al limite del lasciare lo Stato fuori dalla regolazione delle condizioni minime di funzionamento del mercato del lavoro in favore delle parti sociali), la seconda opzione risulta praticabile solo ed esclusivamente in sistemi a sindacati e organizzazioni imprenditoriali “forti”. Con “forti” non mi riferisco solo a questioni di forza numerica (densità sindacale), ma alla capacità disciplinare delle organizzazioni confederali sui propri membri. Se la mancanza di un accordo comporta una situazione di conflittualità permanente, mentre un accordo con le associazioni più rappresentative dovesse comportare pace sociale e un clima adatto all’innovazione e alla crescita produttività (oltre, ovviamente, a una dinamica salariale più contenuta), in tal caso accordi a livelli più elevati potrebbero essere cercati attivamente anche dalle associazioni imprenditoriali (esempio storico è il caso svedese, in cui una accentuata centralizzazione delle relazioni industriali è avvenuta a inizio ‘900 su impulso delle associazioni datoriali). Se, in presenza o assenza di accordi la conflittualità, l’assenteismo o quant’altro dovessero rimanere presumibilmente agli stessi livelli, un accordo introdurrebbe esclusivamente maggiori rigidità per le imprese senza vantaggi compensativi in grado di eliminare o superare tali costi. Prescindendo dalla Confindustria, può la CGIL offrire oggi tali condizioni di pace sociale con una certa sicurezza, magari in cambio di un sistema di rappresentanza che andrebbe ad avvantaggiare il sindacato maggioritario nel paese? Ho i miei dubbi. L’evidenza storica non sembra andare in tale direzione, nè esistono indizi in merito all’eventuale capacità della Camusso di “normalizzare” la FIOM, portando le strutture confederali a una effettiva capacità di controllo delle sottoposte associazioni di categoria (oggi Cremaschi ha dichiarato che «l’accordo di Mirafiori è il più grave atto antidemocratico verso il mondo del lavoro dai tempi del fascismo»). Insomma, la firma dell’accordo del 2008 potrebbe effettivamente essere stata l’ultima possibilità per riformare le relazioni industriali italiane sul modello corporativo europeo: e se l’America si fa più vicina può non essere semplicemente colpa (o merito) di Marchionne.

Update 04/01/2011: segnalo un articolo da Phastidio.net sulla stessa linea, in cui si mette in luce il grande assente della discussione: la politica. Non solo il governo ha giocato da subito a favore di un accordo senza il principale sindacato italiano, ma, con l’appalto della redazione del nuovo Statuto dei lavori direttamente alle parti sociali, pare essersi definitivamente tirato fuori dal compito propositivo di creare le nuove regole del gioco, se non contro alle associazioni di rappresentanza, almeno tentando di porre obiettivi politici più generali. Nè dai maggiorenti dell’opposizione sembrano venire idee innovative, forse troppo impegnati in una gara all’appiattimento su Marchionne. Unica speranza le donchisiottesche battaglie degli Ichino e colleghi nel tentare di riportare del senso al ruolo della politica e del parlamento.

Scalfari e la “Teoria cospiratoria della società”

Mi è capitato sott’occhio uno dei lunghi editoriali domenicali di Eugenio Scalfari (che, quando capita Repubblica sotto mano, leggo avidamente, curioso di monitorare i picchi di vanagloria raggiunti dal personaggio), relativo alle recenti turbolenze finanziarie in casa Euro. Il contenuto in sè non è problematico: semplicemente Scalfari, come al solito, non ha idea di cosa stia parlando, ma con un’abile prosa tenta di convincere il lettore esattamente del contrario (cfr. la supponenza del preambolo all’articolo: «In alcuni casi queste diversità sono dovute ad una scarsa conoscenza dei meccanismi operativi della speculazione e degli obiettivi che essa si propone». Meccanismi, non possiamo che supporre, che Scalfari conosce a meraviglia). La cosa sinceramente fastidiosa (e preoccupante, vista la recente recrudescenza di quel fenomeno di fanta-scemenza collettiva di critica del signoraggio) è l’ennesima riproposizione di quel modo di pensare che Karl Popper etichettava come “teoria cospiratoria della società”. Riporto, tratto dal classico “La società aperta e i suoi nemici“, Vol. 2, pp. 113-114, l’esposizione per sommi capi della stessa teoria, ove viene messa in luce l’origine, in ultima analisi religiosa, di tale mind-set:

Illustrerò brevemente una teoria che è largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo “la teoria cospiratoria della società”. Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rilevato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo.

Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. Questa teoria ha molti sostenitori ed è anche più antica dello storicismo (che, come risulta dalla sua forma teistica primitiva, è un derivato della teoria della cospirazione). Nelle sue forme moderne esso è, come lo storicismo moderno e come un certo atteggiamento moderno nei confronti delle “leggi naturali”, il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa. La credenza negli dèi omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia è morta. Gli dèi sono stati abbandonati. Ma il loro posto è occupato da uomini o gruppi potenti – sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo – come i famosi saggi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti, o gli imperialisti. […]

Cospirazioni avvengono, bisogna ammetterlo. Ma il fatto notevole che, nonostante la loro presenza, smentisce la teoria della cospirazione, è che poche di queste cospirazioni alla fin fine hanno successo. I cospiratori raramente riescono ad attuare la loro cospirazione.

Quello contro cui si scontrano le paure di Scalfari è in realtà la croce e la delizia delle scienze sociali. Per riprendere ancora una volta Popper: «Bisogna iconoscere che la struttura del nostro ambiente sociale è, in un certo senso, fatta dall’uomo; che le sue istituzioni e tradizioni non sono il lavoro nè di Dio nè della natura, ma i risultati di azioni e decisioni umane, ed alterabili da azioni e decisioni umane. Ma ciò non significa che esse siano tutte coscientemente progettate e spiegabili in termini di bisogni, speranze e moventi. Al contrario, anche quelle che sorgono come risultato di azioni umane coscienti e intenzionali sono, di regola, i sottoprodotti indiretti, inintenzionali e spesso non voluti di tali azioni» (p. 112). Uno degli esempi più spesso citati riguarda il comportamento delle imprese su un mercato non concorrenziale, e rientra nella categoria di azioni “non-logiche” (discrasia tra fini individuati soggettivamente e fini realizzati oggettivamente) individuata da Pareto. L’obiettivo delle imprese è ottenere un profitto: se esistono delle rendite sul mercato (come in una situaziona di oligopolio) un’impresa, a meno di creare un cartello, per vendere più dei concorrenti può abbassare i prezzi nel tentativo di scavalcare le altre imprese e vendere una quantità maggiore di prodotto. Le altre imprese, vedendo ridursi le vendite, seguiranno lo stesso comportamento, pena l’uscita dal mercato: così facendosi concorrenza sui prezzi il risultato è che i profitti verranno azzerati per tutti, contrariamente alla volontà iniziare dei singoli imprenditori. Insomma: non è possibile prevedere lo stato futuro di un sistema semplicemente a partire dalle preferenze (o dalla volontà) del singolo individuo, a prescindere dal sistema di interazioni che viene a crearsi tra i componenti del sistema sociale stesso (ad esempio gli scambi sul mercato di un aggregato di imprese che tentino di massimizzare il profitto individualmente). Analogamente è difficile immaginare i sistemi sociali come integralmente deterministici. Mentre è possibilie individuare una parte sistematica dei meccanismi sociali sottostanti (che è quello che si tenta effettivamente di spiegare nelle scienze sociali), le realizzazioni effettive sottostanno comunque a una componente di aleatorietà, impossibile da prevedere anche nelle ripetute colazioni segrete dei CEO di JP Morgan, Bank of America, Goldman Sachs etc. (e che questo sia dovuto alla natura intrinsecamente stocastica dei processi sociali o alla nostra ignoranza in merito alle condizioni di partenza di tali processi è, allo stato delle conoscenze attuali, come nota Maurizio Pisati, questione che ha più a che vedere con la metafisica che non con la scienza – a meno di attribuire al circolo “dei 9” capacità oltre-umane). Di sicuro si può trovare qualcosa di meglio delle teorie complottiste di derivazione vetero-marxista per rilanciare un pensiero di sinistra sempre più in affanno.

Protesta studentesca e identità collettiva

“Quello che noi volevamo dire è che siamo un esempio di merito, noi forse siamo l’ultima generazione che forse accede a un sistema meritocratico”. Così (intorno al minuto 16) uno degli studenti di Pisa intervenuto ad Annozero giovedì scorso. Il che, involontariamente, aiuta a capire le reali ragioni della protesta: non contro la riforma Gelmini, ma a qualunque tipo di riforma, perchè l’università così com’è ci piace abbastanza. Dopotutto, se chiniamo la fronte quel tanto che basta, prima o poi baronetti ci diventiamo anche noi: perchè disfare tutto questo sistema che così come è, è bellissimo: le tasse degli operai a finanziare gli studi semi-gratuiti dei figli dei dottori, e un sistema baronale e corporativo in grado di gestire gli ingressi e i dipartimenti secondo criteri politici (il corporativismo politico e non il merito, insomma, come strumento per assicurare l’eguaglianza di classe – notare la rivendicazione dell’aver cacciato i “figli dei dottori”, meritevoli o meno, per far posto ai figli degli impiegati). Accanto alla giovane (applaudita, intorno al minuto 6) che considera la ricerca applicata come “vendersi” al Diavolo Capitalista (citando maldestramente il caso di Natta che, duole dirlo, come giustamente ricordato da Castelli, sviluppò la ricerca applicata relativa alle materie plastiche in collaborazione con la Montedison), il merito della protesta risulta più definito, e cioè di matrice integralmente ideologica.

Come spiegare una mobilitazione così ampia e radicale? Innanzitutto è bene ricordare come, spulciando i comunicati delle varie rappresentanze studentesche, non vi sia alcuna comprensione dei reali contenuti del DDL (a esempio uno studente ad Annozero affermava che il DDL Gelmini ABOLIVA le borse di studio), vengano inventate addirittura misure non presenti nella legge (un’altra studentessa dichiarava candidamente che il Fondo per il merito andava a sostituire il meccanismo di diritto allo studio esistente), o si stigmatizzino provvedimenti effettivamente presenti come dannosi, senza badare alla loro presenza in sistemi universitari ben più produttivi ed egualitari nel resto del mondo. Rispetto alle mobilitazioni collettive ritengo sia giusto correggere la posizione Olsoniana del free-riding nel produrre beni pubblici quel tanto che basta, inserendo nella funzione di utilità individuale la partecipazione collettiva (togliendola, almeno parzialmente, dalla parte dei costi e considerandola un utile – presumibilmente caratterizzata da una utilità marginale decrescente da un certo punto in avanti). Perchè la partecipazione collettiva dovrebbe portare un’utilità e non essere considerata semplicemente un costo o una perdita di tempo? Come già supposto da Simmel, e come confermato dagli studi di psicologia sociale, l’identità personale è in buona parte sociale: è l’affiliazione a determinati gruppi, contrapposti a determinati altri, a fornire stabilità al “chi siamo”. Disporre di un’identità stabile può pertanto tranquillamente essere considerato un bene di un certo valore. E nel costruire tale identità sociale è necessaria un minimo di partecipazione e condivisione (se i benefici marginali sono decrescenti tale partecipazione non sarà necessariamente continuativa, ma avverrà fino a raggiungere il costo opportunità di una ulteriore unità di partecipazione). Come ipotizzato da Pizzorno [1], qualora manchi una identità collettiva stabile e riconosciuta, nel momento in cui si creino le condizioni per una protesta (a esempio dei ricercatori nei confronti di un DDL) è possibile avere una elevata partecipazione identitaria (non stupisce ipotizzare una mancanza e quindi una forte richiesta di identità collettiva “giovanile” visti i livelli di sostanziale esclusione esistenti in Italia). Ci si deve quindi chiedere quali possano essere le preferenze aggregate degli studenti in rivolta. Visto che la richiesta si risolve sostanzialmente nel mantenimento dello status quo, è ipotizzabile che quanti protestino non si sentano attualmente esclusi dal sistema universitario e dai suoi meccanismi (tanto più che non sembrano ritenersi in particolar modo insoddisfatti nè del livello della ricerca nè della didattica). L’università Italiana, per quanto semi-gratuita, è tutto fuorchè egualitaria: come riportato da Perotti appena l’8% del quintile più povero accede all’istruzione terziaria, cifra analoga a sistemi altrettanto semi-gratuiti (Francia, Germania), ma, sorprendentemente inferiore al 13% dei tanto in-egualitari Stati Uniti! Non è quindi una possibilità tanto remota che la protesta coinvolga fattori sostanzialmente ideologici (da parte degli studenti, corporativi da parte degli insiders), fondata cioè su quei valori non-negoziabili (la gratuità, il controllo pubblico, la separazione dal mondo dell’economia, la supremazia della ricerca di base, lo scollamento da meccanismi concorrenziali) difesi a prescindere dai risultati reali prodotti (cioè il finanziamento a studenti di ceto medio-alto dell’università gratuita con le tasse dei lavori dipendenti – dai più ai meno benestanti – e un meccanismo di promozioni staccato, in un gran numero di casi, da considerazioni di merito). Questo in quanto la maggioranza degli studenti in protesta, dato un profilo di classe medio-elevato, non avrebbe granchè da guadagnare da una riforma fondata su concorrenzialità e autonomia (fatto probabilmente anche correlato alla magra utilità del titolo di studio in Italia rispetto alla più importante influenza delle risorse materiali e sociali delle famiglie di provenienza); il che spiegherebbe le preferenze ostili a una riforma seppur marginalmente meritocratica e il peso preponderante di fattori ideologici e valoriali; la ricerca di una identità collettiva riconosciuta, accanto all’occasione di mobilitazione fornita dalle componenti interne all’università, invece, spiegherebbe la partecipazione effettiva.

[1] Non trovo convincente, in reltà, l’ipotesi di Pizzorno nella sua interezza. In particolare trovo problematico l’identificazione complessiva dei meccanismi di formazione delle preferenze e la partecipazione collettiva stessa. La teoria, infatti, non spiega perchè un attore dovrebbe partecipare a un determinato movimento collettivo, dal momento che le prefernze si formerebbero solo nella partecipazione stessa. Questo non fa altro che spostare indietro di un gradino la spiegazione rispetto all’approccio rational choice tanto criticato da Pizzorno: a meno di non assumere che la partecipazione ai movimenti sia interamente casuale è necessario postulare delle preferenze già costituite negli individui, che li spingano a partecipare effettivamente nel cercare di stabilire un’identità più solida. Ma questo non si sposterebbe minimamente dalla possibilità di spiegazione della teoria dell’azione razionale con preferenze esogene.

Una riforma minimalista

Leggo oggi che il DDL Gelmini, come uscito da Senato, all’Articolo 5, comma 5 recita: «il Governo si attiene al principio e criterio direttivo dell’attribuzione di una quota non superiore al 10 per cento del fondo di funzionamento ordinario correlata a meccanismi di valutazione delle politiche di reclutamento degli atenei, elaborati da parte dell’ANVUR». Fin’ora mi era sfuggita l’imposizione di un tetto superiore alla quota del FFO da distribuirsi secondo criteri di merito (ero rimasto fermo alla versione originaria, che prevedeva un regolamento successivo senza porre limiti inferiori o superiori). Insomma, rispetto al DL 180/2008 si prevedono tre miseri punti percentuali in più, tra l’altro come limite superiore inderogabile. Tanto più che una quota tra il 7 e il 10% di FFO distribuito su base competitiva (pur su criteri differenti) era già stata raggiunta nel periodo 1997-2003, senza bisogno di ulteriori norme di legge. Come rimarcato ancora una volta da Roberto Perotti oggi sul Sole 24 Ore, possiamo riformare la governance, il reclutamento, gli accreditamenti e quant’altro ci pare e piaccia, ma finchè non viene cambiata la struttura degli incentivi complessiva ogni riforma è sostanzialmente inutile quando non dannosa. Tanto più che il continuo e grottesco rimando nella messa in funzione dell’ANVUR non fa che accumulare ritardo a ritardo, rimandando a un domani sempre più lontano gli effetti visibili di una qualisasi riforma.

La riforma strutturale tanto sbandierata dal Governo quindi non c’è: vi è una riforma minimalista che sterza in minima parte nella giusta direzione, senza però toccare i nodi veri, e spingere l’università italiana verso quel misto di autonomia e concorrenza che pare faccia tanto bene alla ricerca accademica. L’ottimismo di Francesco Giavazzi espresso oggi sul Corriere della Sera non mi sembra pertanto condivisibile. Altrettanto meno condivisibili mi sembrano le proteste provenienti dal mondo della ricerca e degli studenti, che non toccano nemmeno di striscio i reali problemi sul piatto, nè propongono vie efficaci per una università (sostanzialmente) nuova.