Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Una riforma minimalista

Leggo oggi che il DDL Gelmini, come uscito da Senato, all’Articolo 5, comma 5 recita: «il Governo si attiene al principio e criterio direttivo dell’attribuzione di una quota non superiore al 10 per cento del fondo di funzionamento ordinario correlata a meccanismi di valutazione delle politiche di reclutamento degli atenei, elaborati da parte dell’ANVUR». Fin’ora mi era sfuggita l’imposizione di un tetto superiore alla quota del FFO da distribuirsi secondo criteri di merito (ero rimasto fermo alla versione originaria, che prevedeva un regolamento successivo senza porre limiti inferiori o superiori). Insomma, rispetto al DL 180/2008 si prevedono tre miseri punti percentuali in più, tra l’altro come limite superiore inderogabile. Tanto più che una quota tra il 7 e il 10% di FFO distribuito su base competitiva (pur su criteri differenti) era già stata raggiunta nel periodo 1997-2003, senza bisogno di ulteriori norme di legge. Come rimarcato ancora una volta da Roberto Perotti oggi sul Sole 24 Ore, possiamo riformare la governance, il reclutamento, gli accreditamenti e quant’altro ci pare e piaccia, ma finchè non viene cambiata la struttura degli incentivi complessiva ogni riforma è sostanzialmente inutile quando non dannosa. Tanto più che il continuo e grottesco rimando nella messa in funzione dell’ANVUR non fa che accumulare ritardo a ritardo, rimandando a un domani sempre più lontano gli effetti visibili di una qualisasi riforma.

La riforma strutturale tanto sbandierata dal Governo quindi non c’è: vi è una riforma minimalista che sterza in minima parte nella giusta direzione, senza però toccare i nodi veri, e spingere l’università italiana verso quel misto di autonomia e concorrenza che pare faccia tanto bene alla ricerca accademica. L’ottimismo di Francesco Giavazzi espresso oggi sul Corriere della Sera non mi sembra pertanto condivisibile. Altrettanto meno condivisibili mi sembrano le proteste provenienti dal mondo della ricerca e degli studenti, che non toccano nemmeno di striscio i reali problemi sul piatto, nè propongono vie efficaci per una università (sostanzialmente) nuova.

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