Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Protesta studentesca e identità collettiva

“Quello che noi volevamo dire è che siamo un esempio di merito, noi forse siamo l’ultima generazione che forse accede a un sistema meritocratico”. Così (intorno al minuto 16) uno degli studenti di Pisa intervenuto ad Annozero giovedì scorso. Il che, involontariamente, aiuta a capire le reali ragioni della protesta: non contro la riforma Gelmini, ma a qualunque tipo di riforma, perchè l’università così com’è ci piace abbastanza. Dopotutto, se chiniamo la fronte quel tanto che basta, prima o poi baronetti ci diventiamo anche noi: perchè disfare tutto questo sistema che così come è, è bellissimo: le tasse degli operai a finanziare gli studi semi-gratuiti dei figli dei dottori, e un sistema baronale e corporativo in grado di gestire gli ingressi e i dipartimenti secondo criteri politici (il corporativismo politico e non il merito, insomma, come strumento per assicurare l’eguaglianza di classe – notare la rivendicazione dell’aver cacciato i “figli dei dottori”, meritevoli o meno, per far posto ai figli degli impiegati). Accanto alla giovane (applaudita, intorno al minuto 6) che considera la ricerca applicata come “vendersi” al Diavolo Capitalista (citando maldestramente il caso di Natta che, duole dirlo, come giustamente ricordato da Castelli, sviluppò la ricerca applicata relativa alle materie plastiche in collaborazione con la Montedison), il merito della protesta risulta più definito, e cioè di matrice integralmente ideologica.

Come spiegare una mobilitazione così ampia e radicale? Innanzitutto è bene ricordare come, spulciando i comunicati delle varie rappresentanze studentesche, non vi sia alcuna comprensione dei reali contenuti del DDL (a esempio uno studente ad Annozero affermava che il DDL Gelmini ABOLIVA le borse di studio), vengano inventate addirittura misure non presenti nella legge (un’altra studentessa dichiarava candidamente che il Fondo per il merito andava a sostituire il meccanismo di diritto allo studio esistente), o si stigmatizzino provvedimenti effettivamente presenti come dannosi, senza badare alla loro presenza in sistemi universitari ben più produttivi ed egualitari nel resto del mondo. Rispetto alle mobilitazioni collettive ritengo sia giusto correggere la posizione Olsoniana del free-riding nel produrre beni pubblici quel tanto che basta, inserendo nella funzione di utilità individuale la partecipazione collettiva (togliendola, almeno parzialmente, dalla parte dei costi e considerandola un utile – presumibilmente caratterizzata da una utilità marginale decrescente da un certo punto in avanti). Perchè la partecipazione collettiva dovrebbe portare un’utilità e non essere considerata semplicemente un costo o una perdita di tempo? Come già supposto da Simmel, e come confermato dagli studi di psicologia sociale, l’identità personale è in buona parte sociale: è l’affiliazione a determinati gruppi, contrapposti a determinati altri, a fornire stabilità al “chi siamo”. Disporre di un’identità stabile può pertanto tranquillamente essere considerato un bene di un certo valore. E nel costruire tale identità sociale è necessaria un minimo di partecipazione e condivisione (se i benefici marginali sono decrescenti tale partecipazione non sarà necessariamente continuativa, ma avverrà fino a raggiungere il costo opportunità di una ulteriore unità di partecipazione). Come ipotizzato da Pizzorno [1], qualora manchi una identità collettiva stabile e riconosciuta, nel momento in cui si creino le condizioni per una protesta (a esempio dei ricercatori nei confronti di un DDL) è possibile avere una elevata partecipazione identitaria (non stupisce ipotizzare una mancanza e quindi una forte richiesta di identità collettiva “giovanile” visti i livelli di sostanziale esclusione esistenti in Italia). Ci si deve quindi chiedere quali possano essere le preferenze aggregate degli studenti in rivolta. Visto che la richiesta si risolve sostanzialmente nel mantenimento dello status quo, è ipotizzabile che quanti protestino non si sentano attualmente esclusi dal sistema universitario e dai suoi meccanismi (tanto più che non sembrano ritenersi in particolar modo insoddisfatti nè del livello della ricerca nè della didattica). L’università Italiana, per quanto semi-gratuita, è tutto fuorchè egualitaria: come riportato da Perotti appena l’8% del quintile più povero accede all’istruzione terziaria, cifra analoga a sistemi altrettanto semi-gratuiti (Francia, Germania), ma, sorprendentemente inferiore al 13% dei tanto in-egualitari Stati Uniti! Non è quindi una possibilità tanto remota che la protesta coinvolga fattori sostanzialmente ideologici (da parte degli studenti, corporativi da parte degli insiders), fondata cioè su quei valori non-negoziabili (la gratuità, il controllo pubblico, la separazione dal mondo dell’economia, la supremazia della ricerca di base, lo scollamento da meccanismi concorrenziali) difesi a prescindere dai risultati reali prodotti (cioè il finanziamento a studenti di ceto medio-alto dell’università gratuita con le tasse dei lavori dipendenti – dai più ai meno benestanti – e un meccanismo di promozioni staccato, in un gran numero di casi, da considerazioni di merito). Questo in quanto la maggioranza degli studenti in protesta, dato un profilo di classe medio-elevato, non avrebbe granchè da guadagnare da una riforma fondata su concorrenzialità e autonomia (fatto probabilmente anche correlato alla magra utilità del titolo di studio in Italia rispetto alla più importante influenza delle risorse materiali e sociali delle famiglie di provenienza); il che spiegherebbe le preferenze ostili a una riforma seppur marginalmente meritocratica e il peso preponderante di fattori ideologici e valoriali; la ricerca di una identità collettiva riconosciuta, accanto all’occasione di mobilitazione fornita dalle componenti interne all’università, invece, spiegherebbe la partecipazione effettiva.

[1] Non trovo convincente, in reltà, l’ipotesi di Pizzorno nella sua interezza. In particolare trovo problematico l’identificazione complessiva dei meccanismi di formazione delle preferenze e la partecipazione collettiva stessa. La teoria, infatti, non spiega perchè un attore dovrebbe partecipare a un determinato movimento collettivo, dal momento che le prefernze si formerebbero solo nella partecipazione stessa. Questo non fa altro che spostare indietro di un gradino la spiegazione rispetto all’approccio rational choice tanto criticato da Pizzorno: a meno di non assumere che la partecipazione ai movimenti sia interamente casuale è necessario postulare delle preferenze già costituite negli individui, che li spingano a partecipare effettivamente nel cercare di stabilire un’identità più solida. Ma questo non si sposterebbe minimamente dalla possibilità di spiegazione della teoria dell’azione razionale con preferenze esogene.

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