Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Marchionne, la Camusso e l’America

Susanna Camusso, evidentemente (finalmente?) preoccupata della deteriorazione del sistema di relazioni industriali italiane, batte un colpo. Dopo essersi tagliata fuori dalla riforma del modello di contrattazione nel 2008, la CGIL tenta così di recuperare il terreno perso, spingendo sull’unico punto restato fuori dall’accordo e, storicamente, più vicino all’idea di rappresentanza propria della CGIL (ma, purtroppo, ortogonale a quella della CISL): le regole sulla rappresentatività sindacale. Mentre un sistema di regole precise (magari recepite dalla legge) sul sistema di rappresentanza sindacale (sul modello del Wagner Act o analogo a quanto recentemente introdotto in Francia) è certamente condivisibile all’interno di quei sistemi di relazioni industriali largamente pluralisti (come, appunto, gli Stati Uniti, la Francia e, non da ultimo, con  livelli di concentrazione variabili nel corso del tempo, l’Italia), resta da chiedersi se, dopo il sostanziale suicidio della CGIL con la mancata firma dell’accordo quadro del 22 gennaio 2008, una rinnovata prassi concertativa possa essere nuovamente appetibile alle associazioni degli imprenditori. In particolare le prassi concertative risultano utili a entrambe le parti (sindacale e imprenditoriale) in due condizioni: vi è un supporto e un indirizzo da parte dello Stato, con fini di regolazione economico-sociale, alla cooperazione delle parti (di solito tradotto nell’efficacia erga omnes dei termini degli accordi raggiunti privatamente tra tutte le parti sociali, in cambio di misure di welfare o di regolazione del mercato – si veda l’esperienza Belga o Olandese); le parti ritengono avrebbero più svantaggi da una situazione di assenza di accordo rispetto a una in presenza. Ovviamente senza una minaccia reale di slittamento salariato incontrollato da parte dei sindacati, o senza una volontà politica precisa mirata a sostenere tale sistema di regolazione sociale non vi sarebbe particolare convenienza da parte delle imprese nell’entrare in un sistema di tipo neo-corporativo. Tornando all’Italia, mentre la prima condizione non si è mai verificata, se non in modalità saltuarie e particolari (nè ad oggi il governo sembra attratto dalla promozione di un sistema concertativo nazionale, nè da un obiettivo di unità sindacale in teoria ad esso necessario: vi è invece un supporto di prassi micro-concertative, al limite del lasciare lo Stato fuori dalla regolazione delle condizioni minime di funzionamento del mercato del lavoro in favore delle parti sociali), la seconda opzione risulta praticabile solo ed esclusivamente in sistemi a sindacati e organizzazioni imprenditoriali “forti”. Con “forti” non mi riferisco solo a questioni di forza numerica (densità sindacale), ma alla capacità disciplinare delle organizzazioni confederali sui propri membri. Se la mancanza di un accordo comporta una situazione di conflittualità permanente, mentre un accordo con le associazioni più rappresentative dovesse comportare pace sociale e un clima adatto all’innovazione e alla crescita produttività (oltre, ovviamente, a una dinamica salariale più contenuta), in tal caso accordi a livelli più elevati potrebbero essere cercati attivamente anche dalle associazioni imprenditoriali (esempio storico è il caso svedese, in cui una accentuata centralizzazione delle relazioni industriali è avvenuta a inizio ‘900 su impulso delle associazioni datoriali). Se, in presenza o assenza di accordi la conflittualità, l’assenteismo o quant’altro dovessero rimanere presumibilmente agli stessi livelli, un accordo introdurrebbe esclusivamente maggiori rigidità per le imprese senza vantaggi compensativi in grado di eliminare o superare tali costi. Prescindendo dalla Confindustria, può la CGIL offrire oggi tali condizioni di pace sociale con una certa sicurezza, magari in cambio di un sistema di rappresentanza che andrebbe ad avvantaggiare il sindacato maggioritario nel paese? Ho i miei dubbi. L’evidenza storica non sembra andare in tale direzione, nè esistono indizi in merito all’eventuale capacità della Camusso di “normalizzare” la FIOM, portando le strutture confederali a una effettiva capacità di controllo delle sottoposte associazioni di categoria (oggi Cremaschi ha dichiarato che «l’accordo di Mirafiori è il più grave atto antidemocratico verso il mondo del lavoro dai tempi del fascismo»). Insomma, la firma dell’accordo del 2008 potrebbe effettivamente essere stata l’ultima possibilità per riformare le relazioni industriali italiane sul modello corporativo europeo: e se l’America si fa più vicina può non essere semplicemente colpa (o merito) di Marchionne.

Update 04/01/2011: segnalo un articolo da Phastidio.net sulla stessa linea, in cui si mette in luce il grande assente della discussione: la politica. Non solo il governo ha giocato da subito a favore di un accordo senza il principale sindacato italiano, ma, con l’appalto della redazione del nuovo Statuto dei lavori direttamente alle parti sociali, pare essersi definitivamente tirato fuori dal compito propositivo di creare le nuove regole del gioco, se non contro alle associazioni di rappresentanza, almeno tentando di porre obiettivi politici più generali. Nè dai maggiorenti dell’opposizione sembrano venire idee innovative, forse troppo impegnati in una gara all’appiattimento su Marchionne. Unica speranza le donchisiottesche battaglie degli Ichino e colleghi nel tentare di riportare del senso al ruolo della politica e del parlamento.

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