Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: January 2011

Tremonti, Sacconi e l’antropologia positiva

Oggi il Corsera pubblica un editoriale del ministro dell’economia. Tremonti sostiene che «dietro la follia regolatoria c’è in specie qualcosa che in realtà va nel profondo dell’antropologia culturale: una visione dell’uomo che è o negativa o riduttiva. La visione negativa è quella della gabbia (l’homo homini lupus). Il lupo va ingabbiato: è Hobbes». Ovviamente Hobbes non ha mai inteso “ingabbiare” l’uomo nel senso di Tremonti, cioè sommergerlo in un mare di lacci e lacciuoli regolativi tesi a stemperarne la natura essenzialmente “malvagia”. Le citazioni vagamente erudite di Hobbes, Tocqueville e Agostino del Tremonti sono semplicemente delizionse:  ad esempio, «Come in Sant’Agostino, che riconosceva l’esistenza di una socialità originaria, di una civitas primaria che nasce dalla socialità propria della natura umana; e che è un ordine che ha una sua bellezza propria (Agostino, De vera religione 26, 48)», con tanto di citazione bibliografica con paragrafo, come nei compitini. Tranne che in De vera religione 26, 48 vi è tutto meno che un’esaltazione dell’uomo “naturale”. Nello stesso paragrafo citato da Tremonti, vi è una descrizione dell’uomo terreno, troppo preso dai suoi affari per occuparsi della giustizia divina, e in quanto tale da disprezzarsi in attesa del suo superamento da parte dell’uomo celeste (qui si trova il testo on-line): «Ora quest’uomo, che abbiamo descritto come vecchio, esteriore e terreno, sia che si mantenga entro i limiti della sua natura sia che oltrepassi la misura di una giustizia servile, alcuni lo vivono per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte, altri invece, come è inevitabile, iniziano da esso la loro vita, ma poi rinascono interiormente e, con la forza dello spirito e l’incremento della sapienza, distruggono e sopprimono ciò che ne resta, sottomettendolo alle leggi celesti, in attesa che sia rinnovato integralmente dopo la morte visibile. Questo è quello che si dice l’uomo nuovo, l’uomo interiore e celeste […] Come, infatti, la morte è la fine dell’uomo vecchio, così la vita eterna è la fine dell’uomo nuovo: l’uno è l’uomo del peccato, l’altro l’uomo della giustizia» (De vera religione 26, 49). Lungi dall’esortare fiduciosamente l’autorganizzazione dell’uomo naturale, Agostino propende per la sottomissione dell’uomo alla Legge celeste per superare “l’uomo che vive secondo il corpo, schiavo della cupidigia per le cose temporali”. Ma Hobbes non è fatto bersaglio del solo Tremonti: anche il collega Maurizio Sacconi ha elaborato una posizione filosofica particolarissima. Secondo Sacconi bisognerebbe piantarla con l’idea di Stato «presupposto di Hobbes, ovvero sulla base di quell’ antropologia negativa a sua volta fondata sull’ homo homini lupus», a favore di un’antropologia positiva. Ovviamente in realtà le posizioni sono ribaltate: quella di Hobbes è un’antropologia positiva (cioè, relativa all’uomo come effettivamente è, buono o cattivo, ma comunque determinato nella sua natura: “positivo” in questo caso non ha lo stesso significato del “io penso positivo” Jovanottiano), mentre quella di Agostino è un’antropologia negativa: l’uomo incapace di trovare un’organizzazione soddisfacente a partire da sè stesso e necessitante di un principio esterno (legge divina).

Quello che risulta dalle esternazioni dei due maître à penser non è (solo) una crassa ignoranza (forse nemmeno del tutto in buona fede) del pensiero degli autori citati, ma un intento ben preciso. In sostanza riportare in auge un pensiero comunitario, clericale e illiberale accreditandolo come l’esatto opposto, sbertucciando quei pensatori, loro sì, alla base del liberalismo moderno (sulla concidenza del Tremonti-pensiero in campo economico con una qualche versione di comunitarismo neo-clericale c’è il bellissimo libro dei NfA, Tremonti istruzioni per il disuso). Agostino diventa un liberale fiducioso della natura dell’uomo, mentre Hobbes un pianificatore sovietico. Ma non vi è in gioco solo una questione di filosofia politica o di cattiva cultura, vi è a anche in atto, al solito, un tentativo di mascheramento delle vere intenzioni dei due ideologi pidiellini. Da parte di Tremonti, ad esempio, un enunciato più aderente al proprio pensiero potrebbe essere: “non abbiamo voglia di progettare (questa volta sì, hobbesianamente) un sistema giuridico leggero ma cogente, troppa fatica, meglio l’inutile modifica dell’art. 41 così da mettere un carico sul piatto delle prossime elezioni”. Da parte di Sacconi, invece: “non abbiamo tempo, soldi o voglia per riformare lo stato sociale – magari togliendo alle pensioni e mettendo all’assistenza – pertanto le famiglie se la cavino da sole”. E che nessuno dei tanti intellettuali bene alzi la manina per far notare, perlomeno, la mala citazione, è forse ancora più rivoltante (troppo occupati, magari, a sbertucciare chi non si appiattisca alla mediocrità nazionale – per inciso, le nove righe su Galli Della Loggia le trovo un piccolo capolavoro).

Update 03/02/2011: Sacconi ritorna sul rapporto tra antropologia positiva, negativa e Hobbes in una lettera al Foglio (sul quale la filosofia da supermercato viene di rado disprezzata). Scrive il filosofo di Conegliano prestato alla politica: «La fine del debito sovrano travolge l’antropologia negativa che lo sosteneva e impone, per convenzione o per convinzione, una scelta politica di antropologia positiva […]. Le nazioni di antica industrializzazione si sono fondate intorno all’idea hobbesiana di uno stato Leviatano, fatto di spese, di tasse e di regole invasive. Quella fase è finita e va superata». In attesa di approvazione della patrimoniale resto quantomeno scettico rispetto alle capacità liberalizzatrici di un governo che affida la politica economica e sociale al comunitarismo clericale tremontian-sacconiano.

Evitare l’ennesimo equilibrio a bassa qualità

Segnalo un paper di Diego Gambetta e Gloria Origgi (pubblicato tra i working papers della facoltà di sociologia di Oxford), intitolato “L-worlds: the curious preference for low quality and its norms“. In due parole, si tenta di esplorare in modo preliminare i motivi dell’esistenza del curioso equilibrio a bassa qualità spacciato a un alto valore di facciata tanto tipico del Belpaese. Curiosamente, negli scambia diadici (per esempio nel mondo accademico), sembra emergere una preferenza strettamente dominante nello scambiare prestazioni scadenti con prestazioni scadenti (anzichè, come parrebbe razionale, un preference ranking del tipo LH>HH>LL>LH, dove L=prestazione mediocre e H=prestazione di qualità, con la prima lettera coincidente con la prestazione fornita e la seconda con la prestazione ricevuta). Questo può emergere dal fatto che ricevere prestazioni di qualità contro prestazioni mediocri fa si che la prestazione di bassa qualità spacciata per una di alta venga “smascherata”, con eventuale sanzione sociale del cheater, provocando imbarazzo; e, altresì, dall’aspettativa diffusa che si riceverà una prestazione mediocre pur sotto l’assicurazione di una prestazione eccellente. Constatando come empiricamente l’eccellenza si trovi distribuita in quantità ridotta nella popolazione (il che impedirebbe, tra l’altro, di colmare facilmente il divario tra una prestazione mediocre spacciata per eccellente semplicemente elevando il valore intrinseco della prestazione), un equilibrio ad alta qualità teso a spiazzare l’emergenza di norme pro-mediocrità può risultare solo grazie a fattori istituzionali: la cara buona vecchia struttura degli incentivi che punisce la bassa qualità e ricompensa i risultati (e che, in aggiunta, sappia discriminare tra qualità di facciata e qualità effettiva). Dovendoci preparare per il lungo percorso dei decreti attuativi della Legge Gelmini di riforma dell’università, si tratta di un buon paper per (ri)cominciare a ragionare sul come evitare l’ennesimo equilibrio gattopardesco a bassa qualità spacciato per l’opposto.