Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: February 2011

Il liberalismo del Dr. Berlusconi Silvio

Mentre la magistratura puritana scoperchia qualche altra mattonella e rovista nel verminaio sottostante, e mentre il Governatore di Bankitalia prega ancora una volta per quelle riformucce per far ripartire il paese che vengono promesse a destra e a manca da circa un ventennio (alla chiosa di Draghi su come «per tornare allo sviluppo sarebbe necessario un assetto normativo ispirato pragmaticamente all’efficienza del sistema», Berlusconi risponde immediatamente prendendo il toro per le corna e assicurando che «finché governeremo noi, non ci saranno mai equiparazioni tra le coppie gay e la famiglia tradizionale, cosi come non saranno mai possibili le adozioni di bambini per le coppie omosessuali»), il Pres. del Cons. risfodera il suo vecchio cavallo di battaglia, con l’aggiunta di qualche particolare (naming and shaming più circostanziato) rispetto a quanto sentito dal ’94 a oggi:

«La storia del comunismo con oltre 100 milioni di morti alle nostre spalle non è ancora alle nostre spalle», ha spiegato il capo del governo. «Si sono trasformati in laburisti in Gran Bretagna, in socialdemocratici in Germania mentre quelli di casa nostra erano e sono tuttora comunisti. Ed è per questo che sono in campo».

Riporto un passagio del classico The road to serfdom di Friedrich Hayek che, pur scritto nel 1944 e rivolto a socialimi e nazismi assortiti, si mantiene di una certa attualità (mostrando come, tristemente, l’assorbimento dei valori liberali in Italia non è a uno stato più avanzato oggi rispetto a 66 anni fa):

It seems to be almost a law of nature that it is easier for people to agree on a negative programme, on the hatred of  an enemy, in the envy of those better off, than on any positive task. The contrast between the “we” and “they”, the common fight against those outside the group, seems to be an essential ingredient in any creed which will solidly knit together a group for common action. It is consequently always employed by those who seek, not merely support for a policy, but the unreserved allegiance of large masses. From their point of view it has the great advance of leaving them greater freedom of action than almost any positive programme. The enemy, whether he be internal like the “Jew” or the “Kulak, or external, seems to be an indispensable requisite in the armoury of a totalitarian leader

In parole spicce, e riattualizzato a oggi, la rinnovata comunistofobia del Dr. Berlusconi Silvio sta a indicare la totale assenza di un programma e/o la completa mancanza di volontà nell’attuarne uno qualsivoglia (il tutto, naturalmente, a causa dell'”agente ostruente esterno“) – accanto al tentativo di raggranellare il consenso di massa in prospettiva dell’ennesima picconata della Rule of law (o Stato di diritto, o eguaglianza di fronte alla legge – quel principio che ha fatto la comparsa nel mondo a conclusione di quell’elemento di guerra civile introdotto dal puritanesimo che tanto scandalizza Giuliano Ferrara). Attendiamo trepidanti la prossima puntata di revisione della storia delle idee – a quanto pare ora disponibile anche a spese del contribuente.

Quelli del PIL e quelli del Human Development Index

L’ottobre scorso Brad De Long ha pubblicato un esercizio controfattuale spannometrico, che mostrava come paesi simili, separati dalla cortina di ferro, avessero raggiunto livelli di PIL pro capite estremamente diversi, a seconda che si trovassero da una parte o dall’altra (ovviamente a favore della parte occidentale). Siccome in molti ritengono il PIL un indicatore parziale, che non sarebbe in grado, ad esempio, di apprezzare vantaggi di diverso tipo apportati dai regimi di socialismo reale, ho provato lo stesso esercizio (senza troppe pretese, per carità) utlilizzando lo Human Development Index (HDI). L’HDI, ricordo, è la media geometrica di tre indicatori: aspettativa di vita alla nascita; scolarità; reddito (pesano per un terzo l’uno, per i dettagli qui).  Non essendo i dati disponibili esaustivi ho effettuato un paio di sostituzioni (Hong Kong al posto di Taiwan, l’Ucraina al posto della Georgia e la Serbia al posto della Jugoslavia), mentre per due coppie di paesi l’HDI era disponibile solo per l’anno 2000 (e non per il 1990). Il PIL pro capite è espresso in dollari americani correnti, essendo l’esercizio cross-sectional (i dati sono presi dal sito del IMF). Tutti i dati si riferiscono al 1990, salvo dove diversamente specificato. A una prima occhiata non solo anche l’HDI mostra delle differenze simili a quelle nel PIL pro capite (per quanto più contenute, a parte la coppia Ucraina-Turchia dove il rapporto si ribalta), ma risulta fortemente correlato a esso – perlomeno tra i paesi considerati da De Long (con un coefficiente di correlazione lineare pari a 0,717). La relazione tra PIL e HDI appare logaritmica: questo suggerisce come, intuitivamente, al di là di un certo livello di ricchezza miglioramenti negli standard di vita risultino più difficili per ogni unità di ricchezza aggiuntiva, mentre se il livello di reddito pro capite di partenza è molto basso sono probabili miglioramenti sostanziali al crescere del reddito. Non stupisce quindi che le differenze nei valori del HDI risultino più contenute rispetto a quelle del reddito. E, in pratica, si conferma come il PIL sia il peggior indicatore possibile dopo tutti gli altri. Di sotto riporto i risultati dell’esercizio.

Table 1

Figure 1

Figure 2

Ferrara e Kant non si davano la mano

Mi ero perso il manifesto dell’amena iniziativa. Non ho fatto i calcoli, ma ho come il sospetto che se prendessimo una qualche misura di puritanesimo (storico o attuale) e una qualche misura di liberalismo politico e/o di democrazia tra le due troveremmo una correlazione positiva pressocchè perfetta.

Il tentativo di accreditare i prudes come nemici storici della libertà e il cattolicesimo romano come radice etica della libertà e della democrazia, questa volta a opera dello straussiano Ferrara, è l’ennesima tappa nel tentare di accreditare il comunitarismo clericale come regno della libertà, ricacciando il liberalismo classico nell’ennesimo sillabo delle bestialità storiche.

Quello che stomaca è come si possano propinare tali ribaltamenti retorici senza che nessuno degli autoproclamatisi “liberali” de noantri alzino un sopracciglio (Pietro Ostellino, per inciso, stava seduto due poltrone a destra di Ferrara – quest’ultimo impegnato con qualche capriola a cercare di accreditare Kant come difensore della morale cattolica romana).

Update 15/02/2011: segnalo questa replica via YouTube  del pastore Peter Ciaccio che mi sembra perfettamente in linea col discorso.

Oltre a, ovviamente, l’intervista originale a Giuliano Ferrara, piccolo capolavoro di revisionismo storico-filosofico ad personam.

Su un certo giornalismo economico

A quanto pare in Italia tutti vogliono il “modello tedesco”. Che si tratti di sistema elettorale, disciplina fiscale o relazioni industriali pare godere di grande appeal a leggere le colonne dei giornali a tiratura nazionale. In particolare, dopo le vicende Pomigliano-Mirafiori, si sente spesso rinfacciare a Marchionne e alla Fiat di proporre accordi che riportano le lancette indietro di un mezzo secolo, mentre poco oltre le alpi il lavoratore è sovrano perchè, lì sì, c’è il “modello tedesco”. In realtà del modello tedesco interessano più che altro i salari – nello specifico i salari che si possono trovare in Volkswagen, più che in Germania in generale: ma si sono mai chiesti le argute penne quale sia l’infrastruttura istituzionale che permette di avere salari metalmeccanici “tedeschi” (mi riferisco qua al sistema di relazioni industriali, in quanto è evidente a tutti che vendere modelli Volkswagen è una cosa, mentre vendere modelli Fiat è un’altra – fatto per lo più ignorato dagli entusiasti di Marchionne dell’ultima ora)?

Prendo spunto da un articolo di oggi dell’ennesimo Paolo Griseri. Con giusto un filo di retorica (l’apologo di Hans, John e Francesco) veniamo informati che in Germania «Hans lo sciopero lo può fare se il 75 per cento degli iscritti al suo sindacato lo approva […] Ma le aziende tollerano fermate spontanee», fatto considerato una ventata di libertà rispetto al misero lavoratore di Mirafiori che non può scioperare durante le ore di straordinario concordate. Quello che Griseri e altri non dicono è che la soglia del 75% fa parte del codice di autoregolamentazione delle federazioni appartenenti alla DGB, la confederazione (monopolistica) dei sindacati tedeschi. La legge richiede che lo sciopero sia proclamato a seguito di procedure nella piena discrezionalità delle federazioni sindacali: non vi è, insomma, un vincolo di legge che imponga una maggioranza così elevata per proclamare uno sciopero. L’omissione di Griseri riguarda invece il fatto che, oltre a tale regolamento interno vincolante per i soci (vogliamo confrontarlo con l’assenza di alcun tipo di vincolo procedurale dei sindacati di categoria italiani?), interviene prima ancora il divieto assoluto, consolidato nel diritto tedesco, di scioperare contro clausole del contratto in vigore, oltre che su materie estranee al rapporto di lavoro (tra l’altro gli unici soggetti abilitati a proclamare uno sciopero sono i sindacati). Uno sciopero che non rispetti i severi vincoli di legge è considerato illegale (fatto, tranne in casi residuali, inesistente in Italia), il sindacato può quindi essere considerato responsabile dei danni e i lavoratori partecipanti possono essere licenziati.

Apprendiamo poi che gli straordinari in Germania vengono contrattati “ora per ora”, mentre a Mirafiori vengono imposti. Se è vero che in Germania lo straordinario (per lo meno nella sua gestione) è materia di co-determinazione col consiglio d’azienda, è anche vero che, coi nuovi accordi, in FIAT le 120 ore di straordinario sono state concordate con le rappresentanze sindacali: il fatto che l’azienda possa “comandarle” non risulta dalla dittatura di Marchionne, ma, come in Germania, da un accordo con le rappresentanze dei lavoratori. Inoltre, più che sullo straordinario propriamente detto, in Germania negli ultimi anni si è spinto soprattutto su un’applicazione flessibile dell’orario lavorativo standard contrattato a livello di lander: tramite l’applicazione delle opening clauses, che lasciano largo spazio alla contrattazione a livello di stabilimento, è stato possibile adeguare l’orario “normale” alle esigenze produttive, non ricorrendo al lavoro straordinario.  Che si stabiliscano più ore comandate facendole rientrare nell’orario di lavoro standard o conteggiandole come straordinario è una pura questione lessicale, fatto resta che la Germania è tutto fuorchè aliena dalla richiesta di più ore lavorate durante i picchi produttivi.

Vien da chiedersi se i Griseri di questo mondo intravedano un nesso tra le condizioni economiche particolarmente vantaggiose del settore automotive tedesco e la ferrea responsabilità richiesta ai lavoratori e alle loro organizzazioni. Se, magari, vedano un nesso tra questo e la pietra dello scandalo per la FIOM, cioè le “clausole di responsabilità” introdotte a Pomigliano e Mirafiori in cambio di maggiori investimenti. Se sia possibile, insomma, liberarsi del giornalismo economico italiano, in perfetto e costante equilibrio tra ignoranza e ideologia.