Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: March 2011

Perchè ai sociologi non piace l’economia

Stavo rileggendo di recente una bella introduzione alla Sociologia economica di Nicola Negri e Filippo Barbera (Mercati, reti sociali, istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2008). Come ogni testo di sociologia economica che si rispetti non può che cominciare con una critica dell’economia mainstream o ortodossa, in modo da mostrarne le fallacie e aprire la strada per un approccio sociologico all’economia. Per chi non avesse mai frequentato un corso di sociologia economica bisogna sapere che esistono dei dogmi inculcati dalla prima lezione, di cui il più importante è: l’economia mainstream è falsa. Parlo di dogma perchè, come dirò, difficilmente vengono spiegate le ragioni di una conclusione tanto radicale. E quando, come nel testo sopra citato, una spiegazione viene tentata, è abbastanza chiaro come sia del tutto insufficiente. Non ho mai capito poi, per inciso, perchè la Sociologia economica dovrebbe nutrirsi della carcassa dell’economics tradizionale: se ha qualcosa da dire potrebbe dirlo tranquillamente in parallelo, integrando eventualmente l’esistente – non vi è, infatti, nessuna necessità logica o ontologica per cui un sociologo economico non possa dire qualcosa di vero e interessante laddove allo stesso tempo un economista dica qualcosa di vero e interessante. Oltre questo, cosa intendano gli autori per “economia ortodossa o mainstream” non è dato capire con precisione: viene fatta passare l’idea che esista in qualche mondo delle idee un corpus organico di teoremi e definizioni che formi la cassetta degli attrezzi o il “paradigma” dominante in campo economico (e si può solo intuire come questo “paradigma” coincida con una versione abbastanza confusa dell’economia neoclassica). Il rifiuto dell’economia mainstream, tra l’altro, fa il paio con l’accetazione pressochè acritica del pensiero economico “eterodosso” (Sen e Hirschmann sono, in genere, citatissimi: per non parlare di Krugman e Stiglitz – per i quali tra l’altro si pone l’imbarazzante interrogativo se facciano parte dell’economia ortodossa: i neo-post-keynesiani sono “ortodossi”?).

Il primo errore, pertanto, consiste nel partire immediatamente all’attacco, invece che a difesa delle proprie posizioni. Nel primo capitolo del Barbera-Negri, vengono esposti i supposti assunti di base della scienza economica ortodossa. In particolare, riassumendo, secondo i due autori sarebbero i seguenti:

  1. il microfondamento dell’economia consiste in attori egoisti e razionali;
  2. gli scambi di mercato producono la società;
  3. gli scambi di mercato influiscono sulla psicologia dell’individuo, facendogli estendere il modus operandi del mercato, guidato da egoismo e attenzione ai prezzi, a tutte le altre attività sociali;
  4. l’economia studia le condizioni di efficienza del sistema di scambio, definibile esclusivamente come “ottimalità paretiana“;
  5. lo studio analitico della società da parte dell’Economia si fonda su assunti eroici troppo semplici e irrealistici;
  6. gli attori hanno perfetta conoscenza di costi e benefici derivanti dalle proprie azioni;
  7. le spiegazioni in termini di efficienza del sistema non introducono considerazioni etiche rispetto ai fattori storici precedenti l’esistenza del mercato;
  8. gli economisti sostengono che un fenomeno economico viene in essere perchè è il più efficiente;
  9. le spiegazioni basate sull’efficienza sono implicitamente funzionaliste;
  10. approcci che ammettano le condizioni di incertezza in cui si trovi l’attore sono appannaggio dell’economia eterodossa;
  11. l’economia esclude la rilevanza della struttura sociale pregressa per la distribuzione dei costi e dei benefici conseguente la genesi del mercato.

Qual è il problema relativo a tali assunti? Il problema è che chiunque sappia anche poco di economia, o pochissimo come il sottoscritto, non faticherebbe comunque a riconoscerli come non solo caricaturali dell’economia mainstream, ma nella maggior parte semplicemente falsi, e derivanti dall’ignoranza più totale della letteratura economica in questione (in un libro di Enzo Mingione del ’97, altro mammasantissima della sociologia economica italiana, l’intero impianto dell’opera era fondato sulla critica del “dogma del fondo salariale fisso” dell’economia classica: pare che Mingione sia rimasto impigliato nelle dispute ottocentesche e gli siano passati un paio di secoli di studi sotto le scarpe). Ci si dovrebbe aspettare che due autori, che partono all’attacco della teoria e della pratica dell’economia mainstream, avessero una qualche conoscenza dell’argomento che si apprestano a trattare. Tanto più se l’esigenza di un approccio sociologico all’economia è spiegato in funzione delle mancanze della teoria economica tradizionale. E invece no, tutto quello che Barbera e Negri dimostrano di sapere non sono altro che quei due-tre luoghi comuni e stereotipi associati alla scienza economica da più di un secolo a questa parte (non solo falsi, pertanto, ma triti e ritriti).

Un paio di osservazioni sui punti sopra esposti:

  1. non vi è alcun obbligo di assumere preferenze egoistiche negli attori: gli economisti considerano le preferenze come date e cioè esogene (anche qua non sempre, c’è chi studia, sempre nel mainstream, preferenze generate endogenamente, cioè all’interno dello scambio), qualunque esse siano (altruistiche, egoistiche, mezzo e mezzo). In alcune situazioni si possono scegliere perciò preferenze egoistiche, qualora sembri un assunto plausibile. In particolare può essere utile assumerle in un contesto di mercato competitivo. Che Barberi e Negri (d’ora in poi BN) estendano poi un assunto che gli economisti utilizzano ragionevolmente in un contesto per estenderlo in contesti dove effettivamente risulti implausibile, e basino la propria critica su questo, risulta un problema di BN più che della scienza economica;
  2. non sono gli scambi di mercato che producono la società. Sono semplicemente le interazioni tra persone. Viene surrettiziamente attribuita alla scienza economica una visione mercatocentrica che può esistere sì come astrazione (“lo scambio sociale”), ma lì si ferma: non vi è quell’ontologia del mercato che BN sembrano attribuirvi. Tra l’altro basterebbe aver letto la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith per capire come l’argomento della “mano invisibile” non nasce come argomento economico, ma si riferisce all’ordine sociale (e non semplicemente di mercato) spontaneo garantito dalle interazioni di qualsiasi tipo tra individui;
  3. altro errore: se gli economisti della famiglia studiano gli aspetti riproduttivi tramite gli strumenti dell’economia questo non avviene perchè pensano che il meccanismo dei prezzi abbia dei riflessi psicologici sugli individui tali da abbracciare qualsiasi aspetto della vita sociale. BN confondono un metodo (che è buono in quanto utile) con l’ontologia e la psicologia individuale;
  4. falso anche qua. Esistono più definizioni di efficienza, e quella paretiana è una delle più deboli. Basta dare un occhiata alla relativa pagina Wikipedia, in particolare alla nozione di “efficienza allocativa”: una distribuzione pareto-efficiente può essere contemporaneamente afflitta da inefficienza allocativa. Sorvoliamo poi sulle nozioni di equilibrio stabile, metastabile e instabile, nozioni evidentemente ignote al duo BN;
  5. anche qua non si capisce dove BN vogliano andare a colpire. La società si studia per astrazioni, e pertanto tramite assunti semplificati della stessa, spesso e volentieri “eroici”. La Rational choice theory è il metodo migliore ad oggi, non perchè colga tutte le sfaccettature dell’umana psiche, ma perchè tramite assunzioni relativamente semplici permette di trarre previsioni di una certa ampiezza, risultando così particolarmente informativa. La critica per cui la RCT risulta troppo astratta è talmente vecchia e vuota che nemmeno varrebbe la pena di discuterla;
  6. falso. L’economia si preoccupa esattamente delle incertezze e delle asimmetrie informative che colpiscono gli attori operanti sul mercato. E’ tutto fuorchè un aspetto secondario dell’economia mainstream;
  7. chiunque, da sociologo, abbia letto Durkheim o Weber dovrebbe essere cosciente dei rischi nell’indulgere a giudizi di valore. Detto questo in economia domina il criterio dell’utilità, che oltre a reddito e ricchezza può tranquillamente includere tutte le considerazioni etiche desiderate da BN;
  8. assolutamente falso: si cerca di spiegare perchè vengono alla luce particolari fenomeni economici e il loro funzionamento. Il dire che un qualsiasi fenomeno esiste perchè è efficiente è una non-spiegazione (come ironizzano BN), e non richiederebbe nemmeno le tonnellate di matematica ed econometria ampiamente presenti nei papers di economia. Questa forse è l’accusa più ridicola e in malafede;
  9. da quanto detto sopra non vi è alcun “funzionalismo implicito” nella teoria economica. Lo studiare una istituzione (livello macro) assumendo metodologicamente gli individui (livello micro) come agenti razionali non è, in alcun modo, equivalente a dire che l’istituzione in questione è efficiente (cfr. punto 4). Altro che funzionalismo implicito dei miei stivali! Sarebbe bastato, per levarsi il dubbio, turarsi un attimo il naso e leggere qualcosa di Hayek. E’ molto più probabile, piuttosto, scivolare nel funzionalismo con quell’istituzionalismo che rimanda l’esistenza di particolari istituzioni a fenomeni storici, politici o culturali. Tra l’altro sociologi sedicenti analitici, come Barbera, non fanno che cadere nella classica confusione di micro e di macro. Come scriveva Coleman, la RCT è sì tautologica a livello individuale, mentre è esplicativa a livello di sistema sociale. Chi ancora non ha capito (e sono tanti) che la sociologia si occupa di spiegare fenomeni macro a livello sociale e non la psicologia individuale fose è meglio si dia a qualcos’altro;
  10. come da punto 6 non vi è nulla di “eterodosso” nel mettere in luce l’incertezza in cui navigano gli attori economici. In un manuale graduate già degli anni ’60 (Price Theory) Milton Friedman titolava il capitolo 4 “The utility analysis of uncertainty“. BN sarebbero disposti a considerare Friedman un economista “eterodosso” (per quanto negli anni ’60 il pensiero economico non-keynesiano probabilmente avrebbe potuto essere considerato tale)? In qualunque manuale di micro-economia di ispirazione neoclassica, comunque, di norma si trova un capitolo sull’analisi delle incertezze (ad es. qui e qui).
  11. la critica è senza senso: se l’economista tiene in conto la struttura degli incentivi che struttura il mercato allora tiene in conto anche la “struttura sociale pregressa” in cui gli scambi si attuano. Non si contano gli studi sulle barriere corporative tese a limitare la concorrenza sui prezzi (a partire dai modelli di contrattazione sindacale): le strutture di potere che limitano il funzionamento del mercato sono un topos della letteratura economica.

E’ interessante citare qui un paper di D.K. Levine, che si considera un economista “mainstream” (e quindi dovrebbe costituire bersaglio prediletto per BN), tratto da una conferenza sulla Behavioral economics. La maggior parte delle critiche a questa ondata accademica di psicologismo economico può tranquillamente essere rivolta paro paro al sociologismo economico di BN (di cui non abbiamo una critica altrettanto autorevole e cogente, risultando l’Economic sociology decisamente meno minacciosa dell’affine Behavioral – chiediamoci perchè). Qui, sempre di Levine, si trova un riassunto dei punti della mainstream economics travisati dalla behavioral, tratto da un simposio (e applicabili pertanto anche alla sociologia economica). Il paper va letto, ma è da citarne l’incipit:

Criticism of homo economicus is not a new topic. In 1898 Thorstein Veblen wrote sarcastically rational economic man as “a lightning calculator of pleasures and pains, who oscillates like a homogenous globule of desire of happiness under the impulse of stimuli.” This description had little to do with economics as it was practiced then – and even less now […]. The modern paradigmatic man (or more often these days woman) in modern economics is that of a decision-maker beset on all sides by uncertainty. Our central interest is in how successful we are in coming to grips with that uncertainty.

Insomma, la critica all’Economia non appare molto più che una critica di posa, tesa a giustificare l’esigenza di una disciplina che, salvo in ristretti ambiti, non ha ancora prodotto risultati lontanamente comparabili al suo parente più prossimo. Si combatte contro un fantasma, mancando le competenze e quindi la volontà per una critica accademica di un livello decente. Perchè il punto è quello: se la Sociologia economica vuole essere un filone appassionante e innovativo di ricerca deve confrontarsi con letteratura di un certo livello, e non accanirsi contro fantasmi (una teoria economica stilizzata a uso e consumo della critica ma inesistente nella realtà) o contro i cadaveri (teorie ottocentesche non più in voga). Pena il cadere in un circolo vizioso di provincialismo accademico, internamente coerente ma scollegato dal resto del mondo (il popolare “cantarsela e suonarsela”). Tocca citare ancora Levine:

Modern economics is primarily concerned with the difficulties in making decisions in uncertain and changing circumstances. Learning economics from undergraduate textbooks is dangerous in this respect: most undergraduate textbooks are decades out of date, while modern game-theoretic/information-theoretic/mechanism-design methods have been the focus of economic research both theoretical and applied during those missing decades.

Come è possibile che due autori, nemmeno tra i peggiori nel loro campo (e potremmo dire, dunque, rappresentativi della migliore tradizione di sociologia economica italiana), non tengano in conto di fatti tanto semplici? Non stupisce che tra la bibliografia del volumetto appaiano pochissimi contributi di economisti “ortodossi”: di solito ci si limita a citare Williamson (che troppo ortodosso, tra l’altro, non è) e, quando va bene, Becker (magari senza averlo letto). Nei papers di sociologia economica più in generale è un classico cominciare l’articolo con un attacco agli economisti. Si mette bene in chiaro come le spiegazioni economiche siano inaccettabili (ma questo, al solito, viene dato per scontato: non ho mai visto citati, a seguito di tale accusa, gli articoli contenenti le disastrose applicazioni dell’economia – e di conseguenza non ho mai visto spiegato in che cosa la teoria economica sbaglierebbe, nè se tali errori risiederebbero in questioni teoriche o applicate). Altro classico è parlare degli errori degli economisti “neoliberisti”, con questo insultando tout court la categoria, in quanto essendo il “liberismo” (che sarebbe meglio riportare sotto l’etichettta più generale di liberalismo) una corrente politica, implicitamente si accusa l’economista di turno, tramite i suoi lavori “inaccettabili”, di perseguire obbiettivi politici, e non conoscitivi (è un classico, come notava Hayek in uno scritto su “Socialismo e scienza“, attaccare personalmente coloro che portino conclusioni che politicamente non ci piacciono, etichettandoli come “servi” di qualcuno – trasformando così le loro conclusioni in conclusioni politiche, e dando per scontato la neutralità delle nostre). Un paio di esempi. Paolo Barbieri e Raffaele Guetto, in un paper non ancora pubblicato sul lavoro autonomo, così attaccavano i sostenitori della tesi dell’unemployment push (in sintesi l’idea che le rigidità del mercato del lavoro spingano i disoccupati a crearsi lavori indipendenti essendo esclusi dal mercato del lavoro dipendente):

Nonostante l’esistenza di diversi lavori empirici che, a più riprese, smentivano tale ipotesi (Barbieri 1999, 2001, 2003, 2004) l’apparente relazione fra un elevato tasso di lavoro autonomo e la protezione accordata al lavoro dipendente a tempo indeterminato nei paesi sud-europei, rappresentava una tesi politicamente troppo attraente per accettarne l’inconsistenza empirica.

Chi, come il sottoscritto, abbia letto criticamente i lavori di Barbieri citati, saprebbe che tale ipotesi è solo scalfita da essi (in alcuni a mio avviso è addirittura confermata, stando ai coefficienti delle regressioni di Barbieri stesso, coefficienti ai quali vengono date interpretazioni, a esser cortesi, perlomeno curiose), e probabilmente necessiterebbe, questo sì, di una revisione e ulteriori approfondimenti. Per Barbieri è invece definitivamente confutata (tra l’altro gli studi citati, oltre a essere tutti di Barbieri – pare, l’unico che sul lavoro autonomo ci abbia visto giusto – si riferiscono alla sola Italia, mentre l’ipotesi è ben più generale). E chiunque si ostini, con argomenti e dati solidissimi, a sostenerla, è nè più nè meno che un “venduto”. In un altro recente articolo, di Enzo Mingione e Alberta Andreotti, l’incipit è da manuale:

Soprattutto rispetto alla precarietà vi è uno scontro ideologico e politico tra due posizioni contrapposte, entrambe indifendibili. Da un lato, l’idea neoliberista secondo la quale per promuovere crescita e competitività è necessario deregolamentare il mercato del lavoro ed eliminare le tutele conquistate dai lavoratori nei trent’anni dell’espansione manifatturiera postbellica. Dal lato opposto, l’idea che l’unico modo per evitare una forte crisi sociale determinata dalla diffusione della precarietà e instabilità delle nuove occupazioni “atipiche” sia rafforzare ed estendere le forme di regolazione fordiste a tutte le nuove forme occupazionali.

Seguono citazioni rispetto agli autori che avrebbero sostenuto tale ipotesi e in che modo, oppure analisi e argomenti che spieghino perchè l’ipotesi “neoliberista” (o quella opposta, per quanto vale) sarebbe errata? Neanche mezza. Probabilmente Mingione crede di averci già fatto i conti nel libro già citato. L’ingnoranza in materia dei sociologi economici italiani è sterminata. E fa più o meno il paio con l’ignoranza della Rational choice theory da parte dei critici della stessa (il nome più in vista è di sicuro Alessandro Pizzorno, che ha fondato la sua “fama” sostanzialmente sul proporre una critica alla RCT, senza per altro averla mai capita. Un altro sociologo rimastro intrappolato nelle acque torbide dell’azione “identitaria” come Gian Primo Cella è arrivato addirittura ad affermare che James Coleman non può essere considerato uno degli adepti di tale teoria – nonostante la sua esplicita e continua adesione alla stessa ne suoi Foundations of social theory). Il pregiudizio anti-economicistico è talmente radicato da dubitare in una sua prossima scomparsa (si noti ad esempio il pezzo di Carlo Trigilia in cui lamenta la scarsa influenza della sociologia economica sulle politiche economiche, nonostante la sua supposta (da Trigilia) superiorità teorica e di ricerca empirica – siamo, e lo dice un sociologo come me, al delirio più puro). Questa contrapposizione muro-contro-muro tra l’altro non fa che tagliare le gambe all’approccio sociologico, autoescludendolo da un dibattito proficuo con le altre scienze sociali a partire dall’economia (come piaceva invece a Coleman, che insegnava a Chicago accanto a Gary Becker, e non aveva difficoltà a citare ampiamente Milton Friedman, Friedrich Hayek o Mancur Olson). Tanto più se questo dibattito è escluso a priori per un ignoranza a dir poco patetica degli argomenti che ci si appresta a criticare. E anche in quelle aree interessanti e innovative della sociologia economica, relative al capitale sociale e alle reti di relazioni (che ritengo molto più interessanti nella versione di Ronald Burt piuttosto che in quella più modaiola e iconoclasta di Mark Granovetter), i sociologi rischiano di farsi “scippare” le idee da studiosi ben più preparati, così da ricadere in un circolo di frustrazione e auto-isolamento. Sarebbe ora di svegliarsi.

Frattini e gli incentivi all’emigrazione

Faccio un rapido calcolo relativo alla proposta del ministro Frattini di incentivare il ritorno in patria dei profughi tunisini tramite un una tantum cadauno di 1500 euro. Supponiamo che un immigrato tunisino programmi di fermarsi in Italia una ventina d’anni, e supponiamo che il futuro si sconti (esponenzialmente) a un tasso del 4%. In tal caso sarebbe razionale accettare il contributo e tornare in Tunisia se tale contributo fosse maggiore o uguale al valore presente scontato della differenza tra il reddito conseguibile in patria e quello conseguibile in Italia nell’arco di un ventennio. Il calcolo per ottenere il VPS di un reddito (Y) su 20 anni è dato da Y*13,6 (con 13,6=Σ(1/1+0,04)^t, t=1, … , 20). Pertanto si sceglierà la via del ritorno esclusivamente se Y<1.500/13,6=110,37. Dal momento che è ridicolo pensare che qualcuno emigri dalla propria patria attendendosi un misero vantaggio annuale di 110 euro (che può essere espresso in termini di reddito, ma in realtà dovrebbe essere considerata l’utilità complessiva data dal vivere qua piuttosto che là), la proposta di Frattini può tranquillamente essere cestinata come cretineria di passaggio (dai calcoli è tra l’altro esclusa l’opzione che l’immigrato prenda i soldi e poi torni indietro qualche mese dopo, probabilmente la via più probabile se la scelta migratoria è già stata presa). E non perchè la proposta manchi di machismo, si configuri come “drammaticamente offensiva“, o perchè metterebbe in forse la sicurezza di bilancio (???) con tanta fatica raggiunta. No, semplicemente perchè è una cazzata. E basta.

Silviò de Berluscòn

Ogni tanto vien da chiedersi se definire la situazione politica italiana l’inveramento dell’incubo orwelliano non sia qualcosa più di una semplice iperbole a critica della concentrazione di potere politico-mediatico nelle mani del Dr. Berlusconi Silvio. Qualche dichiarazione pubblica, infatti,  lascia pensare che effettivamente il bispensiero non sia solo l’arguta invenzione di un abile scrittore del novecento. Almeno non se è possibile dichiarare quanto segue (qui il video: che non si dica che si è mal riportato):

«Il grande Alexis de Tocqueville diceva: “Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici. Con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo accada»

L’ipotesi è semplice. Se e solo se non fosse all’opera un meccanismo di bispensiero sarebbe possibile confezionare un’uscita simile, gettata in pasto al più ampio pubblico, senza che nessuno alzi un mignolino, sussurando un sommesso “ma…”. Già, perchè chiunque abbia una vaga idea del pensiero liberale ottocentesco saprebbe che il “grande Alexis de Tocqueville” era in realtà un grande fan dei giudici. Di più: riteneva che in una democrazia come quella americana, ove vigeva l’eguaglianza più spinta delle condizioni, dove nemmeno i governanti erano sottratti al controllo delle leggi e dei tribunali amministrativi e penali, se fosse stato possibile ammettere un corpo aristocratico tale poteva essere solo quello dei legisti o uomini di legge (giuristi e giudici). Lungi dal temere la “dittatura dei giudici” de Tocqueville (come è noto) temeva la tirannia della maggioranza: quella maggioranza che non trovava limite oltre sè stessa, nemmeno nelle leggi, nei diritti inalienabili o nelle costituzioni. De Tocqueville, ne “La democrazia in America”, scriveva:

Se mi si domandasse dove colloco l’aristocrazia americana, risponderei senza esitare che non è tra i ricchi, i quali non hanno alcun legame comune che li unisca. L’aristocrazia americana è al banco degli avvocati e sul seggio dei giudici. Più si riflette su ciò che accade negli Stati Uniti, più si resta convinti che il corpo dei legisti forma in questo paese il più potente e, per così dire, l’unico contrappeso alla democrazia. E’ negli Stati Uniti che si scopre facilmente come lo spirito legistico, per le sue qualità e, direi anche, per i suoi difetti, sia adatto a neutralizzare i vizi inerenti al governo popolare. […] Forte del diritto di dichiarare le leggi incostituzionali, il magistrato americano interferisce continuamente negli affari politici. Egli non può forzare il popolo a fare certe leggi, ma almeno lo costringe a non essere infedele alle proprie leggi e ad essere coerente con sè stesso. Non ignoro che esiste negli Stati Uniti una segreta tendenza che porta il popolo a ridurre il potere giudiziario; nella maggior parte delle costituzioni degli Stati, il governo, su richiesta delle due Camere, può togliere ai giudici il loro seggio. Certe costituzioni fanno eleggere i membri dei tribunali e li sottopongono a frequenti rielezioni. Oso predire che queste innovazioni avranno presto o tardi risultati funesti e che ci si accorgerà un giorno che, diminuendo così l’indipendenza dei magistrati, non si avrà solamente intaccato il potere giudiziario, ma la repubblica democratica stessa (Libro I, Parte II, Cap. VIII).

Insomma, lungi dal trovare in de Tocqueville un alleato, Berlusconi non  può che trovarvi il più fiero oppositore ante litteram del suo bel progettino di riforma dello Stato repubblicano ove unica legittimazione del lecito e dell’illecito sia il Popolo (segnatamente: la maggioranza). Ora, in qualche modo la citazione può essere rigirata a favore di mister B.: in effetti de Tocqueville vedeva il potere giudiziario come argine e impedimento al potere democratico. Vedeva, perciò, la “dittatura dei giudici” come freno al modello di democrazia plebiscitaria tanto cara al Presidente del Consiglio. Il problema è che de Tocqueville era un liberale (per davvero), e vedeva pertanto in tale “dittatura” un vantaggio, e non una perfida tirannia. Nel paese di mister B., invece, si ribaltano e confondono concetti a piacimento: democrazia diventa sinonimo di liberalismo, quindi ci possiamo dire liberali quando in realtà siamo semplicemente democratici radicali rousseauviani (e anche un po’ marxiani si potrebbe aggiungere). Il Pericle tucidideo si trasforma in quello senofonteo, ed ecco bello che confezionato il “Popolo della libertà”. Non è certo la prima volta che Berlusconi s’impasta con citazioni tratte dal liberalismo classico. Ricordo la sua accorata adesione al pensiero di John Stuart Mill: già, proprio quello che riteneva che nel campo della libertà di stampa fosse raccomandabile la circolazione non solo di opinioni vere, ma anche di quelle false. Poco dopo partì la richiesta di risarcimento per le “10 domande” di Repubblica per un milione di euro (stabilendo così il curioso precedente per cui non vi sono solo opinioni false o diffamanti, ma anche domande tali). Insomma, l’ipotesi bispensierista l’ho enunciata: spero si alzi al più presto (sarebbe quasi l’ora) qualche altra voce nei confronti del “liberalismo secondo Forza Italia”, così da falsificare tale lugubre prospettiva. Altrimenti toccherà davvero buttar via i classici e ridefinire la voce “liberalismo” cominciando con «era una notte cheta quella del 29 settembre 1936…».