Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Silviò de Berluscòn

Ogni tanto vien da chiedersi se definire la situazione politica italiana l’inveramento dell’incubo orwelliano non sia qualcosa più di una semplice iperbole a critica della concentrazione di potere politico-mediatico nelle mani del Dr. Berlusconi Silvio. Qualche dichiarazione pubblica, infatti,  lascia pensare che effettivamente il bispensiero non sia solo l’arguta invenzione di un abile scrittore del novecento. Almeno non se è possibile dichiarare quanto segue (qui il video: che non si dica che si è mal riportato):

«Il grande Alexis de Tocqueville diceva: “Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici. Con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo accada»

L’ipotesi è semplice. Se e solo se non fosse all’opera un meccanismo di bispensiero sarebbe possibile confezionare un’uscita simile, gettata in pasto al più ampio pubblico, senza che nessuno alzi un mignolino, sussurando un sommesso “ma…”. Già, perchè chiunque abbia una vaga idea del pensiero liberale ottocentesco saprebbe che il “grande Alexis de Tocqueville” era in realtà un grande fan dei giudici. Di più: riteneva che in una democrazia come quella americana, ove vigeva l’eguaglianza più spinta delle condizioni, dove nemmeno i governanti erano sottratti al controllo delle leggi e dei tribunali amministrativi e penali, se fosse stato possibile ammettere un corpo aristocratico tale poteva essere solo quello dei legisti o uomini di legge (giuristi e giudici). Lungi dal temere la “dittatura dei giudici” de Tocqueville (come è noto) temeva la tirannia della maggioranza: quella maggioranza che non trovava limite oltre sè stessa, nemmeno nelle leggi, nei diritti inalienabili o nelle costituzioni. De Tocqueville, ne “La democrazia in America”, scriveva:

Se mi si domandasse dove colloco l’aristocrazia americana, risponderei senza esitare che non è tra i ricchi, i quali non hanno alcun legame comune che li unisca. L’aristocrazia americana è al banco degli avvocati e sul seggio dei giudici. Più si riflette su ciò che accade negli Stati Uniti, più si resta convinti che il corpo dei legisti forma in questo paese il più potente e, per così dire, l’unico contrappeso alla democrazia. E’ negli Stati Uniti che si scopre facilmente come lo spirito legistico, per le sue qualità e, direi anche, per i suoi difetti, sia adatto a neutralizzare i vizi inerenti al governo popolare. […] Forte del diritto di dichiarare le leggi incostituzionali, il magistrato americano interferisce continuamente negli affari politici. Egli non può forzare il popolo a fare certe leggi, ma almeno lo costringe a non essere infedele alle proprie leggi e ad essere coerente con sè stesso. Non ignoro che esiste negli Stati Uniti una segreta tendenza che porta il popolo a ridurre il potere giudiziario; nella maggior parte delle costituzioni degli Stati, il governo, su richiesta delle due Camere, può togliere ai giudici il loro seggio. Certe costituzioni fanno eleggere i membri dei tribunali e li sottopongono a frequenti rielezioni. Oso predire che queste innovazioni avranno presto o tardi risultati funesti e che ci si accorgerà un giorno che, diminuendo così l’indipendenza dei magistrati, non si avrà solamente intaccato il potere giudiziario, ma la repubblica democratica stessa (Libro I, Parte II, Cap. VIII).

Insomma, lungi dal trovare in de Tocqueville un alleato, Berlusconi non  può che trovarvi il più fiero oppositore ante litteram del suo bel progettino di riforma dello Stato repubblicano ove unica legittimazione del lecito e dell’illecito sia il Popolo (segnatamente: la maggioranza). Ora, in qualche modo la citazione può essere rigirata a favore di mister B.: in effetti de Tocqueville vedeva il potere giudiziario come argine e impedimento al potere democratico. Vedeva, perciò, la “dittatura dei giudici” come freno al modello di democrazia plebiscitaria tanto cara al Presidente del Consiglio. Il problema è che de Tocqueville era un liberale (per davvero), e vedeva pertanto in tale “dittatura” un vantaggio, e non una perfida tirannia. Nel paese di mister B., invece, si ribaltano e confondono concetti a piacimento: democrazia diventa sinonimo di liberalismo, quindi ci possiamo dire liberali quando in realtà siamo semplicemente democratici radicali rousseauviani (e anche un po’ marxiani si potrebbe aggiungere). Il Pericle tucidideo si trasforma in quello senofonteo, ed ecco bello che confezionato il “Popolo della libertà”. Non è certo la prima volta che Berlusconi s’impasta con citazioni tratte dal liberalismo classico. Ricordo la sua accorata adesione al pensiero di John Stuart Mill: già, proprio quello che riteneva che nel campo della libertà di stampa fosse raccomandabile la circolazione non solo di opinioni vere, ma anche di quelle false. Poco dopo partì la richiesta di risarcimento per le “10 domande” di Repubblica per un milione di euro (stabilendo così il curioso precedente per cui non vi sono solo opinioni false o diffamanti, ma anche domande tali). Insomma, l’ipotesi bispensierista l’ho enunciata: spero si alzi al più presto (sarebbe quasi l’ora) qualche altra voce nei confronti del “liberalismo secondo Forza Italia”, così da falsificare tale lugubre prospettiva. Altrimenti toccherà davvero buttar via i classici e ridefinire la voce “liberalismo” cominciando con «era una notte cheta quella del 29 settembre 1936…».

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