Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Perchè ai sociologi non piace l’economia

Stavo rileggendo di recente una bella introduzione alla Sociologia economica di Nicola Negri e Filippo Barbera (Mercati, reti sociali, istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2008). Come ogni testo di sociologia economica che si rispetti non può che cominciare con una critica dell’economia mainstream o ortodossa, in modo da mostrarne le fallacie e aprire la strada per un approccio sociologico all’economia. Per chi non avesse mai frequentato un corso di sociologia economica bisogna sapere che esistono dei dogmi inculcati dalla prima lezione, di cui il più importante è: l’economia mainstream è falsa. Parlo di dogma perchè, come dirò, difficilmente vengono spiegate le ragioni di una conclusione tanto radicale. E quando, come nel testo sopra citato, una spiegazione viene tentata, è abbastanza chiaro come sia del tutto insufficiente. Non ho mai capito poi, per inciso, perchè la Sociologia economica dovrebbe nutrirsi della carcassa dell’economics tradizionale: se ha qualcosa da dire potrebbe dirlo tranquillamente in parallelo, integrando eventualmente l’esistente – non vi è, infatti, nessuna necessità logica o ontologica per cui un sociologo economico non possa dire qualcosa di vero e interessante laddove allo stesso tempo un economista dica qualcosa di vero e interessante. Oltre questo, cosa intendano gli autori per “economia ortodossa o mainstream” non è dato capire con precisione: viene fatta passare l’idea che esista in qualche mondo delle idee un corpus organico di teoremi e definizioni che formi la cassetta degli attrezzi o il “paradigma” dominante in campo economico (e si può solo intuire come questo “paradigma” coincida con una versione abbastanza confusa dell’economia neoclassica). Il rifiuto dell’economia mainstream, tra l’altro, fa il paio con l’accetazione pressochè acritica del pensiero economico “eterodosso” (Sen e Hirschmann sono, in genere, citatissimi: per non parlare di Krugman e Stiglitz – per i quali tra l’altro si pone l’imbarazzante interrogativo se facciano parte dell’economia ortodossa: i neo-post-keynesiani sono “ortodossi”?).

Il primo errore, pertanto, consiste nel partire immediatamente all’attacco, invece che a difesa delle proprie posizioni. Nel primo capitolo del Barbera-Negri, vengono esposti i supposti assunti di base della scienza economica ortodossa. In particolare, riassumendo, secondo i due autori sarebbero i seguenti:

  1. il microfondamento dell’economia consiste in attori egoisti e razionali;
  2. gli scambi di mercato producono la società;
  3. gli scambi di mercato influiscono sulla psicologia dell’individuo, facendogli estendere il modus operandi del mercato, guidato da egoismo e attenzione ai prezzi, a tutte le altre attività sociali;
  4. l’economia studia le condizioni di efficienza del sistema di scambio, definibile esclusivamente come “ottimalità paretiana“;
  5. lo studio analitico della società da parte dell’Economia si fonda su assunti eroici troppo semplici e irrealistici;
  6. gli attori hanno perfetta conoscenza di costi e benefici derivanti dalle proprie azioni;
  7. le spiegazioni in termini di efficienza del sistema non introducono considerazioni etiche rispetto ai fattori storici precedenti l’esistenza del mercato;
  8. gli economisti sostengono che un fenomeno economico viene in essere perchè è il più efficiente;
  9. le spiegazioni basate sull’efficienza sono implicitamente funzionaliste;
  10. approcci che ammettano le condizioni di incertezza in cui si trovi l’attore sono appannaggio dell’economia eterodossa;
  11. l’economia esclude la rilevanza della struttura sociale pregressa per la distribuzione dei costi e dei benefici conseguente la genesi del mercato.

Qual è il problema relativo a tali assunti? Il problema è che chiunque sappia anche poco di economia, o pochissimo come il sottoscritto, non faticherebbe comunque a riconoscerli come non solo caricaturali dell’economia mainstream, ma nella maggior parte semplicemente falsi, e derivanti dall’ignoranza più totale della letteratura economica in questione (in un libro di Enzo Mingione del ’97, altro mammasantissima della sociologia economica italiana, l’intero impianto dell’opera era fondato sulla critica del “dogma del fondo salariale fisso” dell’economia classica: pare che Mingione sia rimasto impigliato nelle dispute ottocentesche e gli siano passati un paio di secoli di studi sotto le scarpe). Ci si dovrebbe aspettare che due autori, che partono all’attacco della teoria e della pratica dell’economia mainstream, avessero una qualche conoscenza dell’argomento che si apprestano a trattare. Tanto più se l’esigenza di un approccio sociologico all’economia è spiegato in funzione delle mancanze della teoria economica tradizionale. E invece no, tutto quello che Barbera e Negri dimostrano di sapere non sono altro che quei due-tre luoghi comuni e stereotipi associati alla scienza economica da più di un secolo a questa parte (non solo falsi, pertanto, ma triti e ritriti).

Un paio di osservazioni sui punti sopra esposti:

  1. non vi è alcun obbligo di assumere preferenze egoistiche negli attori: gli economisti considerano le preferenze come date e cioè esogene (anche qua non sempre, c’è chi studia, sempre nel mainstream, preferenze generate endogenamente, cioè all’interno dello scambio), qualunque esse siano (altruistiche, egoistiche, mezzo e mezzo). In alcune situazioni si possono scegliere perciò preferenze egoistiche, qualora sembri un assunto plausibile. In particolare può essere utile assumerle in un contesto di mercato competitivo. Che Barberi e Negri (d’ora in poi BN) estendano poi un assunto che gli economisti utilizzano ragionevolmente in un contesto per estenderlo in contesti dove effettivamente risulti implausibile, e basino la propria critica su questo, risulta un problema di BN più che della scienza economica;
  2. non sono gli scambi di mercato che producono la società. Sono semplicemente le interazioni tra persone. Viene surrettiziamente attribuita alla scienza economica una visione mercatocentrica che può esistere sì come astrazione (“lo scambio sociale”), ma lì si ferma: non vi è quell’ontologia del mercato che BN sembrano attribuirvi. Tra l’altro basterebbe aver letto la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith per capire come l’argomento della “mano invisibile” non nasce come argomento economico, ma si riferisce all’ordine sociale (e non semplicemente di mercato) spontaneo garantito dalle interazioni di qualsiasi tipo tra individui;
  3. altro errore: se gli economisti della famiglia studiano gli aspetti riproduttivi tramite gli strumenti dell’economia questo non avviene perchè pensano che il meccanismo dei prezzi abbia dei riflessi psicologici sugli individui tali da abbracciare qualsiasi aspetto della vita sociale. BN confondono un metodo (che è buono in quanto utile) con l’ontologia e la psicologia individuale;
  4. falso anche qua. Esistono più definizioni di efficienza, e quella paretiana è una delle più deboli. Basta dare un occhiata alla relativa pagina Wikipedia, in particolare alla nozione di “efficienza allocativa”: una distribuzione pareto-efficiente può essere contemporaneamente afflitta da inefficienza allocativa. Sorvoliamo poi sulle nozioni di equilibrio stabile, metastabile e instabile, nozioni evidentemente ignote al duo BN;
  5. anche qua non si capisce dove BN vogliano andare a colpire. La società si studia per astrazioni, e pertanto tramite assunti semplificati della stessa, spesso e volentieri “eroici”. La Rational choice theory è il metodo migliore ad oggi, non perchè colga tutte le sfaccettature dell’umana psiche, ma perchè tramite assunzioni relativamente semplici permette di trarre previsioni di una certa ampiezza, risultando così particolarmente informativa. La critica per cui la RCT risulta troppo astratta è talmente vecchia e vuota che nemmeno varrebbe la pena di discuterla;
  6. falso. L’economia si preoccupa esattamente delle incertezze e delle asimmetrie informative che colpiscono gli attori operanti sul mercato. E’ tutto fuorchè un aspetto secondario dell’economia mainstream;
  7. chiunque, da sociologo, abbia letto Durkheim o Weber dovrebbe essere cosciente dei rischi nell’indulgere a giudizi di valore. Detto questo in economia domina il criterio dell’utilità, che oltre a reddito e ricchezza può tranquillamente includere tutte le considerazioni etiche desiderate da BN;
  8. assolutamente falso: si cerca di spiegare perchè vengono alla luce particolari fenomeni economici e il loro funzionamento. Il dire che un qualsiasi fenomeno esiste perchè è efficiente è una non-spiegazione (come ironizzano BN), e non richiederebbe nemmeno le tonnellate di matematica ed econometria ampiamente presenti nei papers di economia. Questa forse è l’accusa più ridicola e in malafede;
  9. da quanto detto sopra non vi è alcun “funzionalismo implicito” nella teoria economica. Lo studiare una istituzione (livello macro) assumendo metodologicamente gli individui (livello micro) come agenti razionali non è, in alcun modo, equivalente a dire che l’istituzione in questione è efficiente (cfr. punto 4). Altro che funzionalismo implicito dei miei stivali! Sarebbe bastato, per levarsi il dubbio, turarsi un attimo il naso e leggere qualcosa di Hayek. E’ molto più probabile, piuttosto, scivolare nel funzionalismo con quell’istituzionalismo che rimanda l’esistenza di particolari istituzioni a fenomeni storici, politici o culturali. Tra l’altro sociologi sedicenti analitici, come Barbera, non fanno che cadere nella classica confusione di micro e di macro. Come scriveva Coleman, la RCT è sì tautologica a livello individuale, mentre è esplicativa a livello di sistema sociale. Chi ancora non ha capito (e sono tanti) che la sociologia si occupa di spiegare fenomeni macro a livello sociale e non la psicologia individuale fose è meglio si dia a qualcos’altro;
  10. come da punto 6 non vi è nulla di “eterodosso” nel mettere in luce l’incertezza in cui navigano gli attori economici. In un manuale graduate già degli anni ’60 (Price Theory) Milton Friedman titolava il capitolo 4 “The utility analysis of uncertainty“. BN sarebbero disposti a considerare Friedman un economista “eterodosso” (per quanto negli anni ’60 il pensiero economico non-keynesiano probabilmente avrebbe potuto essere considerato tale)? In qualunque manuale di micro-economia di ispirazione neoclassica, comunque, di norma si trova un capitolo sull’analisi delle incertezze (ad es. qui e qui).
  11. la critica è senza senso: se l’economista tiene in conto la struttura degli incentivi che struttura il mercato allora tiene in conto anche la “struttura sociale pregressa” in cui gli scambi si attuano. Non si contano gli studi sulle barriere corporative tese a limitare la concorrenza sui prezzi (a partire dai modelli di contrattazione sindacale): le strutture di potere che limitano il funzionamento del mercato sono un topos della letteratura economica.

E’ interessante citare qui un paper di D.K. Levine, che si considera un economista “mainstream” (e quindi dovrebbe costituire bersaglio prediletto per BN), tratto da una conferenza sulla Behavioral economics. La maggior parte delle critiche a questa ondata accademica di psicologismo economico può tranquillamente essere rivolta paro paro al sociologismo economico di BN (di cui non abbiamo una critica altrettanto autorevole e cogente, risultando l’Economic sociology decisamente meno minacciosa dell’affine Behavioral – chiediamoci perchè). Qui, sempre di Levine, si trova un riassunto dei punti della mainstream economics travisati dalla behavioral, tratto da un simposio (e applicabili pertanto anche alla sociologia economica). Il paper va letto, ma è da citarne l’incipit:

Criticism of homo economicus is not a new topic. In 1898 Thorstein Veblen wrote sarcastically rational economic man as “a lightning calculator of pleasures and pains, who oscillates like a homogenous globule of desire of happiness under the impulse of stimuli.” This description had little to do with economics as it was practiced then – and even less now […]. The modern paradigmatic man (or more often these days woman) in modern economics is that of a decision-maker beset on all sides by uncertainty. Our central interest is in how successful we are in coming to grips with that uncertainty.

Insomma, la critica all’Economia non appare molto più che una critica di posa, tesa a giustificare l’esigenza di una disciplina che, salvo in ristretti ambiti, non ha ancora prodotto risultati lontanamente comparabili al suo parente più prossimo. Si combatte contro un fantasma, mancando le competenze e quindi la volontà per una critica accademica di un livello decente. Perchè il punto è quello: se la Sociologia economica vuole essere un filone appassionante e innovativo di ricerca deve confrontarsi con letteratura di un certo livello, e non accanirsi contro fantasmi (una teoria economica stilizzata a uso e consumo della critica ma inesistente nella realtà) o contro i cadaveri (teorie ottocentesche non più in voga). Pena il cadere in un circolo vizioso di provincialismo accademico, internamente coerente ma scollegato dal resto del mondo (il popolare “cantarsela e suonarsela”). Tocca citare ancora Levine:

Modern economics is primarily concerned with the difficulties in making decisions in uncertain and changing circumstances. Learning economics from undergraduate textbooks is dangerous in this respect: most undergraduate textbooks are decades out of date, while modern game-theoretic/information-theoretic/mechanism-design methods have been the focus of economic research both theoretical and applied during those missing decades.

Come è possibile che due autori, nemmeno tra i peggiori nel loro campo (e potremmo dire, dunque, rappresentativi della migliore tradizione di sociologia economica italiana), non tengano in conto di fatti tanto semplici? Non stupisce che tra la bibliografia del volumetto appaiano pochissimi contributi di economisti “ortodossi”: di solito ci si limita a citare Williamson (che troppo ortodosso, tra l’altro, non è) e, quando va bene, Becker (magari senza averlo letto). Nei papers di sociologia economica più in generale è un classico cominciare l’articolo con un attacco agli economisti. Si mette bene in chiaro come le spiegazioni economiche siano inaccettabili (ma questo, al solito, viene dato per scontato: non ho mai visto citati, a seguito di tale accusa, gli articoli contenenti le disastrose applicazioni dell’economia – e di conseguenza non ho mai visto spiegato in che cosa la teoria economica sbaglierebbe, nè se tali errori risiederebbero in questioni teoriche o applicate). Altro classico è parlare degli errori degli economisti “neoliberisti”, con questo insultando tout court la categoria, in quanto essendo il “liberismo” (che sarebbe meglio riportare sotto l’etichettta più generale di liberalismo) una corrente politica, implicitamente si accusa l’economista di turno, tramite i suoi lavori “inaccettabili”, di perseguire obbiettivi politici, e non conoscitivi (è un classico, come notava Hayek in uno scritto su “Socialismo e scienza“, attaccare personalmente coloro che portino conclusioni che politicamente non ci piacciono, etichettandoli come “servi” di qualcuno – trasformando così le loro conclusioni in conclusioni politiche, e dando per scontato la neutralità delle nostre). Un paio di esempi. Paolo Barbieri e Raffaele Guetto, in un paper non ancora pubblicato sul lavoro autonomo, così attaccavano i sostenitori della tesi dell’unemployment push (in sintesi l’idea che le rigidità del mercato del lavoro spingano i disoccupati a crearsi lavori indipendenti essendo esclusi dal mercato del lavoro dipendente):

Nonostante l’esistenza di diversi lavori empirici che, a più riprese, smentivano tale ipotesi (Barbieri 1999, 2001, 2003, 2004) l’apparente relazione fra un elevato tasso di lavoro autonomo e la protezione accordata al lavoro dipendente a tempo indeterminato nei paesi sud-europei, rappresentava una tesi politicamente troppo attraente per accettarne l’inconsistenza empirica.

Chi, come il sottoscritto, abbia letto criticamente i lavori di Barbieri citati, saprebbe che tale ipotesi è solo scalfita da essi (in alcuni a mio avviso è addirittura confermata, stando ai coefficienti delle regressioni di Barbieri stesso, coefficienti ai quali vengono date interpretazioni, a esser cortesi, perlomeno curiose), e probabilmente necessiterebbe, questo sì, di una revisione e ulteriori approfondimenti. Per Barbieri è invece definitivamente confutata (tra l’altro gli studi citati, oltre a essere tutti di Barbieri – pare, l’unico che sul lavoro autonomo ci abbia visto giusto – si riferiscono alla sola Italia, mentre l’ipotesi è ben più generale). E chiunque si ostini, con argomenti e dati solidissimi, a sostenerla, è nè più nè meno che un “venduto”. In un altro recente articolo, di Enzo Mingione e Alberta Andreotti, l’incipit è da manuale:

Soprattutto rispetto alla precarietà vi è uno scontro ideologico e politico tra due posizioni contrapposte, entrambe indifendibili. Da un lato, l’idea neoliberista secondo la quale per promuovere crescita e competitività è necessario deregolamentare il mercato del lavoro ed eliminare le tutele conquistate dai lavoratori nei trent’anni dell’espansione manifatturiera postbellica. Dal lato opposto, l’idea che l’unico modo per evitare una forte crisi sociale determinata dalla diffusione della precarietà e instabilità delle nuove occupazioni “atipiche” sia rafforzare ed estendere le forme di regolazione fordiste a tutte le nuove forme occupazionali.

Seguono citazioni rispetto agli autori che avrebbero sostenuto tale ipotesi e in che modo, oppure analisi e argomenti che spieghino perchè l’ipotesi “neoliberista” (o quella opposta, per quanto vale) sarebbe errata? Neanche mezza. Probabilmente Mingione crede di averci già fatto i conti nel libro già citato. L’ingnoranza in materia dei sociologi economici italiani è sterminata. E fa più o meno il paio con l’ignoranza della Rational choice theory da parte dei critici della stessa (il nome più in vista è di sicuro Alessandro Pizzorno, che ha fondato la sua “fama” sostanzialmente sul proporre una critica alla RCT, senza per altro averla mai capita. Un altro sociologo rimastro intrappolato nelle acque torbide dell’azione “identitaria” come Gian Primo Cella è arrivato addirittura ad affermare che James Coleman non può essere considerato uno degli adepti di tale teoria – nonostante la sua esplicita e continua adesione alla stessa ne suoi Foundations of social theory). Il pregiudizio anti-economicistico è talmente radicato da dubitare in una sua prossima scomparsa (si noti ad esempio il pezzo di Carlo Trigilia in cui lamenta la scarsa influenza della sociologia economica sulle politiche economiche, nonostante la sua supposta (da Trigilia) superiorità teorica e di ricerca empirica – siamo, e lo dice un sociologo come me, al delirio più puro). Questa contrapposizione muro-contro-muro tra l’altro non fa che tagliare le gambe all’approccio sociologico, autoescludendolo da un dibattito proficuo con le altre scienze sociali a partire dall’economia (come piaceva invece a Coleman, che insegnava a Chicago accanto a Gary Becker, e non aveva difficoltà a citare ampiamente Milton Friedman, Friedrich Hayek o Mancur Olson). Tanto più se questo dibattito è escluso a priori per un ignoranza a dir poco patetica degli argomenti che ci si appresta a criticare. E anche in quelle aree interessanti e innovative della sociologia economica, relative al capitale sociale e alle reti di relazioni (che ritengo molto più interessanti nella versione di Ronald Burt piuttosto che in quella più modaiola e iconoclasta di Mark Granovetter), i sociologi rischiano di farsi “scippare” le idee da studiosi ben più preparati, così da ricadere in un circolo di frustrazione e auto-isolamento. Sarebbe ora di svegliarsi.

4 responses to “Perchè ai sociologi non piace l’economia

  1. ste June 26, 2011 at 11:18 pm

    Vi sarebbero molte osservazioni da fare su questo articolo, tuttavia preferisco concentrarmi su un aspetto specifico, che si trova nelle battuta finali, ovvero l’inesistenza di argomenti contro “l’idea neoliberista secondo la quale per promuovere crescita e competitività è necessario deregolamentare il mercato del lavoro ed eliminare le tutele conquistate dai lavoratori nei trent’anni dell’espansione manifatturiera postbellica”. La presunta mancanza di argomenti contro questa teoria neoliberista è a dir poco comica. In primo luogo una libera contrattazione tra lavoratore ed azienda se potrebbe in teoria favorire in ottica neoliberista alcuni lavoratori (per dire l’ingegnere informatico che lavora per google) di fatto metterebbe in crisi la stragrande maggioranza di lavoratori che non hanno competenze tali da non essere coperte da quello che, un po’ marxianamente, potremmo definire l’esercito lavoratore di riserva. Essi, in assenza di retribuzioni forti o contratti solidi, si troverebbero nella necessità di diminuire i consumi (anche alcuni consumi rigidi: la casa, l’auto ecc.) con una relativa contrazione della dimensione degli scambi. Se poi questa deregulation fosse generalizzata ci troveremmo in una situazione paradossale perché il motivo principale per abbattere i costi del lavoro o la durata dei contratti consiste nell’abbassamento del costo del prodotto che diverrebbe così appetibile sul mercato. Ma appetibile per chi? non per il mercato interno dove i consumatori potenziali sarebbero messi fuori gioco dalle loro scarse risorse (attuali o potenziali), ma nemmeno per quello esterno giacché se il meccanismo deregulatorio riguardasse l’economia globale il numero degli acquirenti potenziali resterebbe sempre sotto la soglia desiderata. Con un esempio stupidino: se tutti facessimo come i cinesi non ci sarebbe un “fuori Cina” in cui indirizzare i propri prodotti, giacché i lavoratori degli altri paesi sarebbero nelle medesime condizioni di bassa disponibilità di spesa propria dei lavoratori del paese produttore. A ciò aggiungerei qualcosa che gli economisti tendono ad usare solo quando fa loro comodo, ovvero la dimensione psichica. la precarietà è uno stato non solo ecomomico, ma anche sociale ed esistenziale. una persona che non ha minime basi di sicurezza materiale (escludendo di fare la “villa” romana, che sarebbe comunque antiliberista per definizione) avrebbe – e di fatto ha – serie difficoltà ad investire in casa, matrimonio, figli ecc. la sua sola possibilità di raggiungere questi beni che sono soprattutto afferenti alla sfera del sociale sarebbe comportarsi come il nero dell’oklahoma che ha dato suo malgrado il via alla bolla speculativa di cui ancora oggi paghiamo i costi, ovvero contraendo debiti a lungo termine nella speranza di eventuali entrate future o comunque di possibilità di consolidare il debito stesso. Che la generalizzazione indiscriminata di questo meccanismo sia perlomeno rischiosa è nelle cose stesse.

  2. jollyjokerreturns June 27, 2011 at 9:47 am

    Un paio di note, tra le tante che potrebbero essere levate contro questa risposta: non sto criticando la “generalità” degli argomenti contro il “neoliberismo” (qualunque cosa significhi). Sto puntando l’attenzione a delle critiche ben specifiche che vengono sciorinate con una certa sistematicità nei corsi di sociologia economica. Sono critiche che mi sento di sollevare da studente, non da politicante consumato attento al rispetto dell’ortodossia ideologica dei curricula universitari. Quello che metto in luce è come alcuni dei sociologi economici italiani più in vista portino delle critiche alla teoria economica (che solitamente LORO tendono ad accostare a un fantomatico neoliberismo intorbidendo le acque, non certo io) che semplicemente lasciano trasparire una ignoranza pressochè totale dell’argomento. Se esistono delle critiche (come esistono) vedessero di portarle, invece di rifuggire in triti e ritriti clichè no-global. L’insegnamento nel martoriato sistema universitario italiano non potrebbe che trarne beneficio.
    Rispetto alla seconda parte dell’argomento, che dire: se fa piacere possiamo continuare a masturbarci col sottoconsumismo, possiamo eliminare qualsiasi riferimento ai prezzi queste entità misteriose, fregarcene di argomenti a favore della redditività marginale in un ecumenico abbraccio fraterno in un ipotetico shan-gri-la teorico-politico là da venire. Detto questo non era mia intenzione difendere alcun approccio “neoliberista”, bensì criticare alcuni assunti che per pietà chiamerò “didattici” presenti nella sociologia economica italiana contemporanea: il fatto che ti sia scagliato nella solita tirata contro la “deregolamentazione generalizzata” il “nessuna pietà per nessuno” il necessario “taglio dei costi del lavoro” (come se la profittabilità e la competitività si fondassero esclusivamente sul taglio della massa salariale – o come se una qualunque politica di liberalizzazione fosse attuata con lo scopo precipuo di far calare il salario dei lavoratori… qua mi spiace ma siamo alla paleo-economics più deteriore) la “corrosion of character” (pare) connaturata a qualsiasi politica di liberalismo economico mi fa sospettare una qualche prevenzione da parte tua rispetto ai temi in discussione.

  3. luigi July 1, 2011 at 1:23 pm

    Complimenti per l’ottimo blog, ci sono arrivato tramite NfA.
    Hai scritto osservazioni tutte condivisibili sul tema. Pero’, se posso, hai sprecato veramente troppe parole. Quando leggi un lavoro che inizia con la solita critica alla “economia ortodossa o mainstream”, passa oltre. Non vale la pena leggerlo, tantomeno commentarlo così a lungo. La catch-phrase iniziale è segnale che il lavoro ha scopo politico/propagandistico, non scientifico. Quindi qualsiasi argomento razionale tu possa portare, i signori continueranno a riempirsi la bocca con l’economia mEinstrimmm, e tu diventi solo il solito servo del paradigma neoliberista. Dico questo non per difendere una teoria, quale che sia. Piuttosto, lo faccio per notare come quelli che lavorano sul serio sui modelli economici per testare, falsificare, indebolire le ipotesi, immaginare ipotesi alternative etc., lo fanno e basta. Senza necessità di chiacchierare di metodo.
    Come si dice, “in science, like in poker, the hand speaks for itself”. Questi c’hanno al massimo un due di picche e un sette di quadri.
    Un’ultima cosa: vedo che il titolo del papiello in questione comprende le reti sociali. Questo è il benchmark per gli economisti (seri) che si occupano di networks:
    http://www.amazon.com/Social-Economic-Networks-Matthew-Jackson/dp/0691134405/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1309526357&sr=8-1
    La prossima volta che qualcuno ti vuole parlare di netuorchs, chiedigli se ha letto il libro. Se no, passa oltre. It’s not worth.

    • jollyjokerreturns July 1, 2011 at 3:13 pm

      Ti ringrazio molto, dal table of contents il libro sembra piuttosto succulento! Per quanto riguarda la “recensione” al Barbera-Negri… su tante, troppe cose passerei volentierissimo oltre, ma si tratta di testi d’esame obbligatori. Il ragionarci su criticamente mi permette per lo meno di derivarne una qualche utilità (esercizio nemmeno troppo challenging, in effetti, vista la povertà della “mano”) – mentre il blog aiuta a scaricare qualche frustrazione di troppo😀

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: