Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: April 2011

Un paio di fatti aggregati sulla Libia

E’ dall’inizio della rivolta in Libia del febbraio scorso che su Facebook, blog e internet in generale trovo una serie di post che ci spiegano ex cathedra, snocciolando fior di dati, quale meraviglioso paradiso sia stata la Libia nei quarant’anni della Jamahiriya. Il sunto degli argomenti è il seguente (non ho trovato la fonte originaria, ma è sicuramente identica per tutti i post succitati, in quanto gli argomenti e i numeri son gli stessi fin nelle virgole):

La Libia, al contrario, non è (non era) nelle stesse condizioni di povertà di Egitto e Tunisia. La Libia ha il più basso tasso di mortalità infantile di tutta l’Africa; la Libia aveva la speranza di vita (75 anni) più alta di tutta l’Africa; meno del 5% della popolazione era denutrita (il governo libico ha abolito tutte le tasse sul cibo); la Libia aveva il più alto prodotto interno lordo (il PIL pro capite raggiunge i 13.800 dollari annui) a parità di potere d’acquisto (PPA) pro capite di tutta l’Africa; la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente africano; la Libia ha una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà inferiore ai Paesi Bassi; La Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica Ceca.

Controllando i dati dal fondo: la Libia ha una popolazione carceraria inferiore alla Repubblica Ceca (12.905 contro 22.575), non un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica Ceca. Pensavo insegnassero già dai primi anni delle scuole superiori la fallacia insita nel ragionare per cifre assolute anzichè relative ma, a quanto pare, tocca ripetersi. Perchè la Libia, con una popolazione di circa 6 milioni di persone, ha uno dei tassi di carcerazione più elevati di tutta l’Africa (come efficacemente illustrato da questa figura, e dai dati a cui fa riferimento). Di contro ha un tasso non troppo lusinghiero di carcerazione preventiva (curiosamente vicino all’Italia – e qui evito commenti rispetto al fatto se sia un onore per la Libia essere vicino all’Italia o un disonore per l”Italia essere tanto vicina alla Libia). Il confronto con la Repubblica Ceca non può che avere natura retorica, come facilmente intuibile dalla particolarità dell’accostamento. Chi avesse voglia di approfondire può leggersi il rapporto di Human Rights Watch sulla trasparenza dei dati e delle condizioni relative alla popolazione carceraria libica (e sorvoliamo sulla disinvoltura con cui si parla delle suddette condizioni).

I dati sulla povertà sono solitamente un campo minato, soprattutto quando si tratta di comparazioni internazionali, a causa delle differenze nelle definizioni di cosa debba intendersi come “povertà”. L’articolo sembra invece reciso nell’affermare che la povertà (presumiamo assoluta) sia inferiore in Libia rispetto ai Paesi Bassi. Nemmeno vengono indicate, per inciso, le fonti da cui i dati sarebbero estratti. Tramite il sito dell’OECD, invece, si apprende che, nella definizione più sfavorevole all’Olanda di povertà relativa (60% del reddito mediano, post-tax post-transfers), la percentuale di persone ricadenti sotto tale definizione è pari al 14,3% a metà 2000. Per la Libia è disponibile una stima della World Bank per il periodo 2000-2005 (dal momento che pare che i dati sulla povertà in Libia siano tutt’altro che rilevati con trasparenza e continuità) del 14% rispetto alla linea della povertà nazionale (intesa come 2/3 del consumo medio). Se, ignorando sfacciatamente considerazioni di comparabilità causa mancanza dati, consideriamo che il consumo è solitamente inferiore al reddito, e confrontiamo i due dati (60% reddito mediano Paesi Bassi e 2/3 consumo medio Libia), in nessun caso sembra potersi concludere dai dati disponibili che la povertà relativa sia inferiore in Libia rispetto all’Olanda (mentre si trova in linea con Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto). Tanto più che il confronto pertinente sarebbe quello tra tassi di povertà assoluta (un paese con un reddito alto, come l’Olanda, avrà infatti un numero maggiore di persone sotto la linea della povertà relativa, ma probabilmente inferiore per quanto riguarda la povertà assoluta). I dati si possono trovare sul sito OECD stats, rispettivamente a “Social and welfare statistics/Social Protection/Income distribution-Poverty” e “African economic outlook/Statistical annex/Poverty and income distribution indicators” (disponibile, quest’ultimo, direttamente anche qui).

L’affermazione sul HDI, perlomeno, risponde al vero. Ci si potrebbe però chiedere se abbia un senso confrontare un paese come la Libia con i paesi dell’Africa subsahariana, e non con gli altri paesi nordafricani e del medioriente (come di solito in tutte le analisi comparative internazionali), dal cui paragone il primato libico verrebbe a sparire. Sui limiti, poi, del feticcio del HDI rispetto al PIL tocca citarmi. Resta comunque l’unico fatto obbiettivamente lusinghiero per il regime della Jamahiriya fino a ora.

Anche i dati sul PIL sono nella sostanza confermati (qui i dati IMF relativi a Libia e “vicini di casa”). Resta da chiedersi se tale fetta di PIL pro capite derivi dal petrolio (settore che va a formare un quarto del PIL) o dalla Jamahiriya, questione che viene totalmente elusa. Perchè se l’articolo non volesse vedere un nesso tra le due cose non si capirebbe il senso dell’intero discorso.

Per quanto riguarda la malnutrizione tramite dati World Health Organization (presi dal database World Bank) è possibile vedere come, per i bambini sotto i cinque anni, la Libia presenti un tasso del tutto analogo a Egitto e Marocco, ma superiore a Tunisia e Algeria (si veda qui e qui). Riguardo alla popolazione totale, è denutrito meno del 5% della popolazione anche in Tunisia, Marocco e Algeria (dati FAO). Un po’ meglio per quanto riguarda la mortalità alla nascita, ma del tutto analogo ai dati relativi a Tunisia ed Egitto (qui il grafico per la mortalità a un anno, qui a cinque anni). Per quanto riguarda le aspettative di vita alla nascita, poi, risultano identiche tra Libia e Tunisia (mentre effettivamente superiori agli altri paesi nordafricani).

Non corrisponde perciò al vero alcuna delle affermazioni sopra riportate (a parte quelle su HDI e PIL, che possono contare come una sola vista la forte correlazione tra i due indicatori). Verrebbe da dire poco male, se non si trattasse sotto mentite spoglie non tanto di una coraggiosa difesa di un paese sovrano attaccato, ma dell’ennesimo tentativo di accreditare la bontà, dopo la sconfitta del socialismo reale est-europeo, degli ultimi sistemi socialisti e totalitari rimasti (sorvolo sui post ampiamente diffusi relativi alla “vera” democrazia cubana o libica rispetto alle loro controparti europee e americane). Al di là della visione etica sottesa all’argomento (la sicurezza sopra la libertà – a cui si può solo rispondere col noto motto di Franklin), che viene comunque ridimensionata dal confronto con le performance di paesi omologhi ben più liberali della Libia, resta questa filosofia della miseria secondo cui sarebbe possibile o desiderabile rinunciare a tutte le libertà e ai diritti individuali acquisiti e, soprattutto, acquisibili, per raggiungere un tenore di vita (udite udite) superiore a quello dello Zimbabwe. Perchè il confronto che viene proposto mi sembra sostanzialmente questo. Belli (si fa per dire) i tempi in cui la superiorità del socialismo reale doveva confrontarsi con Europa e Stati Uniti.

Advertisements

Perchè il processo breve del PD è diverso da quello del PDL

Si è molto discusso, a partire da un vecchio articolo di Franco Bechis su Libero, del fatto che norme in tema di “processo breve” (prescrizione a seguito di una durata eccessiva del processo, secondo limiti fissati per legge) fossero già state proposte nel corso della XIV legislatura dai furono DS. La discussione si è soffermata sulle tecnicalità, su vantaggi e svantaggi comparati, concludendo con una censura generalizzata della sinistra ipocrita che, per ragioni di opportunismo, piegherebbe le proprie preferenze legislative al solo obiettivo di scalzare Silvio Berlusconi dalle proprie responsabilità di governo. Con questo, al solito, passa in cavalleria la questione di fondo, che poco ha a che vedere coi cavilli del disegno di legge, e parecchio con la sostanza di quello che, forse, con qualche sforzo si può ancora chiamare Stato di diritto. E’ possibile che due disegni di legge, nella forma ipotizziamo pure del tutto identici, risultino in realtà del tutto differenti se presentati da due gruppi parlamentari differenti e in circostanze differenti? Ebbene sì, e per questioni tutt’altro che di lana caprina. Da una prospettiva liberale, difatti, cosa può essere considerato Legge? Derivandola dalla concezione già espressa secoli primi da John Locke, così Friedrich Hayek descriveva i limiti del potere legislativo all’interno di uno Stato di diritto:

General rules, genuine laws as distinguished from specific orders, must therefore be intended to operate in circumstances which cannot be foreseen in detail, and, therefore, their effect on particular ends or particular people cannot be known beforehand. It is in this sense alone that is at all possible for the legislator to be impartial […]. As soon as particular effects are foreseen at the time a law is made, it ceases to be a mere instrument to be used by the people, and becomes instead an instrument used by the law-giver upon the people and for his ends [Friedrich Hayek, The road to serfdom, Routledge, 2001, pp. 79-80]

The Rule of Law thus implies limits to the scope of legislation: it restricts it to the kind of general rules known as formal law, and excludes legislation either directly aimed at particular people, or at enabling anybody to use the coercive power of the state for the purpose of such discrimination. [ivi, p. 87]

Dal momento che nelle ultime due settimane ho sentito ad Annozero dalla viva voce di, nell’ordine, Maurizio Belpietro, Fabrizio Cicchitto e Nicola Porro (quest’ultimo non passa minuto senza che faccia sapere agli astanti quanto si consideri liberale e liberista – con che faccia a questo punto, verrebbe da aggiungere), esplicitamente affermare che processo e prescrizione breve sono leggi fatte effettivamente a favore di Silvio Berlusconi, la differenza tra due leggi identiche diventa più chiara. Perchè, in un ordinamento liberale, la differenza tra una Legge (che, secondo Hayek rispecchia l’opinione della comunità) e un Decreto (che rispecchia invece una particolare volontà, indirizzata a un particolare obbiettivo) non risiede semplicemente nel contenuto dell’atto: una Legge è tale in quanto il legislatore ritiene i principi in essa contenuta talmente vitali da desiderarli a prescindere che vadano a toccare particolari categorie di persone o persone singole. E’ esattamente l’ignoranza delle circostanze e delle persone coinvolte nella sua applicazione che funge da garanzia della libertà individuale, che garantisce dal dispostismo di ogni maggioranza. In questo, e non altro, risieda la differenza tra le due proposte di legge, ed è per questo che una riforma della giustizia proposta da un partito perfettamente cosciente degli effetti particolari (intesi come nomi e cognomi) che andrà a produrre è inaccettabile e rappresenta una ferita profonda dello Stato di diritto. E che ci si fissi sui dettagli del provvedimento mentre nessuno rifletta sui precedenti che, uno dopo l’altro, vengono ormai ad accumularsi da circa un quindicennio (l’ammissione esplicita del carattere ad personam delle leggi in materia di giustizia degli ultimi governi di centrodestra è piuttosto recente, e dovrebbe portare a una riflessione sulla persistente importanza dei tabù), è forse l’aspetto più preoccupante della triste parabola (si spera ormai discendente) della cosiddetta Seconda repubblica.

Raymond Boudon – Perchè gli intellettuali non amano il liberalismo

Essendo Raymond Boudon uno dei pochi sociologi europei che si dichiarino liberali senza se e senza ma, un paio di affermazioni dell’autore del saggetto qui a lato (Perchè gli intellettuali non amano il liberalismo, 2004, Rubbettino) relative al concetto di liberalismo lasciano per lo meno perplessi. A esempio:

  • Il liberalismo, se coerente, accetta l’idea di “giustizia sociale”;
  • Il liberalismo propriamente detto nasce con l’illuminismo;
  • Laddove de Tocqueville critica gli effetti perversi delle società democratiche con “democrazia” intende “liberalismo”.

Come  notava Isaiah Berlin, in relazione al primo punto, essere per l’eguaglianza prima della libertà è una posizione politica ben precisa, e non bisognerebbe confonderla con la posizione opposta: la libertà è libertà e l’uguaglianza uguaglianza, e il liberalismo si fonda sul primo concetto, non sul secondo. Viene a mente la citazione di Schumpeter, secondo cui bisognerebbe distinguere accuratamente tra liberalismo reale e socialismo moderato che si definisce liberale. A quale categoria appartenga Boudon non è del tutto chiaro.

Rispetto al secondo punto Hayek distingueva molto opportunamente tra un liberalismo continentale o “costruttivistico” (la cui tradizione, a partire dal razionalismo cartesiano, va da Hobbes a Rousseau e a Voltaire), figlio propriamente dell’illuminismo, e un liberalismo anglosassone o “evoluzionistico”, che trova le proprie radici in Locke e si sviluppa con Adam Smith e David Hume. A meno di non confondere illuminismo continentale e illuminismo scozzese, che sarebbe errore grossolano, non si vede come si possa affermare che le idee cardine del liberalismo (che anche Boudon riconosce essere rappresentato al meglio nella sua variante anglosassone) si sviluppino con l’illuminismo razionalista o, con Hayek, costruttivista. Su questo punto sembra dominare una certa confusione (secondo Boudon Rousseau è stato “ingiustamente” considerato precursore del totalitarismo, mentre Durkheim, che era socialista e nella sua opera rifletteva diversi spunti hegeliani, può pienamente essere considerato un liberale…).

Riguardo al terzo, mi risulta che quando de Tocqueville, da liberale, parla di democrazia, di quello parli, non di altro. Inoltre Tocqueville, che seguendo Aron può tranquillamente essere considerato il primo vero sociologo dell’età moderna, non dà una definizione di democrazia in termini semplicemente giuridici, bensì in termini propriamente sociologici: democrazia come uguaglianza sostanziale delle condizioni (e quindi del potere esercitabile pro capite), e non semplice uguaglianza politica formale. E’ abbastanza noto che Tocqueville attribuisse certi effetti perversi alle società democratiche, in contrasto a quelle liberali. La tesi di Boudon, rispetto a questo punto, mi risulta quindi incomprensibile.

A parte tali aspetti definitori, che non sono comunque il “succo” del libro, la tesi generale è interessante. Il proliferare di teorie illiberali nasce da una domanda (di spiegazioni sociologiche) talmente diffusa e crescente nella società, da non poter mai essere eguagliata dall’offerta di spiegazioni vere e rigorose (che, per definizione, non possono che essere pochine). Da qui il proliferare di spiegazioni “utili”, cioè tese a colmare un vuoto emotivo, ma “false”, mancanti del rigore necessario a qualsiasi teoria o ricerca empirica che miri a raggiungere una verità. L’inventiva degli intellettuali nel risalire la curva dell’offerta per eguagliare la domanda crescente è delle più sfrenate, per non parlare dell’innovazione continua nei circoli universitari tesa a manovrare l’offerta stessa di idee diffondibili (oltre agli effetti di monopolio e rendita che vengono a stabilirsi in determinate facoltà). Complessivamente si tratta di un accorata difesa dell’individualismo metodologico che, pur essendo un metodo, condivide gli stessi assunti alla base del pensiero politico e morale liberale. Le teorie “illiberali”, come definite da Boudon, condividerebbero invece una visione dell’uomo come intrappolato in forze strutturali che lo precedono e coartano: le strutture della società avrebbero non solo uno statuto ontologico separato dall’individuo stesso, ma sarebbero altresì dotate di una precedenza logica e causale. L’uomo intrappolato dalla società e guidato da forze che gli sfuggono, e non la società come prodotto indiretto dell’interazione dei singoli. Tale visione, oltre che falsa, risulterebbe però “facile”, assorbibile perciò dal grande pubblico, e in grado di fornire una (presunta) spiegazione dell’ordine sociale emotivamente appagante. Ma tale visione non porterebbe solo a un metodo errato (la reificazione delle strutture, anzichè lo studio delle stesse a partire dalle singole componenti – olismo e collettivismo metodologico contro riduzionismo e individualismo metodologico), ma necessariamente anche a una visione politica illiberale. Si veda, a paragone, il dibattito in campo economico sui pericoli relativi alle conseguenze di policy relative a un’accettazione acritica della behavioral economics (popolarizzata dal libro Nudge, di uno dei padri della disciplina, Richard Thaler), ad esempio il recente libro di Gilles Saint-Paul, The tyranny of utility (che ancora non ho letto, ma che è già in lista acquisti), o, a livello di blog economici, questo articolo di Alberto Bisin.

In definitiva un pregevole volumetto, uno dei tanti piccoli anticorpi disponibili nel tentare di difendersi dalla marea montante di pattume intellettuale.