Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Raymond Boudon – Perchè gli intellettuali non amano il liberalismo

Essendo Raymond Boudon uno dei pochi sociologi europei che si dichiarino liberali senza se e senza ma, un paio di affermazioni dell’autore del saggetto qui a lato (Perchè gli intellettuali non amano il liberalismo, 2004, Rubbettino) relative al concetto di liberalismo lasciano per lo meno perplessi. A esempio:

  • Il liberalismo, se coerente, accetta l’idea di “giustizia sociale”;
  • Il liberalismo propriamente detto nasce con l’illuminismo;
  • Laddove de Tocqueville critica gli effetti perversi delle società democratiche con “democrazia” intende “liberalismo”.

Come  notava Isaiah Berlin, in relazione al primo punto, essere per l’eguaglianza prima della libertà è una posizione politica ben precisa, e non bisognerebbe confonderla con la posizione opposta: la libertà è libertà e l’uguaglianza uguaglianza, e il liberalismo si fonda sul primo concetto, non sul secondo. Viene a mente la citazione di Schumpeter, secondo cui bisognerebbe distinguere accuratamente tra liberalismo reale e socialismo moderato che si definisce liberale. A quale categoria appartenga Boudon non è del tutto chiaro.

Rispetto al secondo punto Hayek distingueva molto opportunamente tra un liberalismo continentale o “costruttivistico” (la cui tradizione, a partire dal razionalismo cartesiano, va da Hobbes a Rousseau e a Voltaire), figlio propriamente dell’illuminismo, e un liberalismo anglosassone o “evoluzionistico”, che trova le proprie radici in Locke e si sviluppa con Adam Smith e David Hume. A meno di non confondere illuminismo continentale e illuminismo scozzese, che sarebbe errore grossolano, non si vede come si possa affermare che le idee cardine del liberalismo (che anche Boudon riconosce essere rappresentato al meglio nella sua variante anglosassone) si sviluppino con l’illuminismo razionalista o, con Hayek, costruttivista. Su questo punto sembra dominare una certa confusione (secondo Boudon Rousseau è stato “ingiustamente” considerato precursore del totalitarismo, mentre Durkheim, che era socialista e nella sua opera rifletteva diversi spunti hegeliani, può pienamente essere considerato un liberale…).

Riguardo al terzo, mi risulta che quando de Tocqueville, da liberale, parla di democrazia, di quello parli, non di altro. Inoltre Tocqueville, che seguendo Aron può tranquillamente essere considerato il primo vero sociologo dell’età moderna, non dà una definizione di democrazia in termini semplicemente giuridici, bensì in termini propriamente sociologici: democrazia come uguaglianza sostanziale delle condizioni (e quindi del potere esercitabile pro capite), e non semplice uguaglianza politica formale. E’ abbastanza noto che Tocqueville attribuisse certi effetti perversi alle società democratiche, in contrasto a quelle liberali. La tesi di Boudon, rispetto a questo punto, mi risulta quindi incomprensibile.

A parte tali aspetti definitori, che non sono comunque il “succo” del libro, la tesi generale è interessante. Il proliferare di teorie illiberali nasce da una domanda (di spiegazioni sociologiche) talmente diffusa e crescente nella società, da non poter mai essere eguagliata dall’offerta di spiegazioni vere e rigorose (che, per definizione, non possono che essere pochine). Da qui il proliferare di spiegazioni “utili”, cioè tese a colmare un vuoto emotivo, ma “false”, mancanti del rigore necessario a qualsiasi teoria o ricerca empirica che miri a raggiungere una verità. L’inventiva degli intellettuali nel risalire la curva dell’offerta per eguagliare la domanda crescente è delle più sfrenate, per non parlare dell’innovazione continua nei circoli universitari tesa a manovrare l’offerta stessa di idee diffondibili (oltre agli effetti di monopolio e rendita che vengono a stabilirsi in determinate facoltà). Complessivamente si tratta di un accorata difesa dell’individualismo metodologico che, pur essendo un metodo, condivide gli stessi assunti alla base del pensiero politico e morale liberale. Le teorie “illiberali”, come definite da Boudon, condividerebbero invece una visione dell’uomo come intrappolato in forze strutturali che lo precedono e coartano: le strutture della società avrebbero non solo uno statuto ontologico separato dall’individuo stesso, ma sarebbero altresì dotate di una precedenza logica e causale. L’uomo intrappolato dalla società e guidato da forze che gli sfuggono, e non la società come prodotto indiretto dell’interazione dei singoli. Tale visione, oltre che falsa, risulterebbe però “facile”, assorbibile perciò dal grande pubblico, e in grado di fornire una (presunta) spiegazione dell’ordine sociale emotivamente appagante. Ma tale visione non porterebbe solo a un metodo errato (la reificazione delle strutture, anzichè lo studio delle stesse a partire dalle singole componenti – olismo e collettivismo metodologico contro riduzionismo e individualismo metodologico), ma necessariamente anche a una visione politica illiberale. Si veda, a paragone, il dibattito in campo economico sui pericoli relativi alle conseguenze di policy relative a un’accettazione acritica della behavioral economics (popolarizzata dal libro Nudge, di uno dei padri della disciplina, Richard Thaler), ad esempio il recente libro di Gilles Saint-Paul, The tyranny of utility (che ancora non ho letto, ma che è già in lista acquisti), o, a livello di blog economici, questo articolo di Alberto Bisin.

In definitiva un pregevole volumetto, uno dei tanti piccoli anticorpi disponibili nel tentare di difendersi dalla marea montante di pattume intellettuale.

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