Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Perchè il processo breve del PD è diverso da quello del PDL

Si è molto discusso, a partire da un vecchio articolo di Franco Bechis su Libero, del fatto che norme in tema di “processo breve” (prescrizione a seguito di una durata eccessiva del processo, secondo limiti fissati per legge) fossero già state proposte nel corso della XIV legislatura dai furono DS. La discussione si è soffermata sulle tecnicalità, su vantaggi e svantaggi comparati, concludendo con una censura generalizzata della sinistra ipocrita che, per ragioni di opportunismo, piegherebbe le proprie preferenze legislative al solo obiettivo di scalzare Silvio Berlusconi dalle proprie responsabilità di governo. Con questo, al solito, passa in cavalleria la questione di fondo, che poco ha a che vedere coi cavilli del disegno di legge, e parecchio con la sostanza di quello che, forse, con qualche sforzo si può ancora chiamare Stato di diritto. E’ possibile che due disegni di legge, nella forma ipotizziamo pure del tutto identici, risultino in realtà del tutto differenti se presentati da due gruppi parlamentari differenti e in circostanze differenti? Ebbene sì, e per questioni tutt’altro che di lana caprina. Da una prospettiva liberale, difatti, cosa può essere considerato Legge? Derivandola dalla concezione già espressa secoli primi da John Locke, così Friedrich Hayek descriveva i limiti del potere legislativo all’interno di uno Stato di diritto:

General rules, genuine laws as distinguished from specific orders, must therefore be intended to operate in circumstances which cannot be foreseen in detail, and, therefore, their effect on particular ends or particular people cannot be known beforehand. It is in this sense alone that is at all possible for the legislator to be impartial […]. As soon as particular effects are foreseen at the time a law is made, it ceases to be a mere instrument to be used by the people, and becomes instead an instrument used by the law-giver upon the people and for his ends [Friedrich Hayek, The road to serfdom, Routledge, 2001, pp. 79-80]

The Rule of Law thus implies limits to the scope of legislation: it restricts it to the kind of general rules known as formal law, and excludes legislation either directly aimed at particular people, or at enabling anybody to use the coercive power of the state for the purpose of such discrimination. [ivi, p. 87]

Dal momento che nelle ultime due settimane ho sentito ad Annozero dalla viva voce di, nell’ordine, Maurizio Belpietro, Fabrizio Cicchitto e Nicola Porro (quest’ultimo non passa minuto senza che faccia sapere agli astanti quanto si consideri liberale e liberista – con che faccia a questo punto, verrebbe da aggiungere), esplicitamente affermare che processo e prescrizione breve sono leggi fatte effettivamente a favore di Silvio Berlusconi, la differenza tra due leggi identiche diventa più chiara. Perchè, in un ordinamento liberale, la differenza tra una Legge (che, secondo Hayek rispecchia l’opinione della comunità) e un Decreto (che rispecchia invece una particolare volontà, indirizzata a un particolare obbiettivo) non risiede semplicemente nel contenuto dell’atto: una Legge è tale in quanto il legislatore ritiene i principi in essa contenuta talmente vitali da desiderarli a prescindere che vadano a toccare particolari categorie di persone o persone singole. E’ esattamente l’ignoranza delle circostanze e delle persone coinvolte nella sua applicazione che funge da garanzia della libertà individuale, che garantisce dal dispostismo di ogni maggioranza. In questo, e non altro, risieda la differenza tra le due proposte di legge, ed è per questo che una riforma della giustizia proposta da un partito perfettamente cosciente degli effetti particolari (intesi come nomi e cognomi) che andrà a produrre è inaccettabile e rappresenta una ferita profonda dello Stato di diritto. E che ci si fissi sui dettagli del provvedimento mentre nessuno rifletta sui precedenti che, uno dopo l’altro, vengono ormai ad accumularsi da circa un quindicennio (l’ammissione esplicita del carattere ad personam delle leggi in materia di giustizia degli ultimi governi di centrodestra è piuttosto recente, e dovrebbe portare a una riflessione sulla persistente importanza dei tabù), è forse l’aspetto più preoccupante della triste parabola (si spera ormai discendente) della cosiddetta Seconda repubblica.

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