Meccanismi sociali

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Monthly Archives: June 2011

Gallino e il sindacalismo perenne

Oggi, stanca domenica post-elettorale, il sempreverde Luciano Gallino si esercita nel solito e stanco articolone domenicale di Repubblica da vecchio sociologo industriale consumato. Inutile discutere punto a punto le ennesime esimie baggianate che il sociologo torinese sciorina con una certa regolarità da quando ha attaccato la passione per la ricerca al chiodo. Mi interessava mettere a fuoco un paio di punti, che saltano all’occhio con una certa chiarezza, che informano la world-view del social scientist sabaudo.

Marchionne dovrebbe riconoscere in primo luogo che lo sviluppo del diritto del lavoro, ovvero dei diritti personali dei lavoratori ha rappresentato in Italia tra gli Anni 60 e l´inizio degli Anni 80, per milioni di persone, la porta di accesso a un mondo dove anche il più povero, il meno istruito, il più sprovvisto di mezzi, aveva diritto ad essere trattato come persona, poteva con i compagni levare la voce per migliorare la propria condizione, non era più soggetto agli umori ed agli arbitri dei caporali che con un cenno di mano reclutavano all´alba, oppure no, i braccianti a giornata.

Posto che non si capisce cosa Marchionne dovrebbe “riconoscere”, non è chiaro che c’entrerebbero gli accordi di Pomigliano e Mirafiori con la violazione della “dignità di persona” a detta di Gallino assicurata dal diritto del lavoro maturato negli anni ’60 e successivi, tanto più che tali accordi si esercitano precisamente all’interno della cornice ereditata da tale periodo (il riferimento al capolarato è piuttosto oscuro: forse che Marchionne si sia mai scagliato contro i principi della vecchia Legge 1369/1960? Grottesco, poi, che un sociologo industriale consumato come Gallino mischi il caporalato con la legislazione promozionale del 1970 palesemente rivolta alla grande impresa industriale, non certo alle forme marginali o “precarie” di occupazione). Detto questo, posto che il diritto del lavoro maturatosi negli anni ’60-’70 e le conseguenti relazioni industriali sono almeno in parte responsabili della sostanziale esclusione dei giovani italiani dal mercato del lavoro, con che faccia Gallino possa parlare di tali conquiste come “diritto a essere trattato come persona”, per poi spendersi in best-sellers sugli effetti della flessibilità sulle nuove generazioni, lascia veramente perplessi (perchè, ci spiega Gallino, è la flessibilità in sè, non la flessibilità al margine, a causare la corrosion of character di quell’altro maitre à penser – sì, è ironico – di Richard Sennett).

Un elemento essenziale di tale salto in avanti e all´insù nella scala dei diritti è stata, in Italia, la libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva. Appunto quella che il piano di Pomigliano prima e quello di Mirafiori dopo appaiono voler eliminare alla radice.

Qua si esprime più chiaramente la retorica relativa ai “diritti sociali”. Innanzi tutto perchè la “libertà” di associazione sindacale e contrattazione collettiva risultava già assicurata nell’Italia pre-sessantanovina (così come nell’Italia liberale a seguito dell’abolizione della natura di reato dell’azione di sciopero nel 1889 col Codice Zanardelli). Con l’art. 40 Cost. e con la legislazione successiva, allargata sostanzialmente a qualunque tipo di sciopero, veniva piuttosto stabilito il diritto alla conflittualità permanente: non una libertà il cui esercizio richiedesse piena responsabilità delle parti (come, almeno sulla carta, piaceva anche a Di Vittorio), ma un “libero tutti”. Da un diritto civile veniva così estratto un diritto sociale, implicante ovviamente il reciproco dovere per le controparti ad accettare la situazione di conflitto. Tralasciando poi il fatto che nè a Mirafiori nè a Pomigliano si sta cercando di eliminare sindacato e contrattazione collettiva (che, anzi, hanno partecipato alla definizione del nuovo assetto contrattuale), da sociologo è mai saltato in mente a Gallino  di chiedersi se “diritti” conquistati nel momento di massima forza del movimento sindacale possano essere cosiderati al pari dei più classici “diritti naturali”, e in quanto tale intangibili e immodificabili? O non il risultato storico di un processo storico particolarissimo (l’acme del “trentennio glorioso”)? E da tale constatazione non dovrebbe seguire la possibilità di un eventuale riaggiustamento di tali “diritti” alle condizioni economiche del momento? E’ difficile immaginare un termine più stuprato di quello di “diritto”. L’idea che accanto a una “giustizia” propriamente detta fosse possibile affiancare una “giustizia sociale” altrettanto cogente è stato indubbiamente uno dei più grossi inganni del secolo ‘900.

Sia la legislazione che la giurisprudenza americane sono molto più arretrate di quelle dell´Europa occidentale; i sindacati hanno subito a causa delle politiche neoliberali, da Reagan in poi, sconfitte catastrofiche; infine si trovano addosso il peso enorme delle pensioni e della sanità privata su basi aziendali, per salvare le quali debbono accettare qualunque compromesso al ribasso. Come hanno dovuto fare i sindacati della Chrysler.

Questa è senza dubbio, poi, la ciliegina sulla torta. Chi non abbia una legislazione di relazioni industriali pessima (e questo, nel corso della seconda metà del ‘900, lo dice il numero di ore di lavoro perse per sciopero a livello comparato) e analoga a quella italiana è perchè si trova in un sistema barbaro, evidentemente sordo alle sirene della “solidarietà di classe”, che è tutto ciò che conta in fondo (Gallino si è premurato di fare un pietoso confronto tra i salari Chrysler e quelli FIAT? – cosa che, per inciso, deve aver fatto la Camusso, intervistata qualche pagina prima, visto il suo apparente endorsement del piano Chrysler). Assieme alla retorica sul “salto indietro” (che qualifica evidentemente le parti più ingiustificatamente protettive e promozionali della L300/1970 come un indiscutibile “grande balzo in avanti”, per citare il vecchio Grande Timoniere), sarebbe interessante capire quando gli intellettuali di questo paese riusciranno a svegliarsi da questo grande sogno che, oltre a essere durato fin troppo (certo più che in Germania o in UK), anche per l’idealista più incallito dovrebbe essere ormai evidente dove ci ha effettivamente portato.