Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: July 2011

Sulle aggravanti per omofobia, razzismo, odio etnico, …

Un paio di riflessioni del tutto speculative relative alla recente bocciatura del DDL Concia.

Secondo Robert Nozick (in Anarchia, stato e utopia) è possibile limitare certe attività rischiose, senza violare i diritti di nessuno, per il semplice fatto che tali attività violano a loro volta i diritti di qualcuno. Un’attività rischiosa è un’attività che non produce necessariamente un danno, ma potrebbe, con una certa probabilità. In teoria tale attività andrebbe punita solo nel momento in cui il rischio si concretizzasse effettivamente, danneggiando qualcuno. Vi è però un altro aspetto, secondo Nozick: le attività rischiose producono ansia o apprensione. Il sapere che esiste un’attività rischiosa  produce in sè un danno, anche senza che l’evento dannoso venga a concretizzarsi. E’ senza dubbio possibile risarcire i singoli colpiti da un danno. Ma è parimenti possibile fornire un risarcimento alle persone colpite da continua apprensione? Difficile. A chi verrebbe chiesto il risarcimento? Difficilmente a persone che abbiano semplicemente intrapreso tale attività, dal momento che non hanno ancora provocato alcun danno specifico. Nozick arriva così a considerare la legittimità del proibire tali attività, a causa dell’impossibilità di strutturare un sistema di risarcimenti efficiente.

Applichiamo tale modello ai reati contro le minoranze. Mettiamo che la popolazione in generale venga colpita da atti di violenza comune a un tasso dell’1% (una persona su cento l’anno, a esempio). Mettiamo che esistano determinate categorie di persone caratterizzate da un tasso di violenza superiore a quello della popolazione generale, dovuto al fatto stesso di appartenere a una determinata categoria (omosessuali o minoranze etniche – con un tasso, mettiamo, del 3%). Dal momento che un atto di violenza spinto da motivazioni relative all’orientamento sessuale colpisce sostanzialmente a caso (essendo l’obbiettivo l’orientamento sessuale e non una persona specifica) si può dire che l’attività dell’intollerante costituisca un’attività rischiosa, al di là del rischio di base per atti analoghi nella popolazione generale (l’attività violenta nella popolazione generale, di fatto, è già proibita). I componenti di determinati gruppi, percependo lo spread tra il tasso di violenza del proprio gruppo e di quello generale, subiscono un danno, analogamente all’attività rischiosa di cui sopra, anche quando non vengono effettivamente colpiti. E’ giusto, quindi, impedire tale attività, con una pena superiore rispetto a quella relativa alla delinquenza comune (e proporzionale alla differenza tra i due tassi di rischio) senza con questo violare i diritti di nessuno o introdurre discriminazioni positive. La misura dell’aggravante potrebbe essere tale da portare il tasso di violenza della categoria colpita alla pari con quello della popolazione generale (quanto in concreto dovrà aumentare la pena sarà stabilito da una sorta di elasticità del tasso di delinquenza alla pena edittale prevista).

Ovviamente, come piaceva a Nozick, tale soluzione potrebbe portare a più domande che risposte. Se l’argomento fosse valido, allora, perchè non determinare la distribuzione di probabilità condizionale relativa ad ogni gruppo di persone riconoscibile per ogni reato e non stabilire le pene in modo da riportare il rischio di subire un danno allo stesso livello per tutta la popolazione? Questo potrebbe portare a risultati paradossali: a esempio, essendo le persone ricche più esposte al rischio di furti in appartamento delle persone povere, potrebbe essere legittimo stabilire un’aggravante sul furto nelle case di persone ricche (mentre, intuitivamente, un furto a una famiglia povera dovrebbe essere punito più duramente, in quanto particolarmente odioso perchè indirizzato ai mezzi di sussistenza meno facilmente reintegrabili, rispetto a una famiglia ricca, di una famiglia povera). A meno di stabilire che stati di cose implicanti una scelta per essere raggiunti (il “diventare” ricco) vengano effettivamente perseguiti da chi, pesata l’utilità dello stato raggiunto per il rischio di inconvenienti (quali la maggiore probabilità di furto), preferiscano tale stato di cose rispetto agli altri disponibili. In tal caso non vi sarebbe un differnziale di rischio reale, ma esclusivamente nominale: per le minoranze che devono i motivi della propria persecuzione a ragioni ascrittive o innate non modificabili, invece, lo spread sarebbe effettivamente reale, e in tal caso le aggravanti giustificabili.

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Al parlamentar non far sapere…

Poichè la proprietà che ognuno ha del suo lavoro è il fondamento originario di ogni altra proprietà, essa è la più sacra e inviolabile. Il patrimonio di un povero sta nella forza e nella destrezza delle sue mani; e impedirgli di impiegare questa forza e destrezzza nella maniera che egli reputa opportuna senza ingiuria al suo vicino è una patente violazione della più sacra fra tutte le proprietà. E’ una manifesta usurpazione della giusta libertà tanto del lavoratore che di coloro che possono essere disposti ad assumerlo. E come impedisce all’uno di lavorare a ciò che ritiene conveniente, così impedisce agli altri di impegare coloro che essi ritengono capaci. Il giudizio su chi è idoneo a essere impiegato può con sicurezza essere affidato alla discrezione dei datori il cui interesse vi è tanto in gioco. L’ostentata preoccupazione del legislatore che essi possano assumere persone non idonee è evidentemente tanto inopportuna quanto oppressiva.

Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Lib. I, Cap. X, Parte II.

Difficilmente sarebbe possibile esprimere meglio o più succintamente i principi dell’etica liberale del lavoro. Rimaniamo in trepidante attesa di una tardiva epifania da parte del nocciolo duro dei noti liberioti de noantri.