Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Nessuno è più “in controllo”. Si salvi chi può

Ennesime parole in libertà di Zygmunt Bauman. L’ennesimo cretinismo della “nuova epoca” contrapposta all'”età dell’oro” (ce n’è sempre una – chessò, la società della miseria vs la società del rischio di Beck, o la modernità vs la modernità radicalizzata di Giddens – quest’ultimo piuttosto vicino all’intuizione baumaniana, con la sua metafora del capitalismo moderno rappresentato come un Mostro della strada senza pilota sparato a velocità massima sulla corsia di sorpasso). Il sociologo polacco ci informa che il tono della nuova era consiste nel fatto che “nessuno è più in controllo”. Il “potere” si sarebbe separato dalla “politica”. Fino a ieri, pare, le due cose avrebbero marciato a braccetto. Oggi non più. Ma quando mai sarebbe stato qualcuno “in controllo”? Quando mai economie e paesi avrebbero marciato come un esercito guidato da un grande timoniere? In che epoca, in che luogo il “potere” (economico, presumiamo) si sarebbe piegato ai confini politici degli stati nazione? Dove e quando, on earth, il processo complessivo, la vita di tutti i giorni è stata “governata” da qualche entità sovra-individuale, secondo un “progetto”, un meccanismo progettato da un sapiente orologiaio? Nel medioevo, durante le continue lotte tra signori, re e contadini, tra migrazioni e concorrenza per la terra e la protezione, tra carestie, flagelli e guerre? Nell’epoca degli albori del capitalismo, con detto capitale in movimento frenetico forse più che oggi? Nell’epoca degli stati nazione, in cui gli stati spendevano meno di un quinto della ricchezza prodotta in confronto alla metà di oggi? Nella stessa epoca in cui non esistevano banche centrali che emettevano l’intero circolante e manovravano l’intera politica monetaria nazionale? Forse che oggi le lobby di riferimento del “potere” non fanno più la fila col cappello in mano fuori dei parlamenti, continuando ad accoppiarsi incestuosamente con la “politica”? O forse qualcuno era realmente in controllo nel “trentennio glorioso”, durato appunto un trentennio, quindi approssimativamente lo 0% della storia umana? Ma, nostalgie a parte (piuttosto comuni da parte dei teorici della persistente “grande discontinuità”), anche lì siamo sicuri che ci fosse qualcuno “in controllo”? Le politiche interventiste su larga scala riuscivano a ottenere quello che volevano, grazie al tocco di una mano saggia e benevola, come vorrebbero farci credere Krugman e soci? Erano realmente “in controllo”? Non esistevano investimenti diretti all’estero? Talenti, cervelli e idee non migravano, non sfidavano il potere degli stati nazionali e della politica? Non è sotteso a tale discorso, che si vorrebbe, immagino, alto e raffinato, l’ennesiva fallacia della “teoria cospiratoria della società“, per cui tutto ciò che avviene è scientemente progettato e realizzato da una entità sovraordinata?
Come con tutto quanto scritto da Bauman farebbe piacere, magari ora, verso fine carriera, che accanto alla social poetry di cui certamente Zygmunt è maestro, si affiancasse, finalmente, un qualsivoglia supporto empirico a tali affermazioni. Così, magari per cominciare a capire di che si sta parlando.

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