Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

“Vincolo benefico” e performance economica: ancora sull’economic sociology

Stavo rileggiucchiando nostalgicamente un vecchio articolo di Colin Crouch e Wolfgang Streeck (“Il futuro della varietà dei capitalismi”), due dei più noti sociologi economici neo-istituzionalisti, che utilizzai per la mia prima tesi di laurea. Mi ricordo che, da giovane sociologo pieno di belle promesse e speranze, trovai l’articolo piuttosto convincente (Streeck era, effettivamente, uno dei miei piccoli eroi personali): rileggendolo a distanza di anni mi ha colpito la distanza che ormai mi separa da detti argomenti

L’articolo si inscrive in quel filone di studi di political economy orientata in senso sociologico genericamente definibile come “corporativista”. L’idea è che, grosso modo, i regimi neo-corporativi, tramite i loro vincoli sociali, siano in grado di sviluppare un migliore ambiente per la possibilità di fare impresa e per lo sviluppo economico in generale rispetto ai paesi genericamente definiti come “liberisti”. Streeck, riprendendo esplicitamente argomenti more durkheimiano, definisce detti vincoli “Beneficial constraints“. In pratica, seguendo il sociologo francese, una particolare struttura sociale (neo-corporativa, in questo caso) sarebbe necessaria per ordinare i fini individuali egoistici a fini “sociali”, promuovendo il bene comune che la ricerca esasperata del self-interest minerebbe. A tale argomento rispose, tra gli altri, Erik Wright (sociologo marxista), criticandolo “da sinistra”: Streeck, da buon tedesco, parlerebbe troppo irenicamente di “bene comune”, tralasciando il fatto che esistono interessi di classe inconciliabili, anche da sovrastrutture di tipo neo-corporativo. Guardando alle date degli articoli vien da sorridere: non siamo infatti a metà anni ’60, ma già a fine ’90, dove le economie europee corporative mostravano evidenti segni di affanno, mentre quelle anglosassoni si trovavano alla fine di un decennio di forte ripresa. Piuttosto che abbandonare l’argomento del “vincolo benefico”, invece, Secondo Crouch e Streeck il rallentamento relativo delle economie centro-nordeuropee sarebbe stato causato dal loro tentativo di imitare le politiche “neoliberiste” di oltre oceano, distruggendo mezzo secolo di pratiche istituzionali neo-corporative che, pare, sarebbero state l’unico fattore causale dell’ottima performance economica europea del “trentennio glorioso”. Il movimento verso la deregolazione della vecchia Europa negli anni ’90, più in particolare, sarebbe stato causato dal fatto che:

  • gli Stati Uniti sono in grado «grazie alle loro dimensioni ed al loro dominio politico, di imporre i propri modi di agire agli altri paesi e di accertarsi che le politiche di questi ultimi si adattino ai loro bisogni ed alle loro capacità» (p. 24);
  • «la scuola dominante di teoria economica sia intellettualmente e istituzionalmente votata ai modelli del libero mercato» (p. 24).

In pratica non sarebbero state le economie anglosassoni ad accellerare (grazie al movimento globale, da loro indotto, verso il liberalismo economico), bensì quelle europee a rallentare, a causa del loro flirt con le politiche neo-liberiste. A posteriori, anzichè solidi argomenti supportati da dati, pare di ascoltare argomenti genericamente no-global e complottisti sull'”ordine neoliberista globale”. L’ipotesi che il rallentamento delle economie europee possa essere stato causato dalle “contraddizioni interne” (per far contento Wright) del modello neo-corporativo, e che una (timida) sferzata verso politiche economiche più liberali sia stata una scelta obbligata per guadagnare competitività sfiora solo ambiguamente la mente dei due sociologi economici. La loro tesi è che la virata “neo-liberista” sia stata indotta dall’egemonia dell’economia “mainstream” (ah, l’economia mainstream, croce e delizia dei sociologi economici) sul processo di policy making, orientato esclusivamente al breve periodo. Il risultato sarebbe, così, una perdita netta di performance globale: mentre le economie liberali continuano per la loro strada, quelle neocorporative verrebbero seriamente danneggiate dall’imitazione della sorella d’oltre oceano. Indubbiamente una spiegazione che salva capra e cavoli: la bontà teorica del “beneficial constraint” neocorporativo non viene toccata, essendo l’under-performance empirica dello stesso causata dal suo contaminarsi col neoliberismo americano. Veramente non male. Non stupisce, pertanto, il rigetto della tesi della Varieties of Capitalism di Hall e Soskice: sostenere l’ipotesi, come fanno i due autori, della persistente differenza dei contesti istituzionali non giocherebbe a favore delle economie continentali (come messo il luce da Lane Kenworthy – vedi figura 1, sotto). Meglio sostenere, ad hoc, l’esistenza di una omogeneizzazione strisciante che metterebbe in difficoltà crescente i campioni del neocorporativismo. Il tutto, rigorosamente, senza supporto empirico [1]: nella migliore tradizione della sociologia economica.

Figura 1 – Tratto da: Lane Kenworthy – Institutional coherence and macroeconomic performance, p.87

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[1] La letteratura sui collegamenti tra contesto istituzionale di relazioni industriali e performance macroeconomica è in realtà piuttosto ampia (una buona rassegna è data all’interno de “Il ruolo del sindacato in Europa“, per la Fondazione Rodolfo De Benedetti). I risultati non sono del tutto univoci, ma sembrano puntare verso un vantaggio competitivo (solitamente inteso come minore tasso di disoccupazione), a parità di altri fattori, di una contrattazione sindacale piuttosto centralizzata e/o coordinata. Si tratta di correlazioni macro che, negli studi citati, sono fondate su dati del secondo dopoguerra fino ai primi anni ’90, e che nulla ci assicura terranno anche in futuro (soprattutto nel caso in cui la situazione della teoria che dovrebbe spiegare tali correlazioni macro è tutt’altro che chiara). Se non si comprende a livello teorico la struttura degli incentivi che si trovano ad affrontare gli attori a seguito di un cambiamento rilevante di policy è difficile determinare il risultato prodotto da una variazione del contesto macro (e questo vale anche per la supposta perdita di competitività causata dall’abbandono del modello neocorporativo ipotizzata da Crouch e Streeck). Non che Streeck non indulga ad argomenti teorici micro: il “vincolo benefico” aumenterebbe la sicurezza individuale, quindi la disponibilità a rischiare; la mano paterna della “corporazione” impedirebbe corse al ribasso, fallimenti del mercato o analoghi etc. Come minimo non si può dire si tratti di argomenti particolarmente cogenti o rigorosi. Oltre a questo, inserire nei modelli econometrici variabili dummies per discriminare i paesi secondo diversi modelli istituzionali è un esercrizio indubbiamente lodevole, ma si presta a numerose possibili critiche, come l’arbitrarietà del posizionamento di un paese all’interno di un raggruppamento o un altro (un campo minato, soprattutto quando si tratta di confrontare intricati sistemi di relazioni industriali e di diritto del lavoro), e che può portare a risultati piuttosto variabili a seconda del giudizio del ricercatore.

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