Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Libia onirica

Continuo con il tentativo, donchisciottesco, di ragionare sulle reali condizioni della Libia gheddafiana come presentate dai suoi coraggiosi sostenitori. Sulle condizioni di vita sotto il regime, riproposte nei soliti decaloghi copia-incolla-senza-fonti, si è già scritto qui e qui.

In questo post compare finalmente (assenza in effetti sospetta fino a oggi) l’argomento relativo al controllo dei prezzi. I regimi socialisti, si afferma, controllerebbero i prezzi dei beni di sussistenza, evitando così che la spesa in beni alimentari  dei cittadini venga lasciata alle inumane leggi del mercato. Si afferma che

nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato, l’abolizione del controllo dei prezzi le l’eliminazione dei sussidi per seguire i consigli del “libero mercato” forniti da Banca Mondiale e FMI. Negli ultimi anni gli alimenti basici e i prezzi dei carburanti hanno sempre più alti per gli scambi speculativi sulle maggiori commodity.

Ovviamente che «i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato» è semplicemente falso. Si guardi alla Figure 4, sotto (fonte: FAO, su dati IMF, p. 5; per una panoramica estesa a tutto il ‘900 dell’andamento del prezzo dei cibi scambiati sui mercati internazionali si veda qui). Se consideriamo gli anni ’80 come l’epoca d’oro delle liberalizzazioni, da allora i prezzi dei beni agricoli di prima necessità non hanno fatto che calare in termini reali, fino al 2007-2008 in cui hanno avuto un picco, per poi tornare a raffreddarsi (questo significa, tra l’altro, che chi si è aperto al mercato ha potuto godere dei prezzi più bassi e ha ridotto la volatilità dei prezzi necessariamente più alta in un ambito autarchico). Ora, a meno che gli estensori dell’articolo non intendano che improvvisamente nel 2007 sono stati liberalizzati tutti i mercati dei beni agricoli, semplicemente la loro affermazione è falsa.

Lasciamo poi perdere lo speculative nonsense (come l’ha chiamato Paul Krugman, di certo non uno dei difensori più strenui della finanza d’assalto e della globalizzazione finanziaria) per cui, ancora una volta, non viene fornita alcuna prova. E lasciamo perdere se la BM o l’FMI abbiano mai “ordinato” l’abolizione dei sussidi per gli alimenti di prima necessità in favore delle famiglie povere (il che non mi risulta – credo, anzi, che l’articolo confonda i sussidi ai consumatori con i sussidi agli esportatori o ai produttori interni: il discorso, comunque, non cambia). Non apro la parentesi su cosa il no-global nonsense pensi che WB e IMF facciano: mi limito a osservare che a parte considerarli araldi di un neo-liberismo globale imposto con la forza delle armi o col ricatto difficilmente portano un qualsivoglia fatto su cui basare le proprie affermazioni (qualche fatto su cosa effettivamente facciano le due istituzioni è portato, in un’analisi molto critica sull’efficacia del duo, da William Easterly, qui e qui – una chicca interessante è come spesso l’IMF, supposto ardito del neoliberismo globale, suggerisca ai PVS di mantenede alti i dazi doganali, una delle poche entrate fiscali sicure per le traballanti situazioni di bilancio). Fuffa a parte, quello che non capisce l’analisi sopra riportata è ancora una volta il ruolo dei prezzi: se i prezzi si alzano significa che vi è una relativa scarsità dei beni in considerazione rispetto alla domanda. Il controllo dei prezzi non può, per magia, eliminare tale scarsità, che è un dato reale. Il controllo dei prezzi significa, semplicemente, che i beni vengono razionati in base ai desideri delle autorità: l’immagine delle code davanti ai negozi vuoti in Unione Sovietica torna alla mente non a sproposito. Abbassare artificialmente il prezzo di un bene scarso significa semplicemente razionarlo in modo diverso: in pratica, chi prima arriva lo ottiene, chi tardi arriva ciccia (e, se la cosa è regolata da un’autorità centrale, è più che probabile che chi prima arrivi siano i soliti noti). Quindi la Libia, che importa dall’estero i beni di prima necessità (il 75% del cibo consumato), per mantenere bassi i prezzi non può che sussidiarli: cioè, ancora una volta, trasferire risorse prodotte internamente a usi che sono ritenuti socialmente utili dal regime. Questo va bene, solo che, con sei milioni di abitanti e un bancomat di favore costituito dalle riserve petrolifere, la Libia può, pare, permetterselo: non così altri paesi più popolosi. In Egitto una delle ragione della rivolta, più che l’aumento dei prezzi in sè, è stata la riduzione dei sussidi a causa di uno Stato in crescenti difficoltà fiscali e con sempre minori risorse provenienti dal petrolio utilizzabili a fini redistributivi. Allo stesso modo l’India non può sussidiare i consumi di 1,2 miliardi di cittadini (difatti, a seguito della crescita dei prezzi agricoli, nel 2007, assieme ad altri paesi del sud del mondo ha imposto il divieto di esportazione per riversare l’itera produzione sul mercato interno, pare senza subire invasioni coordinate NATO-FMI). Ancora una volta ci scontriamo col vincolo di bilancio: there’s no free meal! Non c’è modo in cui il governo possa per magia ridurre una scarsità reale: tutto quello che può fare è controllare i prezzi, cioè razionare, o sussidiare il consumo, se ha sufficienti entrate per farlo.

Vengono portati poi altri argomenti, questa volta di natura politica:

La guerra e la globalizzazione sono intimamente collegate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in accordo ai think tank di Washington […]. Déjà Vu? Sotto l’Impero Britannico, la “diplomazia delle cannoniere” era un sistema per imporre il “libero scambio”. Il 5 ottobre 1850 l’inviato inglese nel Regno del Siam, Sir James Brooke, raccomando a Sua Maestà che:

“nel caso in cui queste richieste [per imporre il libero scambio] vengano rifiutate, una forza si paleserà immediatamente per sostenerle nella rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. […] Il Siam potrebbe dover subire una lezione che da tempo sta provocando; il suo governo potrebbe venire rimodellato, un re meglio disposto potrebbe essere insediato al trono e verrebbe stabilita un’influenza nella nazione che sarebbe di estrema importanza per l’Inghilterra” (La Missione di Sir James Brooke, citata in M.L. Manich Jumsai, Re Mongkut e Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Ma è necessario rispondere a chi, mentre afferma che vi sia un tandem FMI-NATO, porta a sostegno del presunto fatto una lettera riferita al movimento coloniale ottocentesco (per inciso, poi, le aperture di mercato coloniali sette-ottocentesche erano mosse dal più bieco mercantilismo bilaterale – teoria oggi piuttosto in voga e condivisa curiosamente tra sinistre e destre no-global e uomini di governo come il signor Tremonti – altro che da un sincero interesse per il libero mercato)? Anche qua, rimango in attesa di un’analisi rigorosa dei fatti su cui sarebbe basata una simile strampalata conclusione.

Infine, una chicca:

Gli asset finanziari libici congelati oltre oceano sono stimati nell’ordine di 150 miliardi di dollari, con i paesi Nato che ne hanno più di 100. Prima della guerra la Libia non aveva debiti. All’opposto. Era una nazione creditrice che investiva nella vicine nazioni africane. L’intervento militare R2P aveva l’obbiettivo di costringere la Jamahiriya Araba Libica in una camicia di forza rendendola una nazione indebitata per il proprio sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni basate a Washington. Con una punta di ironia, dopo aver derubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato i suoi beni finanziari, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la “ricostruzione” post-conflitto.

Ecco la vera ragione della guerra libica: Gheddafi ci stava sui maroni perchè, contrariamente a noi, era poco indebitato (ucci ucci, sento odor di signoraggiucci). Quindi guerra, espropriazione, e prestito dei fondi confiscati così da riportare l’equilibrio: una nazione bella indebitata, al pari nostro. Giustizia è fatta. Al di là della follia del ragionamento, sarebbe il caso di rimarcare come: 1) nessuno ha rubato il petrolio libico, che rimane ai libici: e anche quando domani arriveranno i PSA o analoghi, non si tratta di furto (prova ne è che già Gheddafi, per aumentare una produzione altamente inefficiente fatta in casa, ha aperto agli investimenti esteri tramite production sharing agreements… nel petrolio libico: ma come, questo eroe socialista della patria che si fa rubare il petrolio da sotto il naso!?); 2) i fondi sovrani libici all’estero sono stati congelati e quindi scongelati: non sono stati confiscati in alcun modo, men che meno per ri-prestarli a usura ai loro legittimi propietari.

2 responses to “Libia onirica

  1. Individual October 23, 2011 at 5:59 pm

    Apprezzo moltissimo il suo impegno nel continuare su un argomento tanto spinoso e la ringrazio per condividerlo con noi, anche se sembra essere consapevole del fatto che si tratta di una battaglia persa in partenza. Siamo in un periodo di piena caccia alle streghe e l’ “informazione libera” è sempre più pregna di propaganda (piuttosto sterile, in verità). ottimo lavoro!

    • jollyjokerreturns October 23, 2011 at 9:10 pm

      La ringrazio: non nascondendo le mie idee, ma tento di tenerle rigorosamente separate dai fatti. Equilibrio difficile, ma, forse immodestamente, noto come in giro ci sia molto, molto peggio😉

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