Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Monthly Archives: December 2011

It takes two to tango

Vengo citato da Sociospunti in merito a una discussione su “mercato come istituzione sociale”. Mentre mi sembra di poter concordare con le osservazioni generali relative al concetto di mercato come istituzione, mi trovo più lontano rispetto ad alcune considerazioni empiriche, in particolare con la seguente affermazione:

C’è stata la precisa volontà di smantellare lo Stato e l’etica pubblica, di promuovere la libertà individuale agli estremi limiti dell’opportunismo, di favorire le ricchezze in qualunque modo si creassero. Ed è così che oggi lo Stato e la politica si sono trovati disarmati ed impossibilitati ad agire di fronte ai meccanismi del mercato.

Quello che mi ha sempre imbarazzato rispetto a tali affermazioni è che tale “smantellamento” dello Stato a opera del “neoliberismo” è difficilmente riscontrabile nei dati. Non solo perchè il welfare state, come documentato da uno dei suoi più strenui difensori, Peter Lindert, è passato indenne anche il vaglio del periodo tatcherian-reaganiano (qui, p. 4: «On the average, the 21 core OECD countries slightly raised the share of social transfers in GDP, both across the Thatcher-Reagan 1980s and across the 1990s»), dimostrando di non essere quella endangered species secondo molti braccata dall’ondata “neoliberista” degli anni ’80. Ma anche perchè nella critica al cosiddetto neoliberismo strisciante che si starebbe insinuando tra le pieghe della società noto un profonda incoerenza: il liberismo viene criticato in quanto tenderebbe a smantellare lo Stato o renderlo sostanzialmente incapace di azione. E i disastri economici prodotti da tale non-itervento sarebbero palesi, ad esempio manifestandosi nella disastrosa debacle economico-finanziaria cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e di cui ancora portiamo la croce. Rispetto a tale argomento trovo piuttosto curioso che si attribuisca alla mancanza di interventismo la crisi dei mutui sub-prime o della finanza strutturata a essi legata. Come è possibile tacciare di non interventismo un governo come quello statunitense che, alla vigilia della crisi, controllava direttamente e indirettamente metà del mercato dei mutui immobiliari (tramite il portafoglio delle GSEs, le garanzie da queste sottoscritte, oltre alle garanzie fornite da agenzie federali quali la FHA)?

Sum of retained mortgage portfolio and mortgage backed securities outstanding for Fannie and Freddie (fonte: Econbrowser)

Che lo stato si fosse ritratto dalla gestione economica, lasciando che le sole forze di mercato si occupassero dell’andamento dell’economia, è semplicemente falso. Quanto è successo è invece molto peggio: la nascita di un mercato sì maggiormente deregolato, ma con una garanzia pubblica implicita ed esplicita rispetto al raccogliere eventuali cocci (sul ruolo delle GSEs nel mercato immobiliare e nelle ripercussioni di tale intervento sul mondo finanziario c’è Guaranteed to fail, di Acharia V. et al.). E’ evidente che una situazione del genere abbia poco a vedere con la disciplina di mercato richiesta da un ipotetico ideale “neoliberale”. E non è pertanto difficile concludere, come fa Jim Hamilton, che se metà mercato porta una esplicita garanzia pubblica, la restante metà privata godrà parimenti della stessa garanzia:

what forces caused the explosion of private participation in a much more reckless replication of the GSE game? A year ago, I suggested one possible answer– private institutions reasoned that, because the GSEs had developed such a huge stake in real estate prices, and because they were surely too big to fail, the Federal Reserve would be forced to adopt a sufficiently inflationary policy so as to keep the GSEs solvent, which would ensure that the historical assumptions about real estate prices and default rates on which the models used to price these instruments were based would not prove to be too far off. Is that the answer to the second question? I’m not sure. But if anybody has a better answer, I’d still like to hear it.

Come già il padre dell’economia politica moderna, Adam Smith, ne La ricchezza delle nazioni osservava (e come hanno ripreso Rajan e Zingales nel loro Saving capitalism from the capitalists), non bisogna confondere mercato con capitalismo: il capitalismo è possibile in assenza o con distorsioni di mercato, soprattutto in quei casi in cui lobby e oligopoli abbiano una leva eccessiva nei confronti dell’autorità pubblica. Esattamente come negli Stati Uniti, dove si è deciso di liberalizzare il settore finanziario e disegnare una regolazione che non è eccessivo definire come scritta sotto dettatura dei regolati, oltre a fornire una amplissima e generosissima garanzia pubblica.

Qui non si vuole tentare una “difesa” del mondo dell’investment banking, o del mercato a priori: si vuole semplicemente problematizzare quanto ritengo problematico, cioè una certa vulgata secondo cui una sorta di ondata “neoliberale” avrebbe eliminato lo Stato dalla vita economica, lasciando che le forze di mercato agissero incontrollate. D’altronde una cosa è una giusta critica a una retorica “neoliberale” che, nei fatti, di neoliberale ha mostrato ben poco, un’altra criticare politiche supposte “neoliberiste” che, di fatto, non vi sono state (non nell’estensione e nella drammaticità con cui vengono solitamente esposte), come fonte di tutti i nostri mali. Richiamando il titolo del post di Agnese Vardanega citato in incipit si può dire che più che “quando lo Stato non c’è, i mercati ballano”, it takes two to tango.

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Camillo Langone, o della “nova scientia”

Pare che, tra un attacco alla modernità e l’altro, gli intellettuali del Foglio abbiano riscoperto l’auctoritas della scienza (sociale, in questo caso). Imperdibile la recente lezione di politica monetaria di Giuliano Ferrara, ma ancor più interessante l’incursione in ambito demografico del notista del Foglio Camillo Langone: “togliete i libri alle donne, torneranno a far figli”. Se si riesce a passare sopra all’aperto e disgustoso razzismo di cui sono impregnati i primi quattro quinti dell’articolo, Langone, proprio come l’elefantino in un paio di paragrafi risolve la crisi dell’eurozona, scarica l’asso di bastoni e risolve la crisi demografica: «Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me». Glielo dicono i numeri, così come glielo diceva il cane del vicino a D.R. Berkovitz di massacrar cristiani, non prendetevela con lui. Peccato che i numeri sia necessario saperli leggere.

Chi li sa leggere sono Anna Cristina d’Addio e Marco Mira d’Ercole, in questo paper sui Trends and Determinants of fertility rates in OECD Countries. Memori di quanto affermava Orwell, e cioè che “la propaganda mente sempre, anche quando dice la verità”, la cosa interessante è che, mentre a livello micro l’affermazione fattuale di Langone è corretta (all’interno dei singoli paesi le donne più istruite hanno un minor numero di figli rispetto a quelle meno), in aggregato non tiene: sono proprio i paesi a più alta scolarizzazione femminile a essere quelli più fertili (si veda la figura 8, più sotto: da metà anni ’80 alti tassi di female tertiary enrollment e di fertilità sono fortemente correlati in senso positivo).

Questo è dovuto al fatto che in molti paesi il lavoro e/o lo studio femminile non sono necessariamente incompatibili con l’avere figli: ad esempio in Finlandia o Svezia la fertilità delle donne con un elevato titolo di studio è di pochissimo inferiore rispetto a quello delle donne meno istruite (mentre in Italia è di circa la metà: si veda sotto, Figura 9). Ma, soprattutto, non sarà contento Langone di avere un’ulteriore informazione: «A simple average across the countries shown in Figure 9 suggests that the decline in fertility rates, while common to all education categories, is stronger for less educated women than for other women» (pp. 29-30). Se il declino demografico generale è spiegabile con l’incremento della quota delle donne con un’istruzione superiore… come spieghiamo il declino nella fertilità tra le donne meno istruite (sì, già sappiamo: liberalismo, umanesimo laico e relativismo)? Insomma, anche a condividere la retrogada e misogina proposta del Langone e così nascondere i libri al gentil sesso in nome della nova scientia, il risultato finale potrebbe essere esattamente l’opposto di quello cercato.

Ovviamente non ancora pago del pascersi della sua nuova veste di Christianus Philosophus,  Langone ritrae l’asso di bastoni e tira fuori il sette bello: non più i numeri (o un cane), ora la conferma della spiegazione mono-causale di tutti i nostri demografici affanni arriva da Roberto Volpi (che ammetto non sapere chi sia). Facciam pure che il Volpi abbia le sue ragioni nel bocciare le politiche pro-nataliste nord-europee: come si spiega l’alta fecondità dei paesi nord-europei e quella bassissima italiana nonostante un female tertiary enrollment italiano più basso? Come si spiega altresì il tasso di fecondità sostanzialmente identico tra poco e molto scolarizzate nei paesi scandinavi? Nel caso la risposta faccia a cazzotti con la logica, provate a chiedere al cane del figlio di Sam.

 

Due numeri su FIM e FIOM

Ultimamente mi alambiccavo nel dare una spiegazione razionale del comportamento della FIOM, rispetto a FIM e UILM, nella successione di crisi di imprese metalmeccanice a partire dal 2007 (in particolare, ovviamente, in relazione alle vicende Pomigliano, Mirafiori, etc…). I motivi nello spiegare il diverso comportamento di due (o tre) sigle rappresentanti lo stesso settore produttivo possono essere le più variegate, e possono tenere in conto di fattori variamente ideologici, relativi alle credenze nel ruolo del sindacato, dello Stato e del diritto del lavoro nella protezione dei lavoratori rappresentati. Vista la dipendenza dal percorso passato, cioè dalla storia delle due sigle, soprattutto in un paese come l’Italia in cui nel “trentennio glorioso” i sindacati hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale, è difficile che le risposte, le riforme e i cambiamenti di atteggiamento avvengano in tempi rapidi rispetto alle mutate condizioni economiche, ed è perciò facile attendersi una certa pattern persistence (l’atteggiamento della CISL su Pomigliano, a esempio, non fa che mettere finalmente in pratica, dopo una sostanziale unità coi colleghi della CGIL negli anni ’60-’70, le idee dei propri padri fondatori, come Mario Romani, più che una rivoluzione ideologica).

Razionalità dei dirigenti sindacali a parte, che fanno invece i lavoratori? Se, come penso, alla fine la FIM si trova un pelino più avanti nella difesa della pagnotta, mentre la FIOM è ancora persa nella difesa delle “ragioni del cuore che la ragione non conosce” (oltre che di una concezione del ruolo del sindacato come collaterale a un diritto del lavoro forte e gestito da una coalizione politica nettamente pro-labour), mi aspetterei una tendenza al calo dei tesserati FIOM, a favore di quelli FIM. Nell’ultimo decennio i numeri sembrano andare in questa direzione. Niente di earth-shattering, sia chiaro (seguendo la linea di tendenza decennale tracciata la FIM raggiungerebbe la FIOM nell’arco di mezzo secolo), però, attendendo il censimento dell’industria e dei servizi 2011 per il totale addetti dipendenti del settore metalmeccanico, si può dire che, a parità ipotetica di addetti, la CISL sta aumentando la quota di iscritti (soprattutto negli anni della “grande crisi”), mentre la FIOM si trova in un trend stagnante, anzi, leggermente calante. Qui sotto il numero di iscritti e le linee di tendenza sull’ultimo decennio (da regressione lineare semplice: la FIOM perde mediamente 810 iscritti l’anno, mentre la FIM li aumenta di 2.739).