Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

Camillo Langone, o della “nova scientia”

Pare che, tra un attacco alla modernità e l’altro, gli intellettuali del Foglio abbiano riscoperto l’auctoritas della scienza (sociale, in questo caso). Imperdibile la recente lezione di politica monetaria di Giuliano Ferrara, ma ancor più interessante l’incursione in ambito demografico del notista del Foglio Camillo Langone: “togliete i libri alle donne, torneranno a far figli”. Se si riesce a passare sopra all’aperto e disgustoso razzismo di cui sono impregnati i primi quattro quinti dell’articolo, Langone, proprio come l’elefantino in un paio di paragrafi risolve la crisi dell’eurozona, scarica l’asso di bastoni e risolve la crisi demografica: «Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me». Glielo dicono i numeri, così come glielo diceva il cane del vicino a D.R. Berkovitz di massacrar cristiani, non prendetevela con lui. Peccato che i numeri sia necessario saperli leggere.

Chi li sa leggere sono Anna Cristina d’Addio e Marco Mira d’Ercole, in questo paper sui Trends and Determinants of fertility rates in OECD Countries. Memori di quanto affermava Orwell, e cioè che “la propaganda mente sempre, anche quando dice la verità”, la cosa interessante è che, mentre a livello micro l’affermazione fattuale di Langone è corretta (all’interno dei singoli paesi le donne più istruite hanno un minor numero di figli rispetto a quelle meno), in aggregato non tiene: sono proprio i paesi a più alta scolarizzazione femminile a essere quelli più fertili (si veda la figura 8, più sotto: da metà anni ’80 alti tassi di female tertiary enrollment e di fertilità sono fortemente correlati in senso positivo).

Questo è dovuto al fatto che in molti paesi il lavoro e/o lo studio femminile non sono necessariamente incompatibili con l’avere figli: ad esempio in Finlandia o Svezia la fertilità delle donne con un elevato titolo di studio è di pochissimo inferiore rispetto a quello delle donne meno istruite (mentre in Italia è di circa la metà: si veda sotto, Figura 9). Ma, soprattutto, non sarà contento Langone di avere un’ulteriore informazione: «A simple average across the countries shown in Figure 9 suggests that the decline in fertility rates, while common to all education categories, is stronger for less educated women than for other women» (pp. 29-30). Se il declino demografico generale è spiegabile con l’incremento della quota delle donne con un’istruzione superiore… come spieghiamo il declino nella fertilità tra le donne meno istruite (sì, già sappiamo: liberalismo, umanesimo laico e relativismo)? Insomma, anche a condividere la retrogada e misogina proposta del Langone e così nascondere i libri al gentil sesso in nome della nova scientia, il risultato finale potrebbe essere esattamente l’opposto di quello cercato.

Ovviamente non ancora pago del pascersi della sua nuova veste di Christianus Philosophus,  Langone ritrae l’asso di bastoni e tira fuori il sette bello: non più i numeri (o un cane), ora la conferma della spiegazione mono-causale di tutti i nostri demografici affanni arriva da Roberto Volpi (che ammetto non sapere chi sia). Facciam pure che il Volpi abbia le sue ragioni nel bocciare le politiche pro-nataliste nord-europee: come si spiega l’alta fecondità dei paesi nord-europei e quella bassissima italiana nonostante un female tertiary enrollment italiano più basso? Come si spiega altresì il tasso di fecondità sostanzialmente identico tra poco e molto scolarizzate nei paesi scandinavi? Nel caso la risposta faccia a cazzotti con la logica, provate a chiedere al cane del figlio di Sam.

 

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Due numeri su FIM e FIOM

Ultimamente mi alambiccavo nel dare una spiegazione razionale del comportamento della FIOM, rispetto a FIM e UILM, nella successione di crisi di imprese metalmeccanice a partire dal 2007 (in particolare, ovviamente, in relazione alle vicende Pomigliano, Mirafiori, etc…). I motivi nello spiegare il diverso comportamento di due (o tre) sigle rappresentanti lo stesso settore produttivo possono essere le più variegate, e possono tenere in conto di fattori variamente ideologici, relativi alle credenze nel ruolo del sindacato, dello Stato e del diritto del lavoro nella protezione dei lavoratori rappresentati. Vista la dipendenza dal percorso passato, cioè dalla storia delle due sigle, soprattutto in un paese come l’Italia in cui nel “trentennio glorioso” i sindacati hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale, è difficile che le risposte, le riforme e i cambiamenti di atteggiamento avvengano in tempi rapidi rispetto alle mutate condizioni economiche, ed è perciò facile attendersi una certa pattern persistence (l’atteggiamento della CISL su Pomigliano, a esempio, non fa che mettere finalmente in pratica, dopo una sostanziale unità coi colleghi della CGIL negli anni ’60-’70, le idee dei propri padri fondatori, come Mario Romani, più che una rivoluzione ideologica).

Razionalità dei dirigenti sindacali a parte, che fanno invece i lavoratori? Se, come penso, alla fine la FIM si trova un pelino più avanti nella difesa della pagnotta, mentre la FIOM è ancora persa nella difesa delle “ragioni del cuore che la ragione non conosce” (oltre che di una concezione del ruolo del sindacato come collaterale a un diritto del lavoro forte e gestito da una coalizione politica nettamente pro-labour), mi aspetterei una tendenza al calo dei tesserati FIOM, a favore di quelli FIM. Nell’ultimo decennio i numeri sembrano andare in questa direzione. Niente di earth-shattering, sia chiaro (seguendo la linea di tendenza decennale tracciata la FIM raggiungerebbe la FIOM nell’arco di mezzo secolo), però, attendendo il censimento dell’industria e dei servizi 2011 per il totale addetti dipendenti del settore metalmeccanico, si può dire che, a parità ipotetica di addetti, la CISL sta aumentando la quota di iscritti (soprattutto negli anni della “grande crisi”), mentre la FIOM si trova in un trend stagnante, anzi, leggermente calante. Qui sotto il numero di iscritti e le linee di tendenza sull’ultimo decennio (da regressione lineare semplice: la FIOM perde mediamente 810 iscritti l’anno, mentre la FIM li aumenta di 2.739).

Libia onirica

Continuo con il tentativo, donchisciottesco, di ragionare sulle reali condizioni della Libia gheddafiana come presentate dai suoi coraggiosi sostenitori. Sulle condizioni di vita sotto il regime, riproposte nei soliti decaloghi copia-incolla-senza-fonti, si è già scritto qui e qui.

In questo post compare finalmente (assenza in effetti sospetta fino a oggi) l’argomento relativo al controllo dei prezzi. I regimi socialisti, si afferma, controllerebbero i prezzi dei beni di sussistenza, evitando così che la spesa in beni alimentari  dei cittadini venga lasciata alle inumane leggi del mercato. Si afferma che

nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato, l’abolizione del controllo dei prezzi le l’eliminazione dei sussidi per seguire i consigli del “libero mercato” forniti da Banca Mondiale e FMI. Negli ultimi anni gli alimenti basici e i prezzi dei carburanti hanno sempre più alti per gli scambi speculativi sulle maggiori commodity.

Ovviamente che «i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato» è semplicemente falso. Si guardi alla Figure 4, sotto (fonte: FAO, su dati IMF, p. 5; per una panoramica estesa a tutto il ‘900 dell’andamento del prezzo dei cibi scambiati sui mercati internazionali si veda qui). Se consideriamo gli anni ’80 come l’epoca d’oro delle liberalizzazioni, da allora i prezzi dei beni agricoli di prima necessità non hanno fatto che calare in termini reali, fino al 2007-2008 in cui hanno avuto un picco, per poi tornare a raffreddarsi (questo significa, tra l’altro, che chi si è aperto al mercato ha potuto godere dei prezzi più bassi e ha ridotto la volatilità dei prezzi necessariamente più alta in un ambito autarchico). Ora, a meno che gli estensori dell’articolo non intendano che improvvisamente nel 2007 sono stati liberalizzati tutti i mercati dei beni agricoli, semplicemente la loro affermazione è falsa.

Lasciamo poi perdere lo speculative nonsense (come l’ha chiamato Paul Krugman, di certo non uno dei difensori più strenui della finanza d’assalto e della globalizzazione finanziaria) per cui, ancora una volta, non viene fornita alcuna prova. E lasciamo perdere se la BM o l’FMI abbiano mai “ordinato” l’abolizione dei sussidi per gli alimenti di prima necessità in favore delle famiglie povere (il che non mi risulta – credo, anzi, che l’articolo confonda i sussidi ai consumatori con i sussidi agli esportatori o ai produttori interni: il discorso, comunque, non cambia). Non apro la parentesi su cosa il no-global nonsense pensi che WB e IMF facciano: mi limito a osservare che a parte considerarli araldi di un neo-liberismo globale imposto con la forza delle armi o col ricatto difficilmente portano un qualsivoglia fatto su cui basare le proprie affermazioni (qualche fatto su cosa effettivamente facciano le due istituzioni è portato, in un’analisi molto critica sull’efficacia del duo, da William Easterly, qui e qui – una chicca interessante è come spesso l’IMF, supposto ardito del neoliberismo globale, suggerisca ai PVS di mantenede alti i dazi doganali, una delle poche entrate fiscali sicure per le traballanti situazioni di bilancio). Fuffa a parte, quello che non capisce l’analisi sopra riportata è ancora una volta il ruolo dei prezzi: se i prezzi si alzano significa che vi è una relativa scarsità dei beni in considerazione rispetto alla domanda. Il controllo dei prezzi non può, per magia, eliminare tale scarsità, che è un dato reale. Il controllo dei prezzi significa, semplicemente, che i beni vengono razionati in base ai desideri delle autorità: l’immagine delle code davanti ai negozi vuoti in Unione Sovietica torna alla mente non a sproposito. Abbassare artificialmente il prezzo di un bene scarso significa semplicemente razionarlo in modo diverso: in pratica, chi prima arriva lo ottiene, chi tardi arriva ciccia (e, se la cosa è regolata da un’autorità centrale, è più che probabile che chi prima arrivi siano i soliti noti). Quindi la Libia, che importa dall’estero i beni di prima necessità (il 75% del cibo consumato), per mantenere bassi i prezzi non può che sussidiarli: cioè, ancora una volta, trasferire risorse prodotte internamente a usi che sono ritenuti socialmente utili dal regime. Questo va bene, solo che, con sei milioni di abitanti e un bancomat di favore costituito dalle riserve petrolifere, la Libia può, pare, permetterselo: non così altri paesi più popolosi. In Egitto una delle ragione della rivolta, più che l’aumento dei prezzi in sè, è stata la riduzione dei sussidi a causa di uno Stato in crescenti difficoltà fiscali e con sempre minori risorse provenienti dal petrolio utilizzabili a fini redistributivi. Allo stesso modo l’India non può sussidiare i consumi di 1,2 miliardi di cittadini (difatti, a seguito della crescita dei prezzi agricoli, nel 2007, assieme ad altri paesi del sud del mondo ha imposto il divieto di esportazione per riversare l’itera produzione sul mercato interno, pare senza subire invasioni coordinate NATO-FMI). Ancora una volta ci scontriamo col vincolo di bilancio: there’s no free meal! Non c’è modo in cui il governo possa per magia ridurre una scarsità reale: tutto quello che può fare è controllare i prezzi, cioè razionare, o sussidiare il consumo, se ha sufficienti entrate per farlo.

Vengono portati poi altri argomenti, questa volta di natura politica:

La guerra e la globalizzazione sono intimamente collegate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in accordo ai think tank di Washington […]. Déjà Vu? Sotto l’Impero Britannico, la “diplomazia delle cannoniere” era un sistema per imporre il “libero scambio”. Il 5 ottobre 1850 l’inviato inglese nel Regno del Siam, Sir James Brooke, raccomando a Sua Maestà che:

“nel caso in cui queste richieste [per imporre il libero scambio] vengano rifiutate, una forza si paleserà immediatamente per sostenerle nella rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. […] Il Siam potrebbe dover subire una lezione che da tempo sta provocando; il suo governo potrebbe venire rimodellato, un re meglio disposto potrebbe essere insediato al trono e verrebbe stabilita un’influenza nella nazione che sarebbe di estrema importanza per l’Inghilterra” (La Missione di Sir James Brooke, citata in M.L. Manich Jumsai, Re Mongkut e Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Ma è necessario rispondere a chi, mentre afferma che vi sia un tandem FMI-NATO, porta a sostegno del presunto fatto una lettera riferita al movimento coloniale ottocentesco (per inciso, poi, le aperture di mercato coloniali sette-ottocentesche erano mosse dal più bieco mercantilismo bilaterale – teoria oggi piuttosto in voga e condivisa curiosamente tra sinistre e destre no-global e uomini di governo come il signor Tremonti – altro che da un sincero interesse per il libero mercato)? Anche qua, rimango in attesa di un’analisi rigorosa dei fatti su cui sarebbe basata una simile strampalata conclusione.

Infine, una chicca:

Gli asset finanziari libici congelati oltre oceano sono stimati nell’ordine di 150 miliardi di dollari, con i paesi Nato che ne hanno più di 100. Prima della guerra la Libia non aveva debiti. All’opposto. Era una nazione creditrice che investiva nella vicine nazioni africane. L’intervento militare R2P aveva l’obbiettivo di costringere la Jamahiriya Araba Libica in una camicia di forza rendendola una nazione indebitata per il proprio sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni basate a Washington. Con una punta di ironia, dopo aver derubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato i suoi beni finanziari, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la “ricostruzione” post-conflitto.

Ecco la vera ragione della guerra libica: Gheddafi ci stava sui maroni perchè, contrariamente a noi, era poco indebitato (ucci ucci, sento odor di signoraggiucci). Quindi guerra, espropriazione, e prestito dei fondi confiscati così da riportare l’equilibrio: una nazione bella indebitata, al pari nostro. Giustizia è fatta. Al di là della follia del ragionamento, sarebbe il caso di rimarcare come: 1) nessuno ha rubato il petrolio libico, che rimane ai libici: e anche quando domani arriveranno i PSA o analoghi, non si tratta di furto (prova ne è che già Gheddafi, per aumentare una produzione altamente inefficiente fatta in casa, ha aperto agli investimenti esteri tramite production sharing agreements… nel petrolio libico: ma come, questo eroe socialista della patria che si fa rubare il petrolio da sotto il naso!?); 2) i fondi sovrani libici all’estero sono stati congelati e quindi scongelati: non sono stati confiscati in alcun modo, men che meno per ri-prestarli a usura ai loro legittimi propietari.

Sulla Libia (again…)

Gheddafi è morto. Stanno rispuntando quindi, sui Social Networks e Blogosfera, gli ennesimi fogli di propaganda atti a mostrarci quale incredibile paradiso fosse la Jamahiriya. I più audaci si spingono addirittura ad affermare come “la verità è che la Libia non è una nazione da liberare dal regime sanguinario di Mouammar Gheddafi, ma un prodotto da conquistare!”. Avendo già commentato i punti spuntati sulla bontà del sistema-paese Libia, passo al nuovo decalogo che viene e verrà riproposto con insistenza dopo la morte del Colonnello. Ovviamente non è segnalata alcuna fonte rispetto ai dati, pertanto mi metto nella posizione del dare per scontato che tutte le informazioni riportate siano veritiere (alcune sono palesemente false: a esempio in Libia le imposte dirette, per quanto ridotte, esistono). Più importante, mi sembra, fare il debunking di alcuni corto-circuiti logici rispetto a come funziona un’economia – qualsiasi economia.

La Jamahiriya libica garantisce:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

Pare che fatichi a entrare nella capoccia di questi giovani rivoluzionari il fatto che un “pasto gratis” non esiste. E non per ragioni ideologiche, ma per una semplicissima questione di vincolo di bilancio. Se le public utilities forniscono servizi gratuiti non significa che non  abbiano costi: significa che i costi dei suddetti servizi vengono pagati con un metodo diverso rispetto alla tariffazione all’utente finale. In particolare se, come in Libia, la maggior parte delle persone è impiegata in imprese statali questo significa che una parte della produzione dei singoli cittadini viene trattenuta alla fonte e viene passata alle public utilities. Non vi è regime socialista che tenga che possa cancellare, per decreto, i costi del produrre un bene o un servizio. Se beni e servizi vengono distribuiti gratuitamente significa che li paga lo Stato tramite una parte del prodotto trattenuto dai lavoratori (qualche indicazione in questo senso è data dall’African Economic Outlook, sezione Macroeconomic Policy: «In 2010 public sector workers were exempted from income tax, a move which effectively raised incomes and narrowed the gap between public and private sector employees […]. A new civil service law was under consideration in early 2011 and was aimed at doubling public sector salaries in 2011 to reduce the gap with private sector wages»). O tramite gli introiti delle imprese petrolifere statali. Possono essere eliminati i “profitti” (inclusi gli interessi), vero. I profitti non sono, però, la parte maggiore del costo alla vendita di un prodotto. E resta il fatto che eliminando i profitti viene a sparire qualsiasi incentivo a ridurre i costi. E’ possibile, anzi, probabile, che il “costo” di un bene prodotto in un regime in assenza di profitti sia maggiore a quello corrispondente in un regime che li ammetta. E se è maggiore allora il basso prezzo al pubblico va sussidiato tramite la sottrazione di una parte di prodotto a chi produce.

Gli interessi a zero, poi, significano: o che il risparmio non viene remunerato (cioè: se non spendo tutto il mio reddito in consumi e lo metto in banca non mi vengono riconosciuti interessi: inflazione a parte, i consumatori non hanno alcun incentivo a posporre una parte dei loro consumi: ma allora da dove vengono i capitali che vengono a loro volta prestati? Vengono dalla tassazione del lavoro? O vi è una quota di risparmio obbligata a tasso zero?); o se vi è una remunerazione del risparmio ancora una volta viene effettuata tramite un trasferimento (una “tassa”) di risorse da chi produce a chi risparmia. Ancora sul discorso incentivi: tralasciamo pure l’incentivo, in realtà importante, a usare bene dei fondi che hanno un costo rispetto a fondi gratuiti. Se non vi sono interessi allora i fondi vengono allocati sulla base di direttive amministrative: il che vuol dire a totale discrezione delle autorità. Il discorso si fa già più diverso rispetto al “soldi a gratis per tutti gli uomini di buona volontà”.

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

Se il costo della vita in Libia è meno caro che in Francia, questo è perchè, uno, la Libia è un paese povero e, due, perchè l’impresa che produce il pane è pubblicamente sussidiata. Anche qua non c’è il pasto gratis, c’è il pasto nominalmente gratis pagato con una trattenuta alla fonte. Dire che la baguette costa meno in Libia, in termini reali, significa affermare che i libici sono più efficienti nel produrre pane: per ogni baguette utilizzano meno fattori di produzione (meno farina, acqua, lavoro, energia termica, …). Ora, che i libici siano più efficienti dei francesi nel produrre baguettes… diciamo che ho qualche dubbio.

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

Se la Libia vende vetture costruite all’estero a prezzo di costo non può che significare che la differenza col prezzo di vendita ce la mette lo Stato, cioè i lavoratori che vengono espropriati di una parte del loro prodotto. Non mi metto nemmeno a discutere se sia giusto tassare i lavoratori che non vogliono acquistare un’automobile per permettere a chi la vuole di acquistarla a prezzo scontato. Anche qua no free meal. E si può sorvolare anche sul fatto se sia giusto che i salari siano decurtati alla fonte per far sì che i dipendenti pubblici possano avere delle automobili gratis…

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

Questo può essere espresso anche nel seguente modo: “in Libia è vietato scegliere l’impresa che si pensa possa fare il miglior lavoro al minor costo”. Se il lavoro vien fatto da cani potete (potevate) provare ad andare a chiedere il conto direttamente al Colonnello. Inoltre, anche qua, che lo paghi lo Stato significa semplicemente che il lavoro è pagato indirettamente dal cittadino.

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1.627,11 Euro al mese.

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

Queste sono prestazioni generiche di welfare che, più o meno generosamente, vengono garantite anche nei welfare state europei e non. E senza bisogno di instaurare una dittatura. Che una dittatura generalmente non sia incline a garantire uno Stato sociale ai cittadini, contrariamente alla brava e bella Jamahirya, è semplicemente smentito dalla storia.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

Se questi siano incentivi corretti per stimolare prodotto e innovazione lo lascio decidere alla coscienza dei lettori più accorti. Non mi aspetto certo di convincere i fan della Jamahiriya. Amen.

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

Ammetto di non conoscere le tecnicalità con cui è gestito il debito pubblico libico. Detto questo, stando ai dati disponibili risulta che la Libia, ad oggi, ha un debito pubblico pari a circa il 3% del PIL, risultato recente visto che negli anni ’90 era intorno all’80%. Questo può significare una gestione più oculata della spesa (o, semplicemente, più “espropiativa”, caratterizzata da maggiori tasse o da un maggiore esproprio del prodotto dei lavoratori), o una fonte di introiti corposi e a buon mercato come quelli derivanti dal petrolio (che costituiscono l’80% delle entrate statali). Il vincolo di bilancio non scompare per magia. Se la Francia (o l’Italia) smettessero di spendere più di quanto raccolgono anche lì il debito pubblico verrebbe a ridursi. Non scomparirebbe per grazia divina.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Mi risulta che in tutte le società occidentali avanzate vi sia uguaglianza tra uomo e donna e vi sia presenza di donne in posizioni di responsabilità. Se più o meno che in Libia non saprei. Detto questo, anche qua, non è necessaria l’instaurazione di una dittatura per ottenere questo risultato.

Riguardo alla democrazia diretta: ricordo solo che nel 1972 è stata vietata per legge la costituzione di partiti politici. Mentre i media liberi, semplicemente, non esistono (in quanto non solo strettamente controllati, ma perchè obbligati a operare “nel rispetto dei principi della rivoluzione“). La “democrazia diretta”, senza partiti e senza stampa indipendente, ma “controllata” dai Comitati rivoluzionari (analoghi a quelli cubani), è una delle caratteristiche che meglio si accompagna ai regimi totalitari, non certo ai paesi liberi. Se questo permetta di “investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale” liberamente, lascio alla coscienza del lettore.

Economics 101 for dummies (sociologists)

Segnalo un post di Andrea Moro di Noisefromamerika. La simpatica presentazione dovrebbe servire a chiarire al pubblico generale alcuni fraintendimenti su come pensa un economista. I principi sono sufficientemente semplici e dovrebbero essere noti a chiunque abbia esplorato anche superficialmente un po’ di letteratura economica. Ma, siccome da parte dei sociologi (soprattutto, ma non solo italiani), detti semplici principi non sono mai nemmeno stati compresi e si continua con la solita vuota critica di posa a una “scienza economica mainstream” che, come descritta dagli economic sociologists, nella realtà dei fatti semplicemente non esiste, val la pena ribadire ancora una volta.

Qui sotto i tre principali fraintendimenti che ricorrono nelle “critiche” rivolte dalla sociologia economica all’economia:

  • I “modelli” non sono la realtà stessa: sono un’astrazione, una modellizzazione semplificata di processi reali – e, pertanto, necessariamente “irrealistici”, se con irrealistici intendiamo che non colgono appieno le infinite sfumature dell’umano interagire;
  • Gli individui “astratti” considerati dall’economista sono self-interested: ma, in nessun modo, self-interested equivale a egoisti (può equivalervi, se lo riteniamo un assunto sensato);
  • Gli effetti “macro”, a livello di società, sono il risultato di interazioni individuali, che implicano esternalità e quindi feedbacks: parlare di equilibrio a livello macro non equivale in alcun modo ad assumere che detto equilibrio sia stato scientemente progettato da individui onniscenti che volevano muoversi all’unisono in detta direzione. In tal senso la Rational choice theory è sì tautologica a livello individuale, ma esplicativa a livello di sistema sociale.

 

“Vincolo benefico” e performance economica: ancora sull’economic sociology

Stavo rileggiucchiando nostalgicamente un vecchio articolo di Colin Crouch e Wolfgang Streeck (“Il futuro della varietà dei capitalismi”), due dei più noti sociologi economici neo-istituzionalisti, che utilizzai per la mia prima tesi di laurea. Mi ricordo che, da giovane sociologo pieno di belle promesse e speranze, trovai l’articolo piuttosto convincente (Streeck era, effettivamente, uno dei miei piccoli eroi personali): rileggendolo a distanza di anni mi ha colpito la distanza che ormai mi separa da detti argomenti

L’articolo si inscrive in quel filone di studi di political economy orientata in senso sociologico genericamente definibile come “corporativista”. L’idea è che, grosso modo, i regimi neo-corporativi, tramite i loro vincoli sociali, siano in grado di sviluppare un migliore ambiente per la possibilità di fare impresa e per lo sviluppo economico in generale rispetto ai paesi genericamente definiti come “liberisti”. Streeck, riprendendo esplicitamente argomenti more durkheimiano, definisce detti vincoli “Beneficial constraints“. In pratica, seguendo il sociologo francese, una particolare struttura sociale (neo-corporativa, in questo caso) sarebbe necessaria per ordinare i fini individuali egoistici a fini “sociali”, promuovendo il bene comune che la ricerca esasperata del self-interest minerebbe. A tale argomento rispose, tra gli altri, Erik Wright (sociologo marxista), criticandolo “da sinistra”: Streeck, da buon tedesco, parlerebbe troppo irenicamente di “bene comune”, tralasciando il fatto che esistono interessi di classe inconciliabili, anche da sovrastrutture di tipo neo-corporativo. Guardando alle date degli articoli vien da sorridere: non siamo infatti a metà anni ’60, ma già a fine ’90, dove le economie europee corporative mostravano evidenti segni di affanno, mentre quelle anglosassoni si trovavano alla fine di un decennio di forte ripresa. Piuttosto che abbandonare l’argomento del “vincolo benefico”, invece, Secondo Crouch e Streeck il rallentamento relativo delle economie centro-nordeuropee sarebbe stato causato dal loro tentativo di imitare le politiche “neoliberiste” di oltre oceano, distruggendo mezzo secolo di pratiche istituzionali neo-corporative che, pare, sarebbero state l’unico fattore causale dell’ottima performance economica europea del “trentennio glorioso”. Il movimento verso la deregolazione della vecchia Europa negli anni ’90, più in particolare, sarebbe stato causato dal fatto che:

  • gli Stati Uniti sono in grado «grazie alle loro dimensioni ed al loro dominio politico, di imporre i propri modi di agire agli altri paesi e di accertarsi che le politiche di questi ultimi si adattino ai loro bisogni ed alle loro capacità» (p. 24);
  • «la scuola dominante di teoria economica sia intellettualmente e istituzionalmente votata ai modelli del libero mercato» (p. 24).

In pratica non sarebbero state le economie anglosassoni ad accellerare (grazie al movimento globale, da loro indotto, verso il liberalismo economico), bensì quelle europee a rallentare, a causa del loro flirt con le politiche neo-liberiste. A posteriori, anzichè solidi argomenti supportati da dati, pare di ascoltare argomenti genericamente no-global e complottisti sull'”ordine neoliberista globale”. L’ipotesi che il rallentamento delle economie europee possa essere stato causato dalle “contraddizioni interne” (per far contento Wright) del modello neo-corporativo, e che una (timida) sferzata verso politiche economiche più liberali sia stata una scelta obbligata per guadagnare competitività sfiora solo ambiguamente la mente dei due sociologi economici. La loro tesi è che la virata “neo-liberista” sia stata indotta dall’egemonia dell’economia “mainstream” (ah, l’economia mainstream, croce e delizia dei sociologi economici) sul processo di policy making, orientato esclusivamente al breve periodo. Il risultato sarebbe, così, una perdita netta di performance globale: mentre le economie liberali continuano per la loro strada, quelle neocorporative verrebbero seriamente danneggiate dall’imitazione della sorella d’oltre oceano. Indubbiamente una spiegazione che salva capra e cavoli: la bontà teorica del “beneficial constraint” neocorporativo non viene toccata, essendo l’under-performance empirica dello stesso causata dal suo contaminarsi col neoliberismo americano. Veramente non male. Non stupisce, pertanto, il rigetto della tesi della Varieties of Capitalism di Hall e Soskice: sostenere l’ipotesi, come fanno i due autori, della persistente differenza dei contesti istituzionali non giocherebbe a favore delle economie continentali (come messo il luce da Lane Kenworthy – vedi figura 1, sotto). Meglio sostenere, ad hoc, l’esistenza di una omogeneizzazione strisciante che metterebbe in difficoltà crescente i campioni del neocorporativismo. Il tutto, rigorosamente, senza supporto empirico [1]: nella migliore tradizione della sociologia economica.

Figura 1 – Tratto da: Lane Kenworthy – Institutional coherence and macroeconomic performance, p.87

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[1] La letteratura sui collegamenti tra contesto istituzionale di relazioni industriali e performance macroeconomica è in realtà piuttosto ampia (una buona rassegna è data all’interno de “Il ruolo del sindacato in Europa“, per la Fondazione Rodolfo De Benedetti). I risultati non sono del tutto univoci, ma sembrano puntare verso un vantaggio competitivo (solitamente inteso come minore tasso di disoccupazione), a parità di altri fattori, di una contrattazione sindacale piuttosto centralizzata e/o coordinata. Si tratta di correlazioni macro che, negli studi citati, sono fondate su dati del secondo dopoguerra fino ai primi anni ’90, e che nulla ci assicura terranno anche in futuro (soprattutto nel caso in cui la situazione della teoria che dovrebbe spiegare tali correlazioni macro è tutt’altro che chiara). Se non si comprende a livello teorico la struttura degli incentivi che si trovano ad affrontare gli attori a seguito di un cambiamento rilevante di policy è difficile determinare il risultato prodotto da una variazione del contesto macro (e questo vale anche per la supposta perdita di competitività causata dall’abbandono del modello neocorporativo ipotizzata da Crouch e Streeck). Non che Streeck non indulga ad argomenti teorici micro: il “vincolo benefico” aumenterebbe la sicurezza individuale, quindi la disponibilità a rischiare; la mano paterna della “corporazione” impedirebbe corse al ribasso, fallimenti del mercato o analoghi etc. Come minimo non si può dire si tratti di argomenti particolarmente cogenti o rigorosi. Oltre a questo, inserire nei modelli econometrici variabili dummies per discriminare i paesi secondo diversi modelli istituzionali è un esercrizio indubbiamente lodevole, ma si presta a numerose possibili critiche, come l’arbitrarietà del posizionamento di un paese all’interno di un raggruppamento o un altro (un campo minato, soprattutto quando si tratta di confrontare intricati sistemi di relazioni industriali e di diritto del lavoro), e che può portare a risultati piuttosto variabili a seconda del giudizio del ricercatore.

Aporie radicali

Ieri i deputati radicali si sono astenuti nel voto di sfiducia al ministro Romano, in polemica col secco no dell’aula a ogni proposta di amnistia, dicono. Non è un segreto, d’altronde, che i Radicali abbiano qualche riserva quando si tratta di politica e manette. Anzi, quando si tratta di manette e basta. Annalisa Chirico a esempio, giovane e vocale esponente di questa corrente radical-radicale, non a caso aborre “la carcerazione preventiva” e nutre “forti dubbi sulla stessa utilità dell’istituto carcerario” (e si dichiara contenta, pertanto, per la mancata autorizzazione all’arresto di Marco Milanese). Che a chi si proclami con toni altisonanti per “la rivoluzione liberale” sfugga la profonda frattura nell’eguaglianza di fronte alla legge tra un corpo privilegiato come il parlamento e il cittadino comune (che, ahilui, non ha alcuna “commissione per le immunità” che lo protegga da alcun “fumus persecutionis”, vero o presunto), ormai non stupisce nemmeno più. Il liberalismo a cui si rifà questa corrente ultra-radicale non ha alcuna rassomiglianza con quello che fu il liberalismo classico, a esempio, di un Dicey: quello che sosteneva come

In England the idea of legal equality, or of the universal subjection of all classes to one law administered by the ordinary Courts, has been pushed to its utmost limit. With us every official, from the Prime Minister down to a constable or a collector of taxes, is under the same responsibility for every act done without legal justification as any other citizen […]. The idea of the rule of law in this sense implies, or is at any rate closely connected with, the absence of any dispensing power on the part either of the Crown or its servants (Introduction to the study of the law of the Constitution, Part II, Chap. IV).

Che nel concreto questa frattura profonda nella Law of the Land operi tutti i giorni non sembra preoccupare i “liberali” all’italiana come la Chirico (scandaloso, a esempio, che “Milanese s’è salvato per il calcolo della Lega; per i radicali sarebbe finito in galera, senza processo” – in pratica, scandaloso che a Milanese sarebbero state applicate, nè più nè meno, le stesse garanzie disponibili a tutti i cittadini: detto questo, il Parlmento non è chiamato a decidere, come sembra implicare il post citato, di sbattere o meno Milanese in galera, decisione che pertiene a un altro Potere). Ma forse questo è il problema minore. Non solo tale disuguaglianza fondamentale non suscita gli strali che, a esempio, vengono rivolti alla “violazione del diritto naturale” provocata dal Censimento ISTAT: in qualche modo viene realizzato un miscuglio improprio tra diritti naturali della persona e attività politica. Pare, infatti, che Milanese-Papa-Romano abbiano non solo il diritto, finchè son fuori dalle patrie galere (o magari ache dopo?), di partecipare all’attività politica del loro paese: pare abbiano anche il diritto incondizionato di governare. Partendo dall’assunto, evidentemente correto, che nessuno può essere imprigionato se non a seguito di una condanna definitiva (ma, anche qui, vediamo come la Chirico nutra qualche dubbio), si arriva a sostenere che allontanare, magari temporaneamente, da posizioni di governo una persona indagata per gravi reati equivarrebbe a sbatterlo in galera (una mozione di sfiducia equivarrebbe a una “lapidazione” – vien da chiedersi quanto valga la pena di prendere sul serio l’opinione di una persona che non fa che confondere giustizia penale e politica, accusando la parte avversa esattamente dello stesso “delitto”, tirando in ballo come autorità morale in questione niente meno che Mario Sechi). Si invaderebbe, in qualche modo, il suo diritto incondizionato a governare fino a condanna definitiva. Che questo diritto incondizionato a governare in effetti non esista è immediatamente evidente a chiunque si sia esercitato a qualche riflessione sul concetto di “diritto naturale” dell’individuo. Gli stessi pensatori anarcoidi, che, più in linea col liberalismo classico, sostengono l’inesistenza di “diritti sociali” positivi in analogia ai “diritti naturali” negativi, sostengono, senza fare un plissè, che esista un diritto positivo a governare: Papa-Milanese-Romano hanno il diritto a che vengano lasciati nelle loro posizioni di governo incondizionatamente, no matter what. Di più: lo stesso sospendere il giudizio su una persona sottoposta a indagine (in luogo dell’atto positivo dell’accordargli piena fiducia) è sintomo di una cultura incivile e barbara. Quanto poco c’entri col liberalismo classico tale modo di pensare è evidente a chiunque abbia appreso determinati principi dalle vive pagine dei loro propugnatori e non dalle dispense della LUISS. Indicativo poi come, mentre per liberali d’ogni sponda la Common law si configuri come la migliore difesa delle libertà individuali (ne ha parlato diffusamente Bruno Leoni in un ciclo di conferenze tenute negli anni ’50 raccolte in Freedom and the Law), la Chirico lamenti, più che la ratio dell’articolo 416-bis c.p., l’illegittimità della natura giurisprudenziale (nonostante in realtà codificato già nel 1982) del reato ascritto a Romano (ma quando si tratta di Eluana Englaro la giurisprudenza fondata sul precedente fa comodo, vero?); ancora più indicativo il suo completo rigetto della prassi costituzionale come di pari rango alla Costituzione stessa: “la mozione di sfiducia (di per sé una prassi non prevista dal dettato costituzionale) è un atto politico” (anche questo in realtà, ahimè, è falso, essendo detta consuetudine considerata di rango costituzionale ed entrata perciò a far parte in modo positivo dell’ordinamento italiano, a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale del 1996). Una rilettura, magari tramite il Dicey sopra citato, di quello che nei paesi (realmente) liberali si considera costituzione, potrebbe aiutarla a schiarirsi le idee. Così come qualche nozione di Common Law potrebbe aiutarla a capire come, in assenza di norme esplicite in un senso o nell’altro, portato il problema davanti al giudice una decisione è richiesta.

Continuando nell’analisi del pensiero radical-radical, sempre la Chirico, in un post piuttosto rivelatore, cerca di sostenere come il liberalismo classico (di Constant, De Tocqueville, Popper o Hayek) sostenesse niente meno che una posizione di “relativismo etico”. Il pensiero del fatto che il liberalismo evidentemente sia una posizione morale ed etica non sembra sfiorare la giovine radicale: il liberalismo sarebbe, per riprendere un’espressione di Putnam, una “God’s eye view” dal punto di vista morale. Ancora, attribuire una linea di pensiero simile (i.e. relativistica dal punto di vista morale) a Constant o De Tocqueville (o a Popper!) è una evidente baggianata sesquipedale per chiunque si sia preso la briga di studiare le basi di detto liberalismo classico. Non dovrebbe nemmeno essere possibile, seguendo tale linea di pensiero, giudicare moralmente, dibattere, esprimere opinioni, consigliare o consultarsi. Bisognerebbe tacere, dacchè, secondo questa interpretazione, individualismo equivarrebbe alla sostanziale inesistenza degli altri. E’ ovvio come qui si confonda la libertà individuale dalla coercizione con la libertà che gli altri non ci giudichino o consiglino nel corso della vita quotidiana. La mia libertà a non ascoltare giudizi morali sul mio comportamento da parte di altre persone supererebbe la libertà di parola del mio prossimo. Tacete, maledetti moralisti neo-puritani! Con questo ill liberalismo Milliano di On Liberty viene definitivamente messo sotto i tacchi. Per non parlare, poi, delle maldirette vuote ciarle sullo “Stato etico”. Che i cittadini giudichino moralmente (e quindi politicamente – come scriveva l’altro malcitato Robert Nozick, la filosofia morale è la base della filosofia politica) i propri governanti è, fondamentalmente, la base di una qualsiasi democrazia liberale. Lo Stato etico, nella tradizione Hegeliana, corrisponderebbe invece alla relazione inversa: lo Stato come sintesi e garante della moralità del popolo. Che si prenda l’etichetta di Stato etico, la si separi dal suo significato originale, e la si appiccichi alle normali regole del gioco democratiche è una operazione aberrante, attenuata solo dal fatto che probabilmente è frutto di ignoranza zelota più che di disonetà bella e buona. D’altronde, che aspettarsi da una persona che (con tanto di citazione di Rothbard) considera l’essere “oltre la destra e la sinistra” una posizione “neutra”, sovra- o oltre-morale? Quanto sia incoerente tale interpretazione del pensiero liberale è svelato dall’applicazione di tali principi svelati da questa puntatina ad Annozero della Chirico: sostiene di essere poco interessata alle storie di letto del Berlusconi, mentre sarebbe più interessata a parlare di fattacci come l’inserimento della Minetti nel listino blindato di Formigoni alle Regionali. L’idea che l’inserimento della Minetti sia scandaloso esattamente e solamente perchè conosciamo le storie di letto che collegano, in questo caso, patrono e cliente, anche qui, non sembra sfiorare la rivoluzionaria liberale. Mettere in scatole a compartimenti stagni ciò che prima era saldamente connesso sembra essere una delle attività predilette della giovane blogger radicale. Così come la filosofia da supermercato dei sedicenti liberali all’italiana (ricordate l’Ostellino che dopo il voto a Pomigliano consegnò al mondo la buona novella della “vittoria dell’individualismo metodologico“?) sembra essere ormai un vezzo, una semplice foglia di fico per portare avanti una filosofia anarcoide del tutto incoerente e completamente scollegata dal pensiero liberale classico.

Update 04/10/2011: in un’intervista a Nota Politica, la Chirico chiarisce ancora meglio il suo concetto di liberalismo-secondo-me:

Oggi anche tra i radicali c’è una tensione rispetto alla questione del garantismo e al rapporto tra politica e giustizia. Ma dobbiamo avere il coraggio di dire che quando il parlamentare è in carica non è un cittadino comune ed è giusto prevedere delle forme di immunità. Aggiungo che non mi sono piaciuti nè il voto su Papa nè quello su Milanese perché ritengo che il fumus persecutionis sia una grande ipocrisia. D’altro canto c’è da dire che le regole attuali sono sbagliate perché in base ad esse la privazione della libertà personale di un soggetto viene affidata al calcolo politico tra i partiti.

E’ così difficile comprendere che la decisione sulla “privazione della libertà personale”, anche per i parlamentari, è affidata a un giudice, come per tutti i cittadini, mentre l’autorizzazione parlamentare all’arresto costituisce una ulteriore guarentigia, questa si di natura politica e partitica, che nulla ha a che vedere con la procedura penale che in uno stato di diritto dovrebbe essere egualmente applicata a tutti i cittadini? Sempre più convinto dei danni profondi dell’esporre menti evidentemente impreparate a Rothbard…

Minus habens libertarians

Per quei bleeding heart liberioti de’ noantri che ciarlano dell’estrema violenza nei confronti dei diritti del cittadino del censimento o della scandalosa violazione della privacy del Gran Puttaniere: occuparsi dei miliardi di tasse che matureranno in futuro grazie all’incapacità di questo governo fa molto poco libertarian?

Differenza Spread Italia-Spagna (in rapporto ai bund tedeschi decennali) – Da Lavoce.info

La Casta e l’evoluzione della cooperazione

Interessante intervento di Fabrizio Cicchitto:

Negli Usa c’è sempre stata una contraddizione fra questa libertà [sessuale],che caratterizza anche quel Paese, e il peso della vita privata nella attivita’politica. Invece in Italia dopo il caso Montesi c’e’ stata una tacita convenzione, anche prima del ’68, per una totale separazione fra la vita politica e la vita privata,tant’e’che due leader democristiani notoriamente omosessuali non sono mai stati attaccati su questo terreno. Invece questa convenzione nel nostro Paese e’ saltata da quando Berlusconi è stato attaccato proprio su questo terreno perchè la sua vita privata è stata considerata da Repubblica e da alcuni magistrati il punto debole sul quale attaccarlo piu’ efficacemente.

Al di là dell’implicito riconoscimento del come, in una democrazia liberale, i comportamenti privati di uomini pubblici sono rilevanti per la buona gestione della cosa pubblica, come non ricordare gli studi di Robert Axelrod sull’evoluzione della cooperazione tra individui egoisti? In una serie indefinita di giochi non cooperativi tra agenti egoisti, e in cui il futuro si assume abbia un qualche peso, la cooperazione può emergere, sfuggendo alla strategia strettamente dominante di mutua defezione intrinseca al “dilemma del prigioniero” in un gioco singolo. Il risultato non è determinato a priori: se nella matrice dei pay-off si assume il valore presente scontato dei guadagni futuri di una eventuale mutua cooperazione (anzichè il valore di una singola mutua cooperazione, come in un gioco singolo), la cooperazione non sarà comunque una strategia strettamente dominante: se l’avversario defeziona il giocatore si troverà in una situazione peggiore rispetto in quella in cui avesse defezionato egli stesso (mentre, cooperando, si troverebbe in posizione migliore rispetto alla defezione, in caso anche l’altro cooperasse). Axelrod assume un approccio evoluzionistico: se giocatori che cooperano sempre come prima mossa, e seguono il principio di utilizzare come mosse successive la mossa del turno precedente del giocatore avversario (la cosiddetta strategia “Tit-for-tat“, o “Pan per focaccia” in italiano), si incontrano tra loro sufficientemente spesso (Axelrod calcola che, con la sua scelta dei parametri rilevanti – matrice dei pay-off e sconto del futuro – è sufficiente appena un 5% delle interazioni totali), e se la dimensione relativa di ogni “generazione” futura di giocatori risulta proporzionale al successo della precedente (si riproducono di più le popolazioni che prosperano maggiormente nelle fasi precedenti del gioco), la strategia cooperativa “invaderà” le altre, diventando maggioritaria. Non è difficle immaginare di applicare tale modello a un paese che teorizza esplicitamente il “tutti colpevoli, nessun colpevole”, la ricattabilità come prerequisito all’accesso in politica, o, come ci ricoda Cicchitto nel suo intervento, la convenzione implicita riguardo al parlare degli scandalucci altrui. La strategia cooperativa, nella storia della Repubblica, è indubbiamente stata dominante, tanto da risultare cristallizzata nella “sovrastruttura” culturale della penisola: interessante vederne le prime crepe e, soprattutto, le reazioni conservative dell’establishment alle prime defezioni di troppo a una norma così ben stabilita.

Nessuno è più “in controllo”. Si salvi chi può

Ennesime parole in libertà di Zygmunt Bauman. L’ennesimo cretinismo della “nuova epoca” contrapposta all'”età dell’oro” (ce n’è sempre una – chessò, la società della miseria vs la società del rischio di Beck, o la modernità vs la modernità radicalizzata di Giddens – quest’ultimo piuttosto vicino all’intuizione baumaniana, con la sua metafora del capitalismo moderno rappresentato come un Mostro della strada senza pilota sparato a velocità massima sulla corsia di sorpasso). Il sociologo polacco ci informa che il tono della nuova era consiste nel fatto che “nessuno è più in controllo”. Il “potere” si sarebbe separato dalla “politica”. Fino a ieri, pare, le due cose avrebbero marciato a braccetto. Oggi non più. Ma quando mai sarebbe stato qualcuno “in controllo”? Quando mai economie e paesi avrebbero marciato come un esercito guidato da un grande timoniere? In che epoca, in che luogo il “potere” (economico, presumiamo) si sarebbe piegato ai confini politici degli stati nazione? Dove e quando, on earth, il processo complessivo, la vita di tutti i giorni è stata “governata” da qualche entità sovra-individuale, secondo un “progetto”, un meccanismo progettato da un sapiente orologiaio? Nel medioevo, durante le continue lotte tra signori, re e contadini, tra migrazioni e concorrenza per la terra e la protezione, tra carestie, flagelli e guerre? Nell’epoca degli albori del capitalismo, con detto capitale in movimento frenetico forse più che oggi? Nell’epoca degli stati nazione, in cui gli stati spendevano meno di un quinto della ricchezza prodotta in confronto alla metà di oggi? Nella stessa epoca in cui non esistevano banche centrali che emettevano l’intero circolante e manovravano l’intera politica monetaria nazionale? Forse che oggi le lobby di riferimento del “potere” non fanno più la fila col cappello in mano fuori dei parlamenti, continuando ad accoppiarsi incestuosamente con la “politica”? O forse qualcuno era realmente in controllo nel “trentennio glorioso”, durato appunto un trentennio, quindi approssimativamente lo 0% della storia umana? Ma, nostalgie a parte (piuttosto comuni da parte dei teorici della persistente “grande discontinuità”), anche lì siamo sicuri che ci fosse qualcuno “in controllo”? Le politiche interventiste su larga scala riuscivano a ottenere quello che volevano, grazie al tocco di una mano saggia e benevola, come vorrebbero farci credere Krugman e soci? Erano realmente “in controllo”? Non esistevano investimenti diretti all’estero? Talenti, cervelli e idee non migravano, non sfidavano il potere degli stati nazionali e della politica? Non è sotteso a tale discorso, che si vorrebbe, immagino, alto e raffinato, l’ennesiva fallacia della “teoria cospiratoria della società“, per cui tutto ciò che avviene è scientemente progettato e realizzato da una entità sovraordinata?
Come con tutto quanto scritto da Bauman farebbe piacere, magari ora, verso fine carriera, che accanto alla social poetry di cui certamente Zygmunt è maestro, si affiancasse, finalmente, un qualsivoglia supporto empirico a tali affermazioni. Così, magari per cominciare a capire di che si sta parlando.