Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

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It takes two to tango

Vengo citato da Sociospunti in merito a una discussione su “mercato come istituzione sociale”. Mentre mi sembra di poter concordare con le osservazioni generali relative al concetto di mercato come istituzione, mi trovo più lontano rispetto ad alcune considerazioni empiriche, in particolare con la seguente affermazione:

C’è stata la precisa volontà di smantellare lo Stato e l’etica pubblica, di promuovere la libertà individuale agli estremi limiti dell’opportunismo, di favorire le ricchezze in qualunque modo si creassero. Ed è così che oggi lo Stato e la politica si sono trovati disarmati ed impossibilitati ad agire di fronte ai meccanismi del mercato.

Quello che mi ha sempre imbarazzato rispetto a tali affermazioni è che tale “smantellamento” dello Stato a opera del “neoliberismo” è difficilmente riscontrabile nei dati. Non solo perchè il welfare state, come documentato da uno dei suoi più strenui difensori, Peter Lindert, è passato indenne anche il vaglio del periodo tatcherian-reaganiano (qui, p. 4: «On the average, the 21 core OECD countries slightly raised the share of social transfers in GDP, both across the Thatcher-Reagan 1980s and across the 1990s»), dimostrando di non essere quella endangered species secondo molti braccata dall’ondata “neoliberista” degli anni ’80. Ma anche perchè nella critica al cosiddetto neoliberismo strisciante che si starebbe insinuando tra le pieghe della società noto un profonda incoerenza: il liberismo viene criticato in quanto tenderebbe a smantellare lo Stato o renderlo sostanzialmente incapace di azione. E i disastri economici prodotti da tale non-itervento sarebbero palesi, ad esempio manifestandosi nella disastrosa debacle economico-finanziaria cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e di cui ancora portiamo la croce. Rispetto a tale argomento trovo piuttosto curioso che si attribuisca alla mancanza di interventismo la crisi dei mutui sub-prime o della finanza strutturata a essi legata. Come è possibile tacciare di non interventismo un governo come quello statunitense che, alla vigilia della crisi, controllava direttamente e indirettamente metà del mercato dei mutui immobiliari (tramite il portafoglio delle GSEs, le garanzie da queste sottoscritte, oltre alle garanzie fornite da agenzie federali quali la FHA)?

Sum of retained mortgage portfolio and mortgage backed securities outstanding for Fannie and Freddie (fonte: Econbrowser)

Che lo stato si fosse ritratto dalla gestione economica, lasciando che le sole forze di mercato si occupassero dell’andamento dell’economia, è semplicemente falso. Quanto è successo è invece molto peggio: la nascita di un mercato sì maggiormente deregolato, ma con una garanzia pubblica implicita ed esplicita rispetto al raccogliere eventuali cocci (sul ruolo delle GSEs nel mercato immobiliare e nelle ripercussioni di tale intervento sul mondo finanziario c’è Guaranteed to fail, di Acharia V. et al.). E’ evidente che una situazione del genere abbia poco a vedere con la disciplina di mercato richiesta da un ipotetico ideale “neoliberale”. E non è pertanto difficile concludere, come fa Jim Hamilton, che se metà mercato porta una esplicita garanzia pubblica, la restante metà privata godrà parimenti della stessa garanzia:

what forces caused the explosion of private participation in a much more reckless replication of the GSE game? A year ago, I suggested one possible answer– private institutions reasoned that, because the GSEs had developed such a huge stake in real estate prices, and because they were surely too big to fail, the Federal Reserve would be forced to adopt a sufficiently inflationary policy so as to keep the GSEs solvent, which would ensure that the historical assumptions about real estate prices and default rates on which the models used to price these instruments were based would not prove to be too far off. Is that the answer to the second question? I’m not sure. But if anybody has a better answer, I’d still like to hear it.

Come già il padre dell’economia politica moderna, Adam Smith, ne La ricchezza delle nazioni osservava (e come hanno ripreso Rajan e Zingales nel loro Saving capitalism from the capitalists), non bisogna confondere mercato con capitalismo: il capitalismo è possibile in assenza o con distorsioni di mercato, soprattutto in quei casi in cui lobby e oligopoli abbiano una leva eccessiva nei confronti dell’autorità pubblica. Esattamente come negli Stati Uniti, dove si è deciso di liberalizzare il settore finanziario e disegnare una regolazione che non è eccessivo definire come scritta sotto dettatura dei regolati, oltre a fornire una amplissima e generosissima garanzia pubblica.

Qui non si vuole tentare una “difesa” del mondo dell’investment banking, o del mercato a priori: si vuole semplicemente problematizzare quanto ritengo problematico, cioè una certa vulgata secondo cui una sorta di ondata “neoliberale” avrebbe eliminato lo Stato dalla vita economica, lasciando che le forze di mercato agissero incontrollate. D’altronde una cosa è una giusta critica a una retorica “neoliberale” che, nei fatti, di neoliberale ha mostrato ben poco, un’altra criticare politiche supposte “neoliberiste” che, di fatto, non vi sono state (non nell’estensione e nella drammaticità con cui vengono solitamente esposte), come fonte di tutti i nostri mali. Richiamando il titolo del post di Agnese Vardanega citato in incipit si può dire che più che “quando lo Stato non c’è, i mercati ballano”, it takes two to tango.

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