Meccanismi sociali

“In God we trust; all others must bring data.” -W. Edwards Deming

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Teoria dell’azione razionale

Pubblico l’introduzione alla mia tesi di laurea. E’ una semplice esposizione degli assunti metodologici che ritengo sia utile avere in mente facendo della sociologia (i.e., niente di nuovo), e si accoda ad altri post (qui e qui) della mia lillipuziana crociata personale a favore di una qualche forma di teoria dell’azione razionale in sociologia.

1. TEORIA DELL’AZIONE RAZIONALE

La prospettiva qui adottata si ispira all’individualismo metodologico di matrice weberiana [Weber 1980]. I sistemi sociali sono composti da individui e dalle relazioni e interazioni tra di essi. La spiegazione di un fenomeno sociale, pertanto, può essere ridotta alle azioni intenzionate dei singoli individui che lo producono [1] [Nozick 1997: 111]. Essendo il fenomeno sociale, risultato di un vasto numero di interazioni tra individui, la variabile che richiede di essere spiegata, è necessario partire da un modello di azione individuale piuttosto semplice [Coleman 1990: 18-19]. Nell’approccio qui adottato questo significa assumere gli attori all’interno del sistema come razionali, cioè come individui che perseguono razionalmente i propri fini dati dei vincoli esterni [2] [Farmer 1982: 189]. Il modello di attore razionale è un costrutto teorico, e quindi per sua natura astratto: ai fini della teoria non è necessario stabilire se descriva i reali meccanismi psicologici degli individui o se, semplicemente, ne descriva il comportamento empirico [3]. Un comportamento che può essere dedotto dalla serie di assiomi e postulati alla base della teoria dell’azione razionale è considerato razionale secondo la teoria, a prescindere che corrisponda effettivamente a un comportamento in linea con l’idea di razionalità comunemente intesa [4]. La teoria, pertanto, ha valore positivo e non normativo. Come riassunto da James Coleman, un modo di guardare alla teoria dell’azione razionale è «specificare che la teoria è costruita per un insieme di astratti attori razionali. Diventa perciò una questione empirica se una teoria così costruita può rispecchiare il funzionamento di reali sistemi sociali che involvano persone reali» [Coleman 1990: 18]. La teoria dell’azione razionale (d’ora in poi RAT, Rational Action Theory [5]) è anche definita Beliefs, preferences, and constraints model (BPC). Questa formulazione aiuta a esplicitare le componenti fondamentali della teoria, cioè credenze, preferenze e vincoli [6][Gintis 2012: 319].

Innanzitutto, alla base della teoria, vi è l’assunto di razionalità individuale. Seguendo James Coleman, il nocciolo di tale assunto si riduce a considerare gli individui come votati alla massimizzazione della propria soddisfazione o utilità: «questa concezione è basata sulla nozione che diverse azioni (o, in alcuni casi, diversi beni) abbiano una particolare utilità per l’attore ed è accompagnata da un principio di azione che può essere espresso dicendo che l’attore sceglie l’azione che massimizzerà l’utilità» [Coleman 1990: 14]. Formalmente, dati certi postulati, l’utilità di un individuo può essere rappresentata da una funzione di utilità [Farmer 1982: 185]. Una funzione di utilità non è altro che una relazione tra uno stato di cose del mondo relativo a una persona e la soddisfazione complessiva che tale stato di cose conferisce all’individuo. Il criterio della soddisfazione permette di comparare diversi stati del mondo che, di per sé, risulterebbero incomparabili: a esempio il rispetto di una scelta morale e l’acquisizione di un bene materiale di un certo valore [Stigler 1946: 13]. Questo stato di cose, argomento della funzione di utilità, può infatti includere le situazione più diverse: dal possesso e l’utilizzo di un determinato insieme di beni, a uno stato di relazioni personali soddisfacenti o meno, a una coerenza delle proprie convinzioni morali o ideologiche con lo stato del mondo esterno. Essendo la soddisfazione derivante dai diversi stati di cose l’oggetto della comparazione tra i risultati possibili di diverse scelte, stati del mondo così radicalmente differenti diventano comparabili, e pongono pertanto la base della scelta individuale. L’assunto centrale della teoria della scelta razionale è che gli individui tentano, dati i vincoli esterni, di massimizzare la propria funzione di utilità: si suppone, cioè, che il corso di azioni intrapreso da parte di un individuo sia quello di perseguire quello stato di cose in corrispondenza del quale la propria funzione di utilità raggiunga un massimo[7]. In questo modo è possibile modellare gli obbiettivi più diversi potenzialmente perseguibili da un attore sociale: come ironicamente illustrato da George Stigler, «una pigrizia attentamente pianificata può essere interpretata come la massimizzazione dell’obbiettivo di non lavorare; se non è pianificata, può essere vista come la simultanea massimizzazione dell’obbiettivo di non lavorare e di non pensare» [Ibidem].

La soddisfazione per uno stato di cose deriva dal fatto che gli individui hanno un insieme di preferenze, che descrive la soddisfazione derivante dalle diverse situazioni in cui possono di volta in volta trovarsi. Le preferenze stabiliscono la forma della funzione di utilità dell’individuo, cioè come gli stati di cose del mondo si rapportano con la sua soddisfazione o utilità. La teoria dell’azione razionale assume che tali preferenze siano complete, e siano internamente consistenti, godano cioè della proprietà della transitività [8]: se un individuo preferisce uno stato di cose A a uno stato di cose B, e preferisce lo stato B a uno stato C, se le preferenze sono coerenti si può dedurre che preferirà lo stato A allo stato C [9] [Becker 1962: 2]. Quanto richiesto dal principio di razionalità non ha nulla a che vedere col contenuto delle preferenze. Le preferenze individuali sono considerate un dato del problema di massimizzazione, e non sono pertanto considerate passibili di giustificazione razionale. Il filosofo scozzese David Hume, che, col suo Trattato sulla natura umana, scritto nel XVIII secolo, può essere considerato un precursore della RAT, esprimeva tale concetto recisamente:

non è contrario alla ragione preferire la distruzione del mondo intero per non graffiarmi un dito. Non è contrario alla ragione che io scelga di rovinarmi completamente per impedire il minimo dolore di un Indiano o di un completo sconosciuto. Né è contrario alla ragione preferire il bene che so essere minore a quello maggiore, e nutrire un’affezione più intensa per il primo invece che per il secondo [Hume 2001 : 823].

Le preferenze possono pertanto essere delle più varie [10], e lo specifico contenuto delle stesse nell’analisi di una situazione sociale è un’ipotesi cruciale formulata dal ricercatore. Relativamente all’azione sociale, spesso l’alternativa più rilevante che si presenta è se gli individui abbiano preferenze egoistiche o altruistiche. Nel primo caso si suppone che l’attore massimizzi la propria utilità senza tenere conto della soddisfazione delle persone con cui venga a interagire. Nel secondo si considera l’attore come ricavante utilità dall’utilità altrui: agire per aumentare la soddisfazione di terzi permette così di aumentare la propria [Becker 1976: 818-819]. L’argomento humeano è stato espresso in modo esplicito più di recente da Herbert Gintis:

[il modello dell’attore razionale] presuppone che le persone abbiano preferenze coerenti, ma non richiede che le preferenze siano egoistiche o materialistiche. Possiamo semplicemente mappare come le persone valutino l’onestà o la lealtà nello stesso modo in cui possiamo mappare come valutino il pollo fritto o i golfini di cashmere […] Le scelte individuali, anche se sono egoistiche (a esempio, consumo personale) non sono necessariamente volte al miglioramento del benessere. Nel senso del modello dell’attore razionale, può essere razionale fumare, fare sesso non protetto, e anche attraversare la strada senza guardare [Gintis 2012: 318-319].

Chiaramente è difficile immaginare individui caratterizzati da preferenze esclusivamente egoistiche o esclusivamente altruistiche. Un’ipotesi più realistica consiste nel considerare gli individui, almeno come ipotesi di lavoro, costituiti da preferenze orientate a un punto intermedio tra l’egoismo e la generosità limitata [Hume 2001: 977]. Questo significa considerare le azioni individuali orientate, normalmente, al miglioramento del proprio benessere, a prescindere del benessere di terzi, mentre orientate in senso altruistico solo nei confronti di una selezionata cerchia di individui. Utilizzando di nuovo le parole di Hume,

lungi dal pensare che gli uomini non abbiano alcuna affezione per tutto ciò che trascende loro stessi, ritengo che, sebbene sia raro incontrare qualcuno che ama una singola persona più che sé stesso; tuttavia è altrettanto raro incontrare qualcuno in cui tutte le affezioni gentili [11], unite insieme, non sorpassino completamente l’egoismo […]. Ogni persona ama sé stessa più di ogni altra, e nel suo amore per gli altri riserva il suo affetto principalmente ai parenti e ai conoscenti [ivi:: 963].

La teoria della scelta razionale assume, di norma, una certa stabilità delle preferenze individuali, anche su periodi temporali relativamente lunghi. In principio è possibile spiegare qualsiasi cambiamento sociale o istituzionale tramite cambiamenti delle preferenze tra i responsabili dello stesso [12]. Data, però, una certa regolarità empirica dei comportamenti umani in risposta a stimoli simili, appare più promettente, e attinente alla realtà dei fatti, cercare una spiegazione del cambiamento sociale incentrata sui cambiamenti nel comportamento di singoli individui con preferenze stabili, in risposta al cambiamento dei vincoli esterni (i constraint del modello BPC) [13] [Stigler e Becker 1977: 76-77].

Gli individui agiscono, nel tentare di soddisfare le proprie preferenze, vincolati da un ambiente esterno, che racchiude le possibilità di azione e interazione, e che restringe, perciò, i corsi di azione disponibili all’individuo [14] [Arrow 2012: 15]. L’ambiente esterno può essere considerato come l’insieme di tutte le risorse utilizzabili dagli attori razionali nel perseguimento dei propri fini e dal loro stato, ed è caratterizzato da una determinata distribuzione delle stesse. La situazione di partenza di un individuo è costituita dalla parte di risorse dell’ambiente esterno su cui abbia un certo grado di controllo. Tali risorse possono essere del tipo più vario, e corrispondere a reddito o ricchezza, informazione, particolari eventi, relazioni personali, istituzioni sociali, lo stato corrente della tecnologia, o il valore o prezzo degli oggetti presenti nel sistema [Coleman 1990: 28]. L’incontro tra le preferenze individuali e le risorse sotto il controllo dell’individuo determinano un sistema di scambio sociale, tramite cui le risorse controllate vengono utilizzate o scambiate nel perseguire i fini individuali [Homans 1958: 604-605]. Seguendo Max Weber, mentre le interazioni tra individui costituiscono una parte dinamica del sistema, costituito dagli scambi delle risorse sociali tra gli attori, le relazioni sociali, una volta instaurate, costituiscono un dato del sistema, e sono pertanto interpretabili come una risorsa dell’ambiente utilizzabile come oggetto di scambio sociale. Per relazione sociale, quindi, «si deve intendere un comportamento di più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di senso, e orientato in conformità. La relazione sociale consiste pertanto esclusivamente nella possibilità che si agisca socialmente in un dato modo (dotato di senso), quale che sia la base su cui riposa tale possibilità» [Weber 1980: 23-24]. Il diverso grado di controllo sulle risorse dell’ambiente fa sì che tra i singoli individui nascano delle interazioni, il cui intreccio e la cui eventuale persistenza concorrono a costituire il sistema sociale:

se gli attori controllano tutte quelle risorse che gli interessano, allora le loro azioni sono automatiche: questi esercitano meramente il loro controllo in un modo che soddisfi i propri interessi […]. Quello che crea un sistema sociale, in contrasto a un insieme di individui che esercitano indipendentemente il loro controllo sulle attività atte a soddisfare i propri interessi, è un semplice fatto strutturale: gli attori non sono pienamente in controllo delle attività che possono soddisfare i propri interessi, ma trovano alcune di queste attività parzialmente o completamente sotto il controllo di altri attori. [Le transazioni risultanti] non includono solo ciò a cui normalmente si pensa come scambio, ma anche una varietà di altre azioni che rientrano in un concetto più ampio di scambio. Queste includono tangenti, minacce, promesse, e investimenti di risorse. E’ tramite queste transazioni, o interazioni sociali, che le persone sono in grado di utilizzare le risorse sotto il proprio controllo, e in cui hanno poco interesse, per realizzare i propri interessi che risiedono in risorse controllate da altri attori [Coleman 1990: 29].

Ai fini della teoria è necessario considerare l’ambiente reale disponibile agli individui, e non un ipotetico ambiente ideale, disponibile nella mente del ricercatore con il senno di poi, ma invisibile o inesistente per gli individui oggetto d’analisi [15] [Demsetz 1969: 1]. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i vincoli informativi cui sottostanno gli attori [16], così come per lo stock di conoscenza (scientifica, tecnica o empirica) accumulato dalla società nel suo complesso [North 1981: 17]. La non disponibilità agli attori considerati di alternative fuori portata può aiutare a spiegare razionalmente l’esistenza, in passato, di istituzioni considerate oggi “irrazionali” (come il processo tramite ordalia, descritto nel paragrafo 1.1), e può fornire allo stesso tempo, in concorso con ulteriori cambiamenti dell’ambiente correlati, un’ipotesi sugli incentivi che possono portare gli attori a intraprendere un processo di cambiamento istituzionale (come nel caso della nascita del processo tramite giuria nella difesa dei diritti di proprietà, trattato nel paragrafo 1.3 e nel capitolo III).

L’ultima componente del modello BPC è costituita dalle credenze degli attori [Hedström 2006: 49]. Una credenza può essere considerata come l’insieme di proposizioni sul mondo che gli individui ritengono vere: «la credenza, some è spesso detto, “tende alla verità”, nel senso che le credenze sono il tipo di stati mentali che devono essere veri per far sì che la mente “si adatti” al mondo [17]» [Engel 2002: 57]. Le credenze, pertanto, costituiscono l’insieme delle teorie e dei modelli sul funzionamento del mondo che i soggetti prendono come vere: in questo senso costituiscono uno stato mentale in grado di orientare il comportamento individuale [North 1994: 48-49]. La formazione di credenze sul mondo è necessariamente influenzata dai vincoli informativi a cui è sottoposto l’individuo. Se una teoria sul mondo viene creduta in quanto in grado di spiegare il funzionamento della realtà, svolgerà la sua funzione solo finché i fatti del mondo non verranno a contraddirla [North 1981: 49; Hayek 1988: 51-52]. Vincoli informativi possono produrre un’immagine distorta degli stati del mondo, e quindi fornire supporto a una credenza errata, così da assicurarne la persistenza [Acemoglu et al. 2005: 424]. In ragione di ciò, gli individui hanno un incentivo ad acquisire informazioni sul mondo atte a migliorare le proprie credenze (nel senso di sostituire credenze vere a credenze false), così da avere un maggiore controllo sull’ambiente esterno [18] [Barro 1997: 264].

Il concetto di credenza qui utilizzato è soggettivo: ai fini della teoria dell’azione è importante capire le credenze, giuste o errate che siano, effettivamente in possesso dell’attore. Un importante genere di credenza soggettiva è costituito dalle ipotesi degli attori relative ai diversi possibili stati del mondo futuri. In situazioni caratterizzate da un certo grado di incertezza, in cui, cioè, gli esiti delle proprie azioni o i futuri stati del mondo non sono conosciuti con certezza, gli individui agiscono sulla base di ipotesi probabilistiche. In questo caso le credenze soggettive relative alla distribuzione di probabilità dei futuri stati del mondo diventano cruciali nel fornire la base per un’azione razionale. Dal momento in cui è la credenza individuale a fornire il movente per l’azione, non è necessario supporre che le credenze probabilistiche soggettive corrispondano alla probabilità oggettiva [19] dell’insieme di eventi possibili. Le ipotesi individuali sui possibili accadimenti futuri dipenderanno dalle informazioni in possesso dell’attore e, pertanto, più un evento sarà di interesse per un soggetto, più informazioni verranno acquisite intorno alle condizioni del suo accadimento [Coleman 1990: 103]. Per questi motivi, è ipotizzabile che le credenze soggettive sugli stati del mondo siano più vicine alla realtà dei fatti per gli eventi in cui gli attori hanno un diretto interesse:

l’asserzione che gli individui agiscono come se avessero assegnato delle probabilità personali a tutti i possibili eventi è un’ipotesi comportamentale, non una descrizione della psicologia individuale o l’asserzione che un individuo darà una risposta significativa a una domanda rispetto alla probabilità che assegnerebbe a un evento, ad esempio la continuazione della democrazia parlamentare nel Regno Unito. Se l’evento in questione non incide a sufficienza sulla sua vita, o, anche se lo fa, non incide sulla parte del suo comportamento soggetto al suo controllo, non vi è ragione per cui dovrebbe allocare un qualsiasi sforzo al crearsi un’opinione rispetto a tale questione, e darà senza dubbio una risposta alla buona. D’altra parte, se una parte importante del suo comportamento dipende dal fatto che la democrazia parlamentare continui nel Regno Unito o meno (nei termini del nostro esperimento ipotetico, se il premio o la perdita scatenata da questo risultato è sufficientemente grande), il formarsi un’opinione definita avrà valso lo sforzo [Friedman 2007: 84].

Lo studio della realtà sociale tramite il modello BPC, in conclusione, si risolve nell’applicazione dei sovraesposti criteri metodologici, dando vita a ciò che Karl Popper chiamava “logica della situazione” [20], cioè la convinzione secondo cui «le nostre azioni sono in larghissima misura spiegabili nei termini della situazione in cui si svolgono» [Popper 1996: 116]. Citando più ampiamente, la “logica della situazione”

è caratterizzata dal fatto di analizzare la situazione dell’uomo che agisce in modo sufficiente per spiegare l’azione sulla base della situazione, senza bisogno di sussidi psicologici. La “comprensione” oggettiva consiste nel vedere che l’azione corrispondeva oggettivamente alla situazione. In altri termini, la situazione è analizzata fino al punto in cui quei momenti che in un primo tempo sembrano psicologici, ad esempio i desideri, i moventi, i ricordi e le associazioni, sono trasformati in momenti della situazione. La persona che aveva questi o quei desideri si trasforma allora in una persona alla cui situazione appartiene il fatto di perseguire questi o quegli scopi oggettivi. E la persona che aveva questi o quei ricordi e associazioni diventa una persona della cui situazione fa parte il fatto che sia oggettivamente provvista di queste o quelle teorie, di questa o quell’informazione […]. La logica della situazione presuppone, in genere, l’esistenza di un mondo fisico in cui agiamo. Questo mondo contiene, ad esempio, sussidi fisici che stanno a nostra disposizione […]. Inoltre la logica situazionale deve anche presupporre l’esistenza di un mondo sociale, composto di altre persone, dei cui scopi noi conosciamo qualcosa (spesso non molto), e, inoltre, istituzioni sociali [Popper 1972: 121-122].

La logica situazionale riassume quindi le componenti del modello BPC (credenze, preferenze e vincoli), che vengono considerate come dati della situazione all’interno della quale l’individuo si trova a formulare le proprie decisioni in merito ai corsi di azione ottimali. Come già notato, adottare un metodo individualista non significa adottare una teoria dell’azione in cui istituzioni e norme sociali non esistano: piuttosto significa considerare dette istituzioni sociali come vincoli all’azione e risultato dell’aggregazione delle azioni individuali [21] [Eggertsson 1990: 4-6]. Il modello di cambiamento istituzionale fondato sulla logica della situazione può essere schematizzato con la cosiddetta Coleman’s Boat (figura 1.1). Le istituzioni sociali nel periodo t0 influiscono sull’ambiente dell’attore tramite la relazione 1, limitandone le possibilità di azione. Accanto agli altri vincoli ambientali esistenti a t0, tramite la relazione 2 influenzano le possibilità di azione nel successivo periodo t1. L’azione così vincolata tende, in interazione con le azioni degli altri attori  (parte dell’ambiente esterno), a produrre il cambiamento istituzionale, e quindi a determinare la forma delle istituzioni a t1, tramite la relazione 3. Le relazioni di tipo 1 e 3 descrivono, rispettivamente, movimenti da uno stato macro a uno micro, e da uno stato micro a uno macro, mentre la relazione 2 descrive il processo di azione razionale fondato sugli assunti sopra delineati. La transizione 1 descrive tutti quegli elementi che stabiliscono le condizioni iniziali vincolanti le azioni individuali: le sue preferenze, credenze, informazioni, le norme o istituzioni sociali, lo stato del mondo, le azioni altrui. La transizione 3 descrive invece le conseguenze dell’azione individuale: come si combina, interferisce o interagisce con quelle degli altri, concorrendo a creare un nuovo contesto, che nel successivo periodo t2 costituirà a sua volta parte delle condizioni iniziali [Coleman 1990: 11-12]. La linea tratteggiata, infine, descrive il passaggio dallo stato dell’istituzione da t0 a t1: il tratteggio sottolinea come la trasformazione sia mediata dalle interazioni individuali attraverso le relazioni 1, 2 e 3.

Figura 1.1

Coleman’s Boat

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[1] Come ha scritto Max Weber, «per l’interpretazione intelligibile dell’agire, a cui la sociologia aspira, queste formazioni [stato, società, azienda] sono invece semplicemente processi e connessioni dell’agire specifico di singoli uomini, poiché questi soltanto costituiscono per noi il sostegno intelligibile di un agire orientato in base al senso» [Weber 1980: 12].

[2] La teoria, come utilizzata nel presente lavoro, non è strettamente formale, cioè matematicamente orientata. Ciò non di meno, e pur perdendo potenza esplicativa, costituisce una solida base da cui possono essere tratte delle conclusioni. Vengono pertanto qui illustrati i principi a cui la spiegazione si ispira.

[3] Sempre secondo Weber, «un’interpretazione fornita di senso, per quanto evidente, non può come tale, e in virtù di questo carattere di evidenza, aspirare ad essere anche l’interpretazione causalmente valida. Essa rimane di per sé soltanto un’ipotesi causale particolarmente evidente […]. A base di processi esterni dell’agire che ci appaiono “eguali” o “simili” possono esservi, nell’individuo o negli individui che agiscono, connessioni di senso assai differenti» [Weber 1980: 9].

[4] Ammesso, e non concesso, che esista una visione condivisa di cosa costituisca un comportamento razionale.

[5] Si tendono ad etichettare come Rational Action Theory le teorie ispirate al principio di razionalità in campo sociologico, per distinguerle dalla Rational Choice Theory tipica della scienza economica [Goldthorpe 2006: 183].

[6] Peter Hedström, pur avanzando una teoria che vorrebbe distanziarsi dalla RAT, propone non di meno un modello basato sugli identici assunti, chiamato Desires, beliefs, opportunities (DBO) [Hedström 2006: 48-49]. A parte la terminologia, concettualmente identica, e l’intento, il modello risulta perfettamente compatibile con la RAT.

[7]Il principio di massimizzazione non è strettamente necessario: un individuo può voler tentare di minimizzare la soddisfazione relativa a un determinato obbiettivo, o porsi il compito di raggiungere solo una frazione del massimo raggiungibile. Includere tali ipotesi comportamentali nel semplice modello di massimizzazione non cambia la sostanza della teoria, e il criterio di massimizzazione viene pertanto utilizzato per semplicità [Stigler 1946: 13].

[8] Più precisamente il concetto di razionalità qui utilizzato richiede che le preferenze siano complete e transitive. Cioè che, in linea di principio, l’individuo sia in grado di stabilire una relazione di preferenza (o indifferenza) rispetto a una qualsiasi coppia di stati del mondo, e che tali relazioni di preferenza siano transitive [Buchanan 1954: 341; Arrow 2012: 13-19].

[9] Assumere razionalità a livello individuale non significa, tuttavia, che tale assunto resti necessariamente valido anche a livello sociale. Le scelte sociali, cioè le scelte risultanti dall’aggregazione di un insieme di scelte individuali, possono non conformarsi ai criteri sopra delineati, cioè completezza e transitività delle preferenze, pur se vi si conformano i singoli individui [De Scitovszky 1941: 88; 1942: 94; Buchanan 1954: 341; Arrow 2012: 59]. Solo ponendo delle determinate restrizioni rispetto alle possibili preferenze degli individui è possibile traslare senz’altro il principio di razionalità dal livello individuale a quello sociale [Becker 1962: 7; Arrow 2012: 74].

[10] Non si ritiene qui di fondamentale importanza, da un punto di vista metodologico, la distinzione, spesso sottolineata, tra gusti e valori [Marconi 2007: 155; Arrow 2012: 18]. Entrambe le categorie vengono qui considerate come sottotipi di preferenze.

[11] Nel senso di orientate altruisticamente: la traduzione italiana a cui si fa riferimento è stata leggermente modificata. Si riporta il passaggio originale: «So far from thinking, that men have no affection for any thing beyond themselves, I am of opinion, that tho’ it be rare to meet with one, who loves any single person better than himself; yet ’tis as rare to meet with one, in whom all the kind affections, taken together, do not over-balance all the selfish» [Hume 2001: 962].

[12] In tal caso rimarrebbe comunque da spiegare il cambiamento di preferenze [Aguiar e De Francisco 2002: 130].

[13] La stessa tesi può essere interpretata in senso strumentalista, cioè ritenendo possibile la spiegazione di un vasto numero di fenomeni sociali a partire dall’assunto di preferenze stabili, a prescindere dall’isomorfia di tali assunti con la realtà dei fatti, concentrandosi sulla validità empirica delle implicazioni derivabili dalla teoria [Becker 1962: 3-4]. Nonostante la preferenza personale per una posizione realista (come, a esempio, in Coleman [1990: 667]), si preferisce concentrarsi nel presente lavoro sulle implicazioni testabili della teoria, a prescindere da considerazioni filosofiche più generali.

[14] Con la terminologia utilizzata da Peter Hedström, «con opportunità, per come intendiamo qui il termine, si intende il “menu” delle azioni a disposizione dell’attore, ossia l’effettivo insieme di corsi d’azione alternativi che esistono indipendentemente dalle credenze che l’attore ha nei loro riguardi» [Hedström 2006: 49].

[15] Come scrive Harold Demsetz, facendo uso di modelli nello spiegare la realtà, si corre il rischio di confrontare «una norma ideale e un sistema istituzionale “imperfetto” realmente esistente. Questo approccio nirvana si differenzia considerevolmente da un approccio istituzionale comparativo, in cui la scelta rilevante è tra alternativi sistemi istituzionali reali» [Demsetz 1969: 1]. Tale appunto non consiste nel suggerire l’abbandono della spiegazione tramite modelli, ma nel suggerire l’utilizzo di modelli più realistici, che prendano in considerazione le reali opzioni degli individui, in luogo di etichettare come irrazionale ogni situazione reale che si distanzi eccessivamente da un modello eccessivamente astratto [Eggertsson 1990: 22-23].

[16] Opportunità o vincoli sconosciuti all’attore difficilmente potrebbero influenzarne il comportamento, a prescindere dall’eventuale utilità che potrebbe derivargliene: «sebbene le opportunità esistano indipendentemente dalle credenze soggettive, esse devono comunque essere note a chi agisce e, perciò, è possibile sostenere che la loro influenza si manifesti attraverso le credenze dell’attore» [Hedström 2006: 49].

[17] Con le parole di Paul Boghossian, «una credenza è un tipo particolare di stato mentale […]. Credere che Giove ha sedici lune, si può dire, è ritenere il mondo essere tale che in esso Giove ha sedici lune; o rappresentare il mondo come contenente un particolare corpo celeste con sedici lune; e così via» [Boghossian 2006: 10].

[18] Supponendo, nei termini del modello, che gli attori abbiano preferenze meglio soddisfabili al crescere del proprio controllo sull’ambiente.

[19] La probabilità oggettiva di un evento può essere considerata la reale frequenza relativa dello stesso all’interno di una sequenza di accadimenti [Popper 2010: 153, 181]. La probabilità soggettiva può essere considerata un’ipotesi o una stima relativa alla probabilità oggettiva di un determinato evento [ivi: 225-228].

[20] In campo sociologico la “logica della situazione” di ispirazione popperiana è stata accolta da alcuni autori all’interno della corrente di sociologia analitica, ad esempio in Coleman [1990: 5] e Goldthorpe [2006: 190].

[21] L’interazione tra soggetti collettivi e individuali, all’interno di una teoria dell’azione individualista, è così delineata da Max Weber: «l’interpretazione dell’agire deve riconoscere il fatto, di fondamentale importanza, che quelle formazioni collettive appartenenti al pensiero comune o al pensiero giuridico (o anche di altre discipline) sono rappresentazioni di qualcosa che in parte sussiste e in parte deve essere, le quali hanno luogo nelle menti di uomini reali (e non soltanto dei giudici e dei funzionari, ma pure del “pubblico”), e in base alle quali si orienta il loro agire – e che esse hanno, in quanto tali, un’importanza causale assai forte, e spesso addirittura predominante, per il modo in cui procede l’agire degli uomini reali» [Weber 1980: 13].

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1994    Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia, Bologna, Il Mulino.

Nozick, R.

1997    On Austrian methodology, in Nozick, R., Socratic puzzles, Cambridge, Harvard University Press.

Popper, K.R.

1972    La logica delle scienze sociali, in Adorno, T.W., Popper, K.R., Dahrendorf, R., Habermas, J., Albert, H. e Pilot, H., Dialettica e positivismo in sociologia. Dieci interventi nella discussione, Torino, Einaudi.

1996    La società aperta e i suoi nemici. Vol. II. Hegel e Marx falsi profeti, Roma, Armando Editore.

2010    Logica della scoperta scientifica. Il carattere autocorrettivo della scienza, Torino, Einaudi.

Stigler, G.J. e Becker, G.S.

1977    De gustibus non est disputandum, in «The American Economic Review», 2.

Stigler, G.J.

1946    The theory of price, New York, The MacMillan Company.

Weber, M.

1980    Economia e società. Vol. I. Teoria delle categorie sociologiche, Milano, Edizioni di Comunità.

Articolo 18: miti, realtà e attenzione selettiva

Essendosi riacceso il dibattito sull’Articolo 18 e dal momento che, sembra, non si riesce a inserirlo in una dialettica scevra da ideologia (da una parte come dall’altra), riporto qualche dato su cui ragionare. Essendo la questione legata a doppio filo al tema dell’occupazione giovanile, può essere utile dare un’occhiata all’andamento degli aggregati da inizio anni ’90. La figura 1 mostra come, a partire dal c.d. “pacchetto Treu”, il tasso di occupazione giovanile (15-24 anni) non ha sostanzialmente subito variazioni da inizio anni ’90 fino allo scoppio della “grande crisi”. Il calo del tasso di disoccupazione, di cui tanto ci si è riempiti la bocca ad ogni novella spinta riformatrice che altro non faceva che accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano,  non è pertanto ascrivibile a un aumento dell’occupazione giovanile, e, di conseguenza, non è foriero di buone notizie in quanto all’efficacia delle riforme Treu (1997) e Biagi (2003).

Figura 1 – Dati Eurostat

Mentre esiste una correlazione statistica tra alti valori dell’EPL e una distribuzione dell’occupazione più sbilanciata verso la forza lavoro anziana (ad esempio trovata in Nickell), non è del tutto chiaro se una riduzione dell’EPL esclusivamente tramite una flessibilizzazione al margine permetta di ridurre lo svantaggio occupazione della forza lavoro più giovane rispetto a quella più anziana o se, in fin dei conti, ne aumenti solo la “precarietà”, prevalendo un effetto di sostituzione di contratti flessibili per quelli più rigidi. La Figura 2 sembra confortare questa lettura, mostrando come, dal 1997, la proporzione di lavoratori dipendenti tra i 15 e i 24 anni titolari di un contratto a termine sia passata dal 20% a oltre il 45% (trattasi comunque di sottostima, non venendo ricomprese situazioni del tutto particolari come le finte partite IVA).

Figura 2 – Dati Eurostat

Per quanto riguarda la “rigidità” (regolativa: le rigidità possibili sono molte e diverse, però nel dibattito italiano l’intera questione sembra essersi risolta in un dogmatico Articolo 18 sì/no), in Tabella 1 sono riportati i valori dell’indice EPL (Employment Protection Legislation) dell’OECD per il 2008, per i 40 paesi monitorati dall’OCSE, nel suo valore Overall e disaggregato per le tre diverse componenti  (oridinati secondo l’indicatore Overall, dal paese più rigido al meno). Si nota come per l’indicatore “Overall employment protection” l’Italia si collochi nella parte alta della classifica della rigidità, pur non comparendo tra i primi posti. Si nota inoltre come la protezione dell’impiego “regolare” (full-time e a tempo indeterminato, dove di norma si applicherebbe l’Articolo 18) sia in realtà una delle più basse della classifica: l’Italia risulta 31esima su 40 paesi (classificati dal più rigido al meno), con un punteggio del tutto analogo a Irlanda, Nuova Zelanda e Danimarca. Dove l’Italia risulta avere una protezione più elevata della media sono le componenti Temporary employment (13esima su 40) e Collective dismissals (dove risulta addirittura prima per rigidità su tutti e 40 i paesi).

Tabella 1 – Dati OECD

L’indice EPL ovviamente è un indicatore sintetico che necessariamente sacrifica precisione a comparabilità. Posta la medio-bassa rigidità delle protezioni fornite dall’Articolo 18 secondo la classifica OECD è interessante chiedersi se vi possano essere altre caratteristiche del sistema istituzionale italiano che potrebbero aumentare i costi per le imprese provocati dalle regole sul licenziamento. Un candidato ovvio è il funzionamento della giustizia civile: pur in assenza di rigidità eccessive “in sè”, è più che probabile un aumento esponenziale delle rigidità, diciamo, “per sè”, una volta che l’Articolo 18 entri in interazione coi tempi infiniti della giustizia italiana. I dati di un recente paper della Banca d’Italia (Tav. 1, p. 13) suggeriscono come l’EPL potrebbe non tenere adeguatamente conto delle rigidità che vengono a crearsi nel momento in cui la legislazione a protezione dell’impiego venga a scontrarsi col processo di lavoro. In Tabella 2 sono riportate le durate medie per un processo civile di primo grado in quattro paesi europei. L’italia fa molto peggio delle altre tre anche nella sua ripartizione geografica più efficiente (non stupisce, pertanto, e pur trattandosi di casi limite, sentire con una certa regolarità storie come questa).

Tabella 2 – Elaborazioni Banca d’Italia

Pur esistendo problemi di occupabilità relativa tra giovani e anziani derivanti dalle regole sul licenziamento, il dibattito sull’Articolo 18 finisce per non toccare nemmeno una delle altre domande sul funzionamento del mercato del lavoro cui sarebbe necessario dare una risposta. Non essendo la forza (o, per lo meno, la principale) che tiene bloccati investimenti esteri o che limiti l’espansione dell’occupazione altrimenti florida, vi sarebbero altri problemi su cui dibattere: giustizia civile e capitale umano, per dirne due, probabilmente sul lungo termine decisamente più importanti, e che richiederebbero un’attenzione almeno pari, se non superiore, a quella rivolta all’Articolo 18.

It takes two to tango

Vengo citato da Sociospunti in merito a una discussione su “mercato come istituzione sociale”. Mentre mi sembra di poter concordare con le osservazioni generali relative al concetto di mercato come istituzione, mi trovo più lontano rispetto ad alcune considerazioni empiriche, in particolare con la seguente affermazione:

C’è stata la precisa volontà di smantellare lo Stato e l’etica pubblica, di promuovere la libertà individuale agli estremi limiti dell’opportunismo, di favorire le ricchezze in qualunque modo si creassero. Ed è così che oggi lo Stato e la politica si sono trovati disarmati ed impossibilitati ad agire di fronte ai meccanismi del mercato.

Quello che mi ha sempre imbarazzato rispetto a tali affermazioni è che tale “smantellamento” dello Stato a opera del “neoliberismo” è difficilmente riscontrabile nei dati. Non solo perchè il welfare state, come documentato da uno dei suoi più strenui difensori, Peter Lindert, è passato indenne anche il vaglio del periodo tatcherian-reaganiano (qui, p. 4: «On the average, the 21 core OECD countries slightly raised the share of social transfers in GDP, both across the Thatcher-Reagan 1980s and across the 1990s»), dimostrando di non essere quella endangered species secondo molti braccata dall’ondata “neoliberista” degli anni ’80. Ma anche perchè nella critica al cosiddetto neoliberismo strisciante che si starebbe insinuando tra le pieghe della società noto un profonda incoerenza: il liberismo viene criticato in quanto tenderebbe a smantellare lo Stato o renderlo sostanzialmente incapace di azione. E i disastri economici prodotti da tale non-itervento sarebbero palesi, ad esempio manifestandosi nella disastrosa debacle economico-finanziaria cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e di cui ancora portiamo la croce. Rispetto a tale argomento trovo piuttosto curioso che si attribuisca alla mancanza di interventismo la crisi dei mutui sub-prime o della finanza strutturata a essi legata. Come è possibile tacciare di non interventismo un governo come quello statunitense che, alla vigilia della crisi, controllava direttamente e indirettamente metà del mercato dei mutui immobiliari (tramite il portafoglio delle GSEs, le garanzie da queste sottoscritte, oltre alle garanzie fornite da agenzie federali quali la FHA)?

Sum of retained mortgage portfolio and mortgage backed securities outstanding for Fannie and Freddie (fonte: Econbrowser)

Che lo stato si fosse ritratto dalla gestione economica, lasciando che le sole forze di mercato si occupassero dell’andamento dell’economia, è semplicemente falso. Quanto è successo è invece molto peggio: la nascita di un mercato sì maggiormente deregolato, ma con una garanzia pubblica implicita ed esplicita rispetto al raccogliere eventuali cocci (sul ruolo delle GSEs nel mercato immobiliare e nelle ripercussioni di tale intervento sul mondo finanziario c’è Guaranteed to fail, di Acharia V. et al.). E’ evidente che una situazione del genere abbia poco a vedere con la disciplina di mercato richiesta da un ipotetico ideale “neoliberale”. E non è pertanto difficile concludere, come fa Jim Hamilton, che se metà mercato porta una esplicita garanzia pubblica, la restante metà privata godrà parimenti della stessa garanzia:

what forces caused the explosion of private participation in a much more reckless replication of the GSE game? A year ago, I suggested one possible answer– private institutions reasoned that, because the GSEs had developed such a huge stake in real estate prices, and because they were surely too big to fail, the Federal Reserve would be forced to adopt a sufficiently inflationary policy so as to keep the GSEs solvent, which would ensure that the historical assumptions about real estate prices and default rates on which the models used to price these instruments were based would not prove to be too far off. Is that the answer to the second question? I’m not sure. But if anybody has a better answer, I’d still like to hear it.

Come già il padre dell’economia politica moderna, Adam Smith, ne La ricchezza delle nazioni osservava (e come hanno ripreso Rajan e Zingales nel loro Saving capitalism from the capitalists), non bisogna confondere mercato con capitalismo: il capitalismo è possibile in assenza o con distorsioni di mercato, soprattutto in quei casi in cui lobby e oligopoli abbiano una leva eccessiva nei confronti dell’autorità pubblica. Esattamente come negli Stati Uniti, dove si è deciso di liberalizzare il settore finanziario e disegnare una regolazione che non è eccessivo definire come scritta sotto dettatura dei regolati, oltre a fornire una amplissima e generosissima garanzia pubblica.

Qui non si vuole tentare una “difesa” del mondo dell’investment banking, o del mercato a priori: si vuole semplicemente problematizzare quanto ritengo problematico, cioè una certa vulgata secondo cui una sorta di ondata “neoliberale” avrebbe eliminato lo Stato dalla vita economica, lasciando che le forze di mercato agissero incontrollate. D’altronde una cosa è una giusta critica a una retorica “neoliberale” che, nei fatti, di neoliberale ha mostrato ben poco, un’altra criticare politiche supposte “neoliberiste” che, di fatto, non vi sono state (non nell’estensione e nella drammaticità con cui vengono solitamente esposte), come fonte di tutti i nostri mali. Richiamando il titolo del post di Agnese Vardanega citato in incipit si può dire che più che “quando lo Stato non c’è, i mercati ballano”, it takes two to tango.

Camillo Langone, o della “nova scientia”

Pare che, tra un attacco alla modernità e l’altro, gli intellettuali del Foglio abbiano riscoperto l’auctoritas della scienza (sociale, in questo caso). Imperdibile la recente lezione di politica monetaria di Giuliano Ferrara, ma ancor più interessante l’incursione in ambito demografico del notista del Foglio Camillo Langone: “togliete i libri alle donne, torneranno a far figli”. Se si riesce a passare sopra all’aperto e disgustoso razzismo di cui sono impregnati i primi quattro quinti dell’articolo, Langone, proprio come l’elefantino in un paio di paragrafi risolve la crisi dell’eurozona, scarica l’asso di bastoni e risolve la crisi demografica: «Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me». Glielo dicono i numeri, così come glielo diceva il cane del vicino a D.R. Berkovitz di massacrar cristiani, non prendetevela con lui. Peccato che i numeri sia necessario saperli leggere.

Chi li sa leggere sono Anna Cristina d’Addio e Marco Mira d’Ercole, in questo paper sui Trends and Determinants of fertility rates in OECD Countries. Memori di quanto affermava Orwell, e cioè che “la propaganda mente sempre, anche quando dice la verità”, la cosa interessante è che, mentre a livello micro l’affermazione fattuale di Langone è corretta (all’interno dei singoli paesi le donne più istruite hanno un minor numero di figli rispetto a quelle meno), in aggregato non tiene: sono proprio i paesi a più alta scolarizzazione femminile a essere quelli più fertili (si veda la figura 8, più sotto: da metà anni ’80 alti tassi di female tertiary enrollment e di fertilità sono fortemente correlati in senso positivo).

Questo è dovuto al fatto che in molti paesi il lavoro e/o lo studio femminile non sono necessariamente incompatibili con l’avere figli: ad esempio in Finlandia o Svezia la fertilità delle donne con un elevato titolo di studio è di pochissimo inferiore rispetto a quello delle donne meno istruite (mentre in Italia è di circa la metà: si veda sotto, Figura 9). Ma, soprattutto, non sarà contento Langone di avere un’ulteriore informazione: «A simple average across the countries shown in Figure 9 suggests that the decline in fertility rates, while common to all education categories, is stronger for less educated women than for other women» (pp. 29-30). Se il declino demografico generale è spiegabile con l’incremento della quota delle donne con un’istruzione superiore… come spieghiamo il declino nella fertilità tra le donne meno istruite (sì, già sappiamo: liberalismo, umanesimo laico e relativismo)? Insomma, anche a condividere la retrogada e misogina proposta del Langone e così nascondere i libri al gentil sesso in nome della nova scientia, il risultato finale potrebbe essere esattamente l’opposto di quello cercato.

Ovviamente non ancora pago del pascersi della sua nuova veste di Christianus Philosophus,  Langone ritrae l’asso di bastoni e tira fuori il sette bello: non più i numeri (o un cane), ora la conferma della spiegazione mono-causale di tutti i nostri demografici affanni arriva da Roberto Volpi (che ammetto non sapere chi sia). Facciam pure che il Volpi abbia le sue ragioni nel bocciare le politiche pro-nataliste nord-europee: come si spiega l’alta fecondità dei paesi nord-europei e quella bassissima italiana nonostante un female tertiary enrollment italiano più basso? Come si spiega altresì il tasso di fecondità sostanzialmente identico tra poco e molto scolarizzate nei paesi scandinavi? Nel caso la risposta faccia a cazzotti con la logica, provate a chiedere al cane del figlio di Sam.

 

Due numeri su FIM e FIOM

Ultimamente mi alambiccavo nel dare una spiegazione razionale del comportamento della FIOM, rispetto a FIM e UILM, nella successione di crisi di imprese metalmeccanice a partire dal 2007 (in particolare, ovviamente, in relazione alle vicende Pomigliano, Mirafiori, etc…). I motivi nello spiegare il diverso comportamento di due (o tre) sigle rappresentanti lo stesso settore produttivo possono essere le più variegate, e possono tenere in conto di fattori variamente ideologici, relativi alle credenze nel ruolo del sindacato, dello Stato e del diritto del lavoro nella protezione dei lavoratori rappresentati. Vista la dipendenza dal percorso passato, cioè dalla storia delle due sigle, soprattutto in un paese come l’Italia in cui nel “trentennio glorioso” i sindacati hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale, è difficile che le risposte, le riforme e i cambiamenti di atteggiamento avvengano in tempi rapidi rispetto alle mutate condizioni economiche, ed è perciò facile attendersi una certa pattern persistence (l’atteggiamento della CISL su Pomigliano, a esempio, non fa che mettere finalmente in pratica, dopo una sostanziale unità coi colleghi della CGIL negli anni ’60-’70, le idee dei propri padri fondatori, come Mario Romani, più che una rivoluzione ideologica).

Razionalità dei dirigenti sindacali a parte, che fanno invece i lavoratori? Se, come penso, alla fine la FIM si trova un pelino più avanti nella difesa della pagnotta, mentre la FIOM è ancora persa nella difesa delle “ragioni del cuore che la ragione non conosce” (oltre che di una concezione del ruolo del sindacato come collaterale a un diritto del lavoro forte e gestito da una coalizione politica nettamente pro-labour), mi aspetterei una tendenza al calo dei tesserati FIOM, a favore di quelli FIM. Nell’ultimo decennio i numeri sembrano andare in questa direzione. Niente di earth-shattering, sia chiaro (seguendo la linea di tendenza decennale tracciata la FIM raggiungerebbe la FIOM nell’arco di mezzo secolo), però, attendendo il censimento dell’industria e dei servizi 2011 per il totale addetti dipendenti del settore metalmeccanico, si può dire che, a parità ipotetica di addetti, la CISL sta aumentando la quota di iscritti (soprattutto negli anni della “grande crisi”), mentre la FIOM si trova in un trend stagnante, anzi, leggermente calante. Qui sotto il numero di iscritti e le linee di tendenza sull’ultimo decennio (da regressione lineare semplice: la FIOM perde mediamente 810 iscritti l’anno, mentre la FIM li aumenta di 2.739).

Libia onirica

Continuo con il tentativo, donchisciottesco, di ragionare sulle reali condizioni della Libia gheddafiana come presentate dai suoi coraggiosi sostenitori. Sulle condizioni di vita sotto il regime, riproposte nei soliti decaloghi copia-incolla-senza-fonti, si è già scritto qui e qui.

In questo post compare finalmente (assenza in effetti sospetta fino a oggi) l’argomento relativo al controllo dei prezzi. I regimi socialisti, si afferma, controllerebbero i prezzi dei beni di sussistenza, evitando così che la spesa in beni alimentari  dei cittadini venga lasciata alle inumane leggi del mercato. Si afferma che

nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato, l’abolizione del controllo dei prezzi le l’eliminazione dei sussidi per seguire i consigli del “libero mercato” forniti da Banca Mondiale e FMI. Negli ultimi anni gli alimenti basici e i prezzi dei carburanti hanno sempre più alti per gli scambi speculativi sulle maggiori commodity.

Ovviamente che «i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato» è semplicemente falso. Si guardi alla Figure 4, sotto (fonte: FAO, su dati IMF, p. 5; per una panoramica estesa a tutto il ‘900 dell’andamento del prezzo dei cibi scambiati sui mercati internazionali si veda qui). Se consideriamo gli anni ’80 come l’epoca d’oro delle liberalizzazioni, da allora i prezzi dei beni agricoli di prima necessità non hanno fatto che calare in termini reali, fino al 2007-2008 in cui hanno avuto un picco, per poi tornare a raffreddarsi (questo significa, tra l’altro, che chi si è aperto al mercato ha potuto godere dei prezzi più bassi e ha ridotto la volatilità dei prezzi necessariamente più alta in un ambito autarchico). Ora, a meno che gli estensori dell’articolo non intendano che improvvisamente nel 2007 sono stati liberalizzati tutti i mercati dei beni agricoli, semplicemente la loro affermazione è falsa.

Lasciamo poi perdere lo speculative nonsense (come l’ha chiamato Paul Krugman, di certo non uno dei difensori più strenui della finanza d’assalto e della globalizzazione finanziaria) per cui, ancora una volta, non viene fornita alcuna prova. E lasciamo perdere se la BM o l’FMI abbiano mai “ordinato” l’abolizione dei sussidi per gli alimenti di prima necessità in favore delle famiglie povere (il che non mi risulta – credo, anzi, che l’articolo confonda i sussidi ai consumatori con i sussidi agli esportatori o ai produttori interni: il discorso, comunque, non cambia). Non apro la parentesi su cosa il no-global nonsense pensi che WB e IMF facciano: mi limito a osservare che a parte considerarli araldi di un neo-liberismo globale imposto con la forza delle armi o col ricatto difficilmente portano un qualsivoglia fatto su cui basare le proprie affermazioni (qualche fatto su cosa effettivamente facciano le due istituzioni è portato, in un’analisi molto critica sull’efficacia del duo, da William Easterly, qui e qui – una chicca interessante è come spesso l’IMF, supposto ardito del neoliberismo globale, suggerisca ai PVS di mantenede alti i dazi doganali, una delle poche entrate fiscali sicure per le traballanti situazioni di bilancio). Fuffa a parte, quello che non capisce l’analisi sopra riportata è ancora una volta il ruolo dei prezzi: se i prezzi si alzano significa che vi è una relativa scarsità dei beni in considerazione rispetto alla domanda. Il controllo dei prezzi non può, per magia, eliminare tale scarsità, che è un dato reale. Il controllo dei prezzi significa, semplicemente, che i beni vengono razionati in base ai desideri delle autorità: l’immagine delle code davanti ai negozi vuoti in Unione Sovietica torna alla mente non a sproposito. Abbassare artificialmente il prezzo di un bene scarso significa semplicemente razionarlo in modo diverso: in pratica, chi prima arriva lo ottiene, chi tardi arriva ciccia (e, se la cosa è regolata da un’autorità centrale, è più che probabile che chi prima arrivi siano i soliti noti). Quindi la Libia, che importa dall’estero i beni di prima necessità (il 75% del cibo consumato), per mantenere bassi i prezzi non può che sussidiarli: cioè, ancora una volta, trasferire risorse prodotte internamente a usi che sono ritenuti socialmente utili dal regime. Questo va bene, solo che, con sei milioni di abitanti e un bancomat di favore costituito dalle riserve petrolifere, la Libia può, pare, permetterselo: non così altri paesi più popolosi. In Egitto una delle ragione della rivolta, più che l’aumento dei prezzi in sè, è stata la riduzione dei sussidi a causa di uno Stato in crescenti difficoltà fiscali e con sempre minori risorse provenienti dal petrolio utilizzabili a fini redistributivi. Allo stesso modo l’India non può sussidiare i consumi di 1,2 miliardi di cittadini (difatti, a seguito della crescita dei prezzi agricoli, nel 2007, assieme ad altri paesi del sud del mondo ha imposto il divieto di esportazione per riversare l’itera produzione sul mercato interno, pare senza subire invasioni coordinate NATO-FMI). Ancora una volta ci scontriamo col vincolo di bilancio: there’s no free meal! Non c’è modo in cui il governo possa per magia ridurre una scarsità reale: tutto quello che può fare è controllare i prezzi, cioè razionare, o sussidiare il consumo, se ha sufficienti entrate per farlo.

Vengono portati poi altri argomenti, questa volta di natura politica:

La guerra e la globalizzazione sono intimamente collegate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in accordo ai think tank di Washington […]. Déjà Vu? Sotto l’Impero Britannico, la “diplomazia delle cannoniere” era un sistema per imporre il “libero scambio”. Il 5 ottobre 1850 l’inviato inglese nel Regno del Siam, Sir James Brooke, raccomando a Sua Maestà che:

“nel caso in cui queste richieste [per imporre il libero scambio] vengano rifiutate, una forza si paleserà immediatamente per sostenerle nella rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. […] Il Siam potrebbe dover subire una lezione che da tempo sta provocando; il suo governo potrebbe venire rimodellato, un re meglio disposto potrebbe essere insediato al trono e verrebbe stabilita un’influenza nella nazione che sarebbe di estrema importanza per l’Inghilterra” (La Missione di Sir James Brooke, citata in M.L. Manich Jumsai, Re Mongkut e Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Ma è necessario rispondere a chi, mentre afferma che vi sia un tandem FMI-NATO, porta a sostegno del presunto fatto una lettera riferita al movimento coloniale ottocentesco (per inciso, poi, le aperture di mercato coloniali sette-ottocentesche erano mosse dal più bieco mercantilismo bilaterale – teoria oggi piuttosto in voga e condivisa curiosamente tra sinistre e destre no-global e uomini di governo come il signor Tremonti – altro che da un sincero interesse per il libero mercato)? Anche qua, rimango in attesa di un’analisi rigorosa dei fatti su cui sarebbe basata una simile strampalata conclusione.

Infine, una chicca:

Gli asset finanziari libici congelati oltre oceano sono stimati nell’ordine di 150 miliardi di dollari, con i paesi Nato che ne hanno più di 100. Prima della guerra la Libia non aveva debiti. All’opposto. Era una nazione creditrice che investiva nella vicine nazioni africane. L’intervento militare R2P aveva l’obbiettivo di costringere la Jamahiriya Araba Libica in una camicia di forza rendendola una nazione indebitata per il proprio sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni basate a Washington. Con una punta di ironia, dopo aver derubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato i suoi beni finanziari, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la “ricostruzione” post-conflitto.

Ecco la vera ragione della guerra libica: Gheddafi ci stava sui maroni perchè, contrariamente a noi, era poco indebitato (ucci ucci, sento odor di signoraggiucci). Quindi guerra, espropriazione, e prestito dei fondi confiscati così da riportare l’equilibrio: una nazione bella indebitata, al pari nostro. Giustizia è fatta. Al di là della follia del ragionamento, sarebbe il caso di rimarcare come: 1) nessuno ha rubato il petrolio libico, che rimane ai libici: e anche quando domani arriveranno i PSA o analoghi, non si tratta di furto (prova ne è che già Gheddafi, per aumentare una produzione altamente inefficiente fatta in casa, ha aperto agli investimenti esteri tramite production sharing agreements… nel petrolio libico: ma come, questo eroe socialista della patria che si fa rubare il petrolio da sotto il naso!?); 2) i fondi sovrani libici all’estero sono stati congelati e quindi scongelati: non sono stati confiscati in alcun modo, men che meno per ri-prestarli a usura ai loro legittimi propietari.

Sulla Libia (again…)

Gheddafi è morto. Stanno rispuntando quindi, sui Social Networks e Blogosfera, gli ennesimi fogli di propaganda atti a mostrarci quale incredibile paradiso fosse la Jamahiriya. I più audaci si spingono addirittura ad affermare come “la verità è che la Libia non è una nazione da liberare dal regime sanguinario di Mouammar Gheddafi, ma un prodotto da conquistare!”. Avendo già commentato i punti spuntati sulla bontà del sistema-paese Libia, passo al nuovo decalogo che viene e verrà riproposto con insistenza dopo la morte del Colonnello. Ovviamente non è segnalata alcuna fonte rispetto ai dati, pertanto mi metto nella posizione del dare per scontato che tutte le informazioni riportate siano veritiere (alcune sono palesemente false: a esempio in Libia le imposte dirette, per quanto ridotte, esistono). Più importante, mi sembra, fare il debunking di alcuni corto-circuiti logici rispetto a come funziona un’economia – qualsiasi economia.

La Jamahiriya libica garantisce:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

Pare che fatichi a entrare nella capoccia di questi giovani rivoluzionari il fatto che un “pasto gratis” non esiste. E non per ragioni ideologiche, ma per una semplicissima questione di vincolo di bilancio. Se le public utilities forniscono servizi gratuiti non significa che non  abbiano costi: significa che i costi dei suddetti servizi vengono pagati con un metodo diverso rispetto alla tariffazione all’utente finale. In particolare se, come in Libia, la maggior parte delle persone è impiegata in imprese statali questo significa che una parte della produzione dei singoli cittadini viene trattenuta alla fonte e viene passata alle public utilities. Non vi è regime socialista che tenga che possa cancellare, per decreto, i costi del produrre un bene o un servizio. Se beni e servizi vengono distribuiti gratuitamente significa che li paga lo Stato tramite una parte del prodotto trattenuto dai lavoratori (qualche indicazione in questo senso è data dall’African Economic Outlook, sezione Macroeconomic Policy: «In 2010 public sector workers were exempted from income tax, a move which effectively raised incomes and narrowed the gap between public and private sector employees […]. A new civil service law was under consideration in early 2011 and was aimed at doubling public sector salaries in 2011 to reduce the gap with private sector wages»). O tramite gli introiti delle imprese petrolifere statali. Possono essere eliminati i “profitti” (inclusi gli interessi), vero. I profitti non sono, però, la parte maggiore del costo alla vendita di un prodotto. E resta il fatto che eliminando i profitti viene a sparire qualsiasi incentivo a ridurre i costi. E’ possibile, anzi, probabile, che il “costo” di un bene prodotto in un regime in assenza di profitti sia maggiore a quello corrispondente in un regime che li ammetta. E se è maggiore allora il basso prezzo al pubblico va sussidiato tramite la sottrazione di una parte di prodotto a chi produce.

Gli interessi a zero, poi, significano: o che il risparmio non viene remunerato (cioè: se non spendo tutto il mio reddito in consumi e lo metto in banca non mi vengono riconosciuti interessi: inflazione a parte, i consumatori non hanno alcun incentivo a posporre una parte dei loro consumi: ma allora da dove vengono i capitali che vengono a loro volta prestati? Vengono dalla tassazione del lavoro? O vi è una quota di risparmio obbligata a tasso zero?); o se vi è una remunerazione del risparmio ancora una volta viene effettuata tramite un trasferimento (una “tassa”) di risorse da chi produce a chi risparmia. Ancora sul discorso incentivi: tralasciamo pure l’incentivo, in realtà importante, a usare bene dei fondi che hanno un costo rispetto a fondi gratuiti. Se non vi sono interessi allora i fondi vengono allocati sulla base di direttive amministrative: il che vuol dire a totale discrezione delle autorità. Il discorso si fa già più diverso rispetto al “soldi a gratis per tutti gli uomini di buona volontà”.

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

Se il costo della vita in Libia è meno caro che in Francia, questo è perchè, uno, la Libia è un paese povero e, due, perchè l’impresa che produce il pane è pubblicamente sussidiata. Anche qua non c’è il pasto gratis, c’è il pasto nominalmente gratis pagato con una trattenuta alla fonte. Dire che la baguette costa meno in Libia, in termini reali, significa affermare che i libici sono più efficienti nel produrre pane: per ogni baguette utilizzano meno fattori di produzione (meno farina, acqua, lavoro, energia termica, …). Ora, che i libici siano più efficienti dei francesi nel produrre baguettes… diciamo che ho qualche dubbio.

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

Se la Libia vende vetture costruite all’estero a prezzo di costo non può che significare che la differenza col prezzo di vendita ce la mette lo Stato, cioè i lavoratori che vengono espropriati di una parte del loro prodotto. Non mi metto nemmeno a discutere se sia giusto tassare i lavoratori che non vogliono acquistare un’automobile per permettere a chi la vuole di acquistarla a prezzo scontato. Anche qua no free meal. E si può sorvolare anche sul fatto se sia giusto che i salari siano decurtati alla fonte per far sì che i dipendenti pubblici possano avere delle automobili gratis…

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

Questo può essere espresso anche nel seguente modo: “in Libia è vietato scegliere l’impresa che si pensa possa fare il miglior lavoro al minor costo”. Se il lavoro vien fatto da cani potete (potevate) provare ad andare a chiedere il conto direttamente al Colonnello. Inoltre, anche qua, che lo paghi lo Stato significa semplicemente che il lavoro è pagato indirettamente dal cittadino.

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1.627,11 Euro al mese.

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

Queste sono prestazioni generiche di welfare che, più o meno generosamente, vengono garantite anche nei welfare state europei e non. E senza bisogno di instaurare una dittatura. Che una dittatura generalmente non sia incline a garantire uno Stato sociale ai cittadini, contrariamente alla brava e bella Jamahirya, è semplicemente smentito dalla storia.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

Se questi siano incentivi corretti per stimolare prodotto e innovazione lo lascio decidere alla coscienza dei lettori più accorti. Non mi aspetto certo di convincere i fan della Jamahiriya. Amen.

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

Ammetto di non conoscere le tecnicalità con cui è gestito il debito pubblico libico. Detto questo, stando ai dati disponibili risulta che la Libia, ad oggi, ha un debito pubblico pari a circa il 3% del PIL, risultato recente visto che negli anni ’90 era intorno all’80%. Questo può significare una gestione più oculata della spesa (o, semplicemente, più “espropiativa”, caratterizzata da maggiori tasse o da un maggiore esproprio del prodotto dei lavoratori), o una fonte di introiti corposi e a buon mercato come quelli derivanti dal petrolio (che costituiscono l’80% delle entrate statali). Il vincolo di bilancio non scompare per magia. Se la Francia (o l’Italia) smettessero di spendere più di quanto raccolgono anche lì il debito pubblico verrebbe a ridursi. Non scomparirebbe per grazia divina.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Mi risulta che in tutte le società occidentali avanzate vi sia uguaglianza tra uomo e donna e vi sia presenza di donne in posizioni di responsabilità. Se più o meno che in Libia non saprei. Detto questo, anche qua, non è necessaria l’instaurazione di una dittatura per ottenere questo risultato.

Riguardo alla democrazia diretta: ricordo solo che nel 1972 è stata vietata per legge la costituzione di partiti politici. Mentre i media liberi, semplicemente, non esistono (in quanto non solo strettamente controllati, ma perchè obbligati a operare “nel rispetto dei principi della rivoluzione“). La “democrazia diretta”, senza partiti e senza stampa indipendente, ma “controllata” dai Comitati rivoluzionari (analoghi a quelli cubani), è una delle caratteristiche che meglio si accompagna ai regimi totalitari, non certo ai paesi liberi. Se questo permetta di “investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale” liberamente, lascio alla coscienza del lettore.

Economics 101 for dummies (sociologists)

Segnalo un post di Andrea Moro di Noisefromamerika. La simpatica presentazione dovrebbe servire a chiarire al pubblico generale alcuni fraintendimenti su come pensa un economista. I principi sono sufficientemente semplici e dovrebbero essere noti a chiunque abbia esplorato anche superficialmente un po’ di letteratura economica. Ma, siccome da parte dei sociologi (soprattutto, ma non solo italiani), detti semplici principi non sono mai nemmeno stati compresi e si continua con la solita vuota critica di posa a una “scienza economica mainstream” che, come descritta dagli economic sociologists, nella realtà dei fatti semplicemente non esiste, val la pena ribadire ancora una volta.

Qui sotto i tre principali fraintendimenti che ricorrono nelle “critiche” rivolte dalla sociologia economica all’economia:

  • I “modelli” non sono la realtà stessa: sono un’astrazione, una modellizzazione semplificata di processi reali – e, pertanto, necessariamente “irrealistici”, se con irrealistici intendiamo che non colgono appieno le infinite sfumature dell’umano interagire;
  • Gli individui “astratti” considerati dall’economista sono self-interested: ma, in nessun modo, self-interested equivale a egoisti (può equivalervi, se lo riteniamo un assunto sensato);
  • Gli effetti “macro”, a livello di società, sono il risultato di interazioni individuali, che implicano esternalità e quindi feedbacks: parlare di equilibrio a livello macro non equivale in alcun modo ad assumere che detto equilibrio sia stato scientemente progettato da individui onniscenti che volevano muoversi all’unisono in detta direzione. In tal senso la Rational choice theory è sì tautologica a livello individuale, ma esplicativa a livello di sistema sociale.

 

“Vincolo benefico” e performance economica: ancora sull’economic sociology

Stavo rileggiucchiando nostalgicamente un vecchio articolo di Colin Crouch e Wolfgang Streeck (“Il futuro della varietà dei capitalismi”), due dei più noti sociologi economici neo-istituzionalisti, che utilizzai per la mia prima tesi di laurea. Mi ricordo che, da giovane sociologo pieno di belle promesse e speranze, trovai l’articolo piuttosto convincente (Streeck era, effettivamente, uno dei miei piccoli eroi personali): rileggendolo a distanza di anni mi ha colpito la distanza che ormai mi separa da detti argomenti

L’articolo si inscrive in quel filone di studi di political economy orientata in senso sociologico genericamente definibile come “corporativista”. L’idea è che, grosso modo, i regimi neo-corporativi, tramite i loro vincoli sociali, siano in grado di sviluppare un migliore ambiente per la possibilità di fare impresa e per lo sviluppo economico in generale rispetto ai paesi genericamente definiti come “liberisti”. Streeck, riprendendo esplicitamente argomenti more durkheimiano, definisce detti vincoli “Beneficial constraints“. In pratica, seguendo il sociologo francese, una particolare struttura sociale (neo-corporativa, in questo caso) sarebbe necessaria per ordinare i fini individuali egoistici a fini “sociali”, promuovendo il bene comune che la ricerca esasperata del self-interest minerebbe. A tale argomento rispose, tra gli altri, Erik Wright (sociologo marxista), criticandolo “da sinistra”: Streeck, da buon tedesco, parlerebbe troppo irenicamente di “bene comune”, tralasciando il fatto che esistono interessi di classe inconciliabili, anche da sovrastrutture di tipo neo-corporativo. Guardando alle date degli articoli vien da sorridere: non siamo infatti a metà anni ’60, ma già a fine ’90, dove le economie europee corporative mostravano evidenti segni di affanno, mentre quelle anglosassoni si trovavano alla fine di un decennio di forte ripresa. Piuttosto che abbandonare l’argomento del “vincolo benefico”, invece, Secondo Crouch e Streeck il rallentamento relativo delle economie centro-nordeuropee sarebbe stato causato dal loro tentativo di imitare le politiche “neoliberiste” di oltre oceano, distruggendo mezzo secolo di pratiche istituzionali neo-corporative che, pare, sarebbero state l’unico fattore causale dell’ottima performance economica europea del “trentennio glorioso”. Il movimento verso la deregolazione della vecchia Europa negli anni ’90, più in particolare, sarebbe stato causato dal fatto che:

  • gli Stati Uniti sono in grado «grazie alle loro dimensioni ed al loro dominio politico, di imporre i propri modi di agire agli altri paesi e di accertarsi che le politiche di questi ultimi si adattino ai loro bisogni ed alle loro capacità» (p. 24);
  • «la scuola dominante di teoria economica sia intellettualmente e istituzionalmente votata ai modelli del libero mercato» (p. 24).

In pratica non sarebbero state le economie anglosassoni ad accellerare (grazie al movimento globale, da loro indotto, verso il liberalismo economico), bensì quelle europee a rallentare, a causa del loro flirt con le politiche neo-liberiste. A posteriori, anzichè solidi argomenti supportati da dati, pare di ascoltare argomenti genericamente no-global e complottisti sull'”ordine neoliberista globale”. L’ipotesi che il rallentamento delle economie europee possa essere stato causato dalle “contraddizioni interne” (per far contento Wright) del modello neo-corporativo, e che una (timida) sferzata verso politiche economiche più liberali sia stata una scelta obbligata per guadagnare competitività sfiora solo ambiguamente la mente dei due sociologi economici. La loro tesi è che la virata “neo-liberista” sia stata indotta dall’egemonia dell’economia “mainstream” (ah, l’economia mainstream, croce e delizia dei sociologi economici) sul processo di policy making, orientato esclusivamente al breve periodo. Il risultato sarebbe, così, una perdita netta di performance globale: mentre le economie liberali continuano per la loro strada, quelle neocorporative verrebbero seriamente danneggiate dall’imitazione della sorella d’oltre oceano. Indubbiamente una spiegazione che salva capra e cavoli: la bontà teorica del “beneficial constraint” neocorporativo non viene toccata, essendo l’under-performance empirica dello stesso causata dal suo contaminarsi col neoliberismo americano. Veramente non male. Non stupisce, pertanto, il rigetto della tesi della Varieties of Capitalism di Hall e Soskice: sostenere l’ipotesi, come fanno i due autori, della persistente differenza dei contesti istituzionali non giocherebbe a favore delle economie continentali (come messo il luce da Lane Kenworthy – vedi figura 1, sotto). Meglio sostenere, ad hoc, l’esistenza di una omogeneizzazione strisciante che metterebbe in difficoltà crescente i campioni del neocorporativismo. Il tutto, rigorosamente, senza supporto empirico [1]: nella migliore tradizione della sociologia economica.

Figura 1 – Tratto da: Lane Kenworthy – Institutional coherence and macroeconomic performance, p.87

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[1] La letteratura sui collegamenti tra contesto istituzionale di relazioni industriali e performance macroeconomica è in realtà piuttosto ampia (una buona rassegna è data all’interno de “Il ruolo del sindacato in Europa“, per la Fondazione Rodolfo De Benedetti). I risultati non sono del tutto univoci, ma sembrano puntare verso un vantaggio competitivo (solitamente inteso come minore tasso di disoccupazione), a parità di altri fattori, di una contrattazione sindacale piuttosto centralizzata e/o coordinata. Si tratta di correlazioni macro che, negli studi citati, sono fondate su dati del secondo dopoguerra fino ai primi anni ’90, e che nulla ci assicura terranno anche in futuro (soprattutto nel caso in cui la situazione della teoria che dovrebbe spiegare tali correlazioni macro è tutt’altro che chiara). Se non si comprende a livello teorico la struttura degli incentivi che si trovano ad affrontare gli attori a seguito di un cambiamento rilevante di policy è difficile determinare il risultato prodotto da una variazione del contesto macro (e questo vale anche per la supposta perdita di competitività causata dall’abbandono del modello neocorporativo ipotizzata da Crouch e Streeck). Non che Streeck non indulga ad argomenti teorici micro: il “vincolo benefico” aumenterebbe la sicurezza individuale, quindi la disponibilità a rischiare; la mano paterna della “corporazione” impedirebbe corse al ribasso, fallimenti del mercato o analoghi etc. Come minimo non si può dire si tratti di argomenti particolarmente cogenti o rigorosi. Oltre a questo, inserire nei modelli econometrici variabili dummies per discriminare i paesi secondo diversi modelli istituzionali è un esercrizio indubbiamente lodevole, ma si presta a numerose possibili critiche, come l’arbitrarietà del posizionamento di un paese all’interno di un raggruppamento o un altro (un campo minato, soprattutto quando si tratta di confrontare intricati sistemi di relazioni industriali e di diritto del lavoro), e che può portare a risultati piuttosto variabili a seconda del giudizio del ricercatore.

Minus habens libertarians

Per quei bleeding heart liberioti de’ noantri che ciarlano dell’estrema violenza nei confronti dei diritti del cittadino del censimento o della scandalosa violazione della privacy del Gran Puttaniere: occuparsi dei miliardi di tasse che matureranno in futuro grazie all’incapacità di questo governo fa molto poco libertarian?

Differenza Spread Italia-Spagna (in rapporto ai bund tedeschi decennali) – Da Lavoce.info